Bambini

Sette anni fa mi sono trasferito da Palermo a Roma e oggi penso ai bambini. Da due mesi, infatti, il centro per minori stranieri in cui lavorava a Roma la mia compagna è a rischio chiusura, per la sopravvivenza che deve ai finanziamenti comunali non più garantiti; da qualche settimana, invece, l’avviso di sfratto al teatro con cui collaboro a Palermo ci ha fatto lanciare un ultimo appello ai nostri amici – di passaggio e non – per colmare gli affitti arretrati con una raccolta fondi e spettacoli ogni domenica. In entrambi i casi, la crescita sana dei nostri cuccioli sembra non potersi liberare da una responsabilità di tipo collettivo. Certo, a nessuno piace dipendere dagli altri, e non mancano giorni in cui gli affanni ci fruttano un’onesta autocritica sui difetti della nostra gestione. Dovessimo vincere la sfida a Palermo, sono convinto che la seconda vita del teatrino prenderà un ritmo diverso e immagino pure che, a Roma, la casa dei bimbi si curerà di diventare – se possibile – ancor più necessaria di ieri per il territorio. Entrambi i fatti però sono le due facce di una moneta che possiamo raccogliere da terra, il tesoro di una duplice verità: non basta l’impegno di pochi per coltivare il mondo di domani, perché le attenzioni da usare sono tante e perché è giusto che tante restino.

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Cambiare

Scaliamo di piccone la notte per dormire comodi sull’altopiano, ma no: arriviamo in cima con il giorno appena nato e quel germoglio di luce non ci permette più di riposare gli occhi e sognare. Però, non è meraviglioso il panorama? E vivere è cambiare motivo.

Chagall

Chissà che sta facendo Chagall, come pura materia trasformata, intendo da buon erede del progresso scientifico, mica lo penso col cappello e le mani impiastrate di colore, no; ma chissà cosa farà in questo momento la sua metamorfosi, intendo, magari evaporata e già passata dall’aria al vuoto interstellare secondo la fisica quantistica ma pur sempre col suo nome finché ne esiste ancora la materia. Ecco, sì, allora cosa fa strano a dirsi: una polvere con un nome.

Palestina

Fra poco la morte cambierà nome: si chiamerà palestina, i morti palestini. Allora un uomo, raggiunto l’ultimo buco non ancora esplorato del pianeta, lo battezzerà “morte” e la tribù locale – insieme all’arrembante civiltà che si trasferirà lì – si chiameranno morti. E se ne parlerà in toni perfettamente normali, perché la paura e l’angoscia si saranno spostate su quell’altra parola. Quando palestinerà il vecchio capo tribù, l’intera comunità innalzerà un obelisco in suo onore indicendo il lutto nazionale. Per spiegare la cosa ai loro figli, le madri diranno che il vecchio capo ha raggiunto i nonni, nella terra bagnata dal Giordano di cui parlano i testi sacri e che un giorno, prima o poi, raggiungeremo tutti. Qualche