Caduta

La villa era stata costruita ai piedi della roccia. La signora ci abitava ormai da oltre sessant’anni. Già prima di allora, la parete del monte Gallo dava cassa toracica ai fuochi d’artificio lanciati ogni dieci luglio dalla borgata marinara per festeggiare la patrona. Si chiamava Ornella, la signora, e aveva avuto figli che poi le avevano dato dei nipoti. Io ho l’età di quei nipoti. Come mia nonna per me, da piccoli anche il loro immaginario doveva aver legato la figura di Ornella con la più remota origine di quel posto, affibbiandole la medesima età preistorica del monte e trovandone fatale conferma nel suo nome da sposata: Galletti, il loro stesso nome, quasi lo stesso del monte. Di certo, nemmeno lei sapeva quanto la sua vita fosse legata a quella roccia. Dopo due giorni di pioggia battente, all’alba di ieri, per lei il Gallo ha cantato l’ultima volta staccandosi dalla faccia un masso di trentacinque metri cubi, caduto sulla casa mentre Ornella dormiva ancora nei suoi ottantotto anni. Il monte è crollato a due metri dal muro che confina con la nostra proprietà, all’altezza di un sedile di pietra in cima al primo tratto di scala che poi finisce in bocca alle grotte del Gallo. Mia madre andava a giocare coi figli di Ornella, conosceva quella casa. La figlia e la nipote dormivano in un’altra stanza e se la sono cavata al pronto soccorso. I vigili hanno avuto difficoltà a tirare fuori Ornella da sotto il masso, mentre i giornalisti hanno diligentemente fotografato ogni scorcio del disastro. Adesso si vede una grossa carie nella parete incisiva della roccia. D’ora in poi quella voragine farà parte del panorama. Avrà un nome di donna.

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Addirittura

Tornare a casa quasi a mezzanotte da un pendolo ferroviario per lavoro e fermarsi al rosso di san Giovanni, angolo Coin, deserto: davanti alle vetrine chiuse vedere quattro alpini ventenni che ciondolano senza un pelo di barba sotto i cappelli alla robin hood; girarsi in cerca dello stambecco bianco; tornare su di loro, nascosti dietro i mitra che con questo freddo saranno gelidi contro il petto, dal mento a fin sotto la cinta, e farsi domande su quale anima o cane debba sentirsi più sicuro a quest’ora grazie alla loro presenza, su quale sia davvero il lavoro più del cazzo, stando al rapporto fatica / utilità / senso addirittura. Addirittura.

L’isola d’inverno

Egli si versò ancora del vino; e mentre lui beveva, per forse due minuti rimanemmo tutti senza parlare. Si riudì l’urto dei flutti, giù, contro i piccoli golfi: e io, a quel suono, vidi nel pensiero la figura dell’isola distesa nel mare, coi suoi lumini; e la Casa dei guaglioni, quasi a picco sulla punta, con le porte e le finestre chiuse nella grande notte d’inverno. Come una foresta toccata dall’incanto, l’isola nascondeva sepolte in letargo le creature fantastiche dell’estate. In tane introvabili sottoterra, o negli anfratti delle mura e delle rocce, riposavano le serpi e le tartarughe e le famiglie delle talpe e le lucertole azzurre. I corpi delicati dei grilli e delle cicale si sfacevano in polvere, per rinascere poi a migliaia, cantando e saltando. E gli uccelli migratori, spersi nelle zone dei Tropici, rimpiangevano questi bei giardini.
Noi eravamo i signori della foresta: e questa cucina accesa nella notte era la nostra tana meravigliosa. L’inverno, che finora m’era sempre apparso una landa di noia, d’un tratto stasera diventava un feudo magnifico.

Elsa Morante, L’isola di Arturo (1957)

La furibonda zuffa

Berecche si alza, s’appressa alla finestra più vicina, siede e si mette a guardare le stelle.

