Farsi vivi

Rare volte, la morte si fa viva in modo generoso e alle persone speciali regala un tempo aggiuntivo per educare chi resta al suo abbandono, come ultimo gesto d’affetto. La mente si annebbia con una lentezza che dura anni e riserva sporadici lampi d’amore forse già inconsapevole ma sinceramente provato e dimostrato a ogni occasione di un contatto delle mani, una carezza sulle tempie, uno sguardo tenerissimo. Il tempio non si ciba più da solo e i devoti passano gli ultimi anni accanto a Elena, che si curi di farla mangiare e la pulisca, solo questo; il cuore è forte e batte una musica d’acciaio, i valori sono incredibilmente stabili. La pianista non soffre e non ha un solo tubo attaccato per stare in vita, respirare meglio o alimentarsi. Niente: è libera. Continua a vivere, anzi, a esistere fra la poltrona e il letto senza vincoli artificiali e questo mistero mette quasi in imbarazzo gli stessi suoi frutti d’amore che fuori seguitano a spegnere le loro candeline. In lei invece, spenta ogni lucidità, sempre più sporadici si fanno anche i lampi di presenza e il suono della voce; soltanto, di notte imbianca il sonno di Elena parlando del padre e sgranando file di nomi sconosciuti, tutta gente che ha già raggiunto l’altra riva. Sempre più rare si fanno anche le visite dei cari, qualcuno ha cambiato città, gli altri si sono lentamente abituati alla sua esistenza non più ricettiva e in parte la ritengono per com’è già assente da questo mondo. Eppure c’è ancora. Il tempio – fosse anche solo quello – ha una sacralità intrinseca e confonde le idee perché, davvero, il corpo ormai sempre a letto non vuole macchinari, ha solo stretto un pannolone sotto la camicia da notte. Elena passa altri due anni a cambiarlo. Finché, a metà dicembre, una telefonata nella notte da Palermo a Roma dice che i suoi stanno andando da lei perché ha il respiro più pesante del solito e un altro colorito: ti tengo aggiornato, senti prima di agganciare. La morte si è fatta viva ma non arriva ancora, si prende un’ultimissimo tempo per chiederti di considerarla parte della famiglia, e l’unico paradossale modo per ribadire che la scaturigine del nostro amore è ancora effettivamente in questo e di questo mondo è farglielo abbandonare. Così, fuori in balcone, lontano chilometri dal suo letto, pensi che questa donna non poteva entrarti dentro più di come ha fatto con il suo amore, la sua musica e le sue storie di «tutta una vita». Il giorno dopo, il medico dice che si può solo aspettare, che è meglio non fare niente, niente medicinali, niente più cibo, perché in questa condizione soporosa di pre-coma, dice, qualunque intervento esterno potrebbe creare edemi o altri danni mentre, allo stato attuale, la nonna sembra respirare persino meglio di stanotte e non soffrire pena, la pressione è esemplare, il cuore fortissimo. Ha detto quanto tempo ci vorrà? Marco, quanto si può durare senza bere né mangiare, un paio di giorni, al massimo una settimana. Allora conto i giorni: fra quattro sarò anch’io a Palermo; fra sette è Natale.

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