A scuola di lettura

A volte quello che vorresti nel segreto non è scrivere qualcosa di raro e meraviglioso, ma intervenire ancor prima della comunicazione e far sì che qualsiasi cosa tu metterai in parole sarà impossibile da ignorare, non per la sua bellezza ma proprio così, per una sorta di stregoneria. Perché sai che qualunque testo, per quanto bello, è tranquillamente passibile di non lettura, non comunicazione, anche solo per volere del caso: basta non aprire mai quella pagina o passare lo sguardo oltre con occhio distratto. L’esperienza di lettore diventa allora per chi scrive un controluce istruttivo sull’invadenza propria del suo sentimento, sogno di esserci per qualcuno, desiderio di relazione prima che si manifesti l’interesse dell’altro; e la lettura si fa promemoria contro la vanità, per lo scrittore che tende al meglio pur senza alcuna garanzia di arrivare, e dunque di esistere. La sua esistenza infatti è cifra d’occasione, dubbio da fugare ogni volta sulla riprova del suo testo, sorta di incidente che può capitare in vita o dopo, quando si avverano le due condizioni: aver scritto qualcosa di buono, essere letti da qualcuno. Solo del lettore conosciamo per certo l’esistenza. Ma l’uomo che scrive, ombra in cerca di materia a cui appartenere, non può non desiderare a volte di essere Faust, l’irresistibile musica.

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