Stagione Pasolini

Quarant’anni fa, oggi moriva Pasolini. La morte di uno scrittore è suggello di senso per l’opera che lascia, ma quell’uccisione atroce non è classificabile in funzione estetica. È solo un fatto nero che ha fatalmente ribadito la priorità sempre data da quell’uomo all’esperienza di per sé violenta del vivere autentico in prima persona, rispetto all’attività furente dell’esprimersi in vario modo, per quanto vita e scrittura siano dimensioni parallele. Ha scritto e fatto tanto, eppure di lui si ricorda più la smania e la curiosità incessanti per la vita (cosa che, potendosi dire infine di molte persone più semplici, gli avrebbe fatto piacere). Non subiva il fascino letterario dello sguardo all’indietro: «Solo l’amare, solo il conoscere conta; non l’aver amato, l’aver conosciuto». Bruciare vita ancora e ancora in maniere anche discutibili, ma distanti da forme di interesse professionale o cattiveria personale. La cifra tonda della ricorrenza non ha dato un sapore diverso agli annuali ricordi. Gli agiografi integrati lo beatificano ammazzandolo di retorica; gli anticonform con lo stampìno lo smontano ricoprendosi di cattivo gusto; i puri tengono un profilo basso lasciando intendere che lo conoscono bene solo loro. A me questa solfa ribadita, più che fastidio, dà quel senso di sicurezza e tranquillità legato al salubre ciclo delle stagioni: niente di nuovo sotto il sole. Quanto l’avrei fatto incazzare.

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