Le vede per gli spazii senza fine, come forse nessuna o appena forse qualcuna di quelle stelle la può vedere, questa piccola Terra che va e va, senza un fine che si sappia, per quegli spazii di cui non si sa la fine. Va granellino infimo, gocciolina d’acqua nera, e il vento della corsa cancella in uno striscio violento di tenue barlume i segni accesi dell’abitazione degli uomini in quella poca parte in cui il granellino non è liquido. Se nei cieli si sapesse che in quello striscio di tenue barlume son milioni e milioni d’esseri irrequieti, che da quel granellino lì credono sul serio di potere dettar legge a tutto quanto l’universo, imporgli la loro ragione, il loro sentimento, il loro Dio, il piccolo Dio nato nelle animucce loro e ch’essi credono creatore di quei cieli, di tutte quelle stelle: ed ecco, se lo pigliano, questo Dio che ha creato i cieli e tutte le stelle, e se lo adorano e se lo vestono a modo loro e gli chiedono conto delle loro piccole miserie e protezione anche nei loro affari più tristi, nelle loro stolide guerre. Se nei cieli si sapesse, che in quest’ora del tempo che non ha fine questi milioni e milioni d’esseri impercettibili, in questo striscio di tenue barlume, sono tutti quanti tra loro in furibonda zuffa per ragioni che credono supreme per la loro esistenza e di cui i cieli, le stelle, il Dio creatore di questi cieli, di tutte queste stelle, debbano occuparsi minuto per minuto, seriamente impegnati in favore degli uni o degli altri. C’è qualcuno che pensi che nei cieli non c’è tempo? che tutto s’inabissa e vanisce in questo vuoto tenebroso senza fine e che su questo stesso granellino, domani, tra mille anni, non sarà più nulla o ben poco si dirà di questa guerra ch’ora ci sembra immane e formidabile?

Luigi Pirandello, Berecche e la guerra (1915)

Vivere da lontano

Un uomo sapeva tutto dell’Isis e degli equilibri fra le potenze nucleari, quante persone morivano nei campi di lavoro in Cina, tutte le volte che Kim Jong-un petava a tavola e giustiziava i testimoni, le tratte dei mercanti di clandestini nel Mediterraneo, i nomi dei trafficanti di armi tra Europa e Africa, i numeri civici di chi non voleva la pace in Medio Oriente, le impronte dei massoni che pilotavano l’America e la misura di scarpe di Putin. Si riteneva, quell’uomo, molto più attrezzato degli altri contro il terrore globale che minacciava le persone agli angoli della strada o fra i banchi del mercato. Un giorno il suo vicino di casa morì, la ragazza che gli faceva la corte si mise con un altro, il negozio sotto casa cambiò gestione, il tizio che salutava sempre al bar aveva il viso scuro per la zia malata, la ragazzina alla cassa era contenta per lo sgamo con un compagno di scuola, e lui ricevette la foto whatsapp di un amico a cui era nata la prima figlia: reparto d’ostetricia, fiori sul tavolo, parenti accanto al letto, culla e calzini rosa. Sorrisi, ovunque. Beati loro che non sanno. Uscito dal bar, attraversò la strada e morì sotto un tram inciampando sulle scarpe slacciate.

Stridore

Ti sei emozionata, che carina, dice Alessia Marcuzzi a una ragazza davanti alle milioni di cavie che seguono la sua trasmissione di prima, seconda e terza serata dopo la morte. Le tende del soggiorno sono accostate. Sul bianco di sfondo alla loro fantasia di rami batte la sirena arancione del camion rifiuti che vuota il cassonetto davanti alla mia finestra. Io abito al primo piano, ma non c’entra. C’entra invece che tra i primi due fatti è caduto il fulmine Ida, lontana da qui, che alle ore piccole sbrana il Novecento in un letto già infinito. Il suo delirio fabbrica occhiaie sempre più grandi alla badante che ormai, sulla terra, si è fatta passaggio inevitabile per avere notizie di lei, scaturigine nostra, antica pianista, dura e lacrimevole amore incandescente. Sapeva che la vita è stridore. Sapeva che l’avrei custodita.

Una oscurità da eccesso

Nel 1980, appena uscito Il Galateo in Bosco, Andrea Zanzotto incontra gli studenti di una scuola di Parma. Uno studente chiede: «Come mai la poesia contemporanea è spesso difficile da capire?». Il poeta risponde: «C’è una comprensibilità che si realizza in modo immediato, ma è quella che può avere un articolo di giornale, anzi che è indispensabile in un articolo di giornale. Nella poesia non è così […]. Pensate al filo elettrico della lampadina che manda la luce, il messaggio luminoso, proprio grazie alla resistenza del mezzo. Se devo trasmettere corrente a lunga distanza, mi servo di fili molto grossi e la corrente passa e arriva senza perdite a destinazione. Se metto, invece, fili di diametro piccolissimo, la corrente passa a fatica, si sforza e genera un fatto nuovo, la luce o il colore. Così accade nella comunicazione poetica, nella quale il mezzo è costituito dalla lingua. L’eccessivo addensarsi dei significati, dei motivi, il sovraccarico di informazioni, può però provocare un ‘cortocircuito’, una oscurità da eccesso, non da difetto».

Frammento da questo articolo di Andrea Gentile su Nuovi Argomenti.