A una primavera

C’era una volta un catafalco che doveva fare un viaggio, in tessuto e animella d’acciaio, il catafalco, trasportato imballato fragile alto maneggiato con cura. La ragazza che veniva dalla luna l’aveva richiamato alla sua forma, convocato a titolo di decisiva primavera in nome dell’eros che altri chiamano vita. La ragazza era lisa, consunta non meno peggio del cucito rosso prima di diventare catafalco in viaggio e anzi, tra le righe, ormai quasi arrivato a destino da un canale di laguna a fine ottobre, cioè adesso, qui e ora, se non l’hai capito. Lo spacchettarono, tipo visita medica militare, per vedere se era pronto o no alla trincea degli sguardi sulle facce di carne che avrebbero cercato di vedere nuda la ragazza. La ragazza che il suo lavoro le faceva anche paura, e lo faceva spesso come in trance, quasi andando lontano dalle sue mani che toccavano le forme; la ragazza che veniva dalla luna. Sì, e io vengo dal sole, le dissi quando litigammo, una volta, per capire come si rinasce.

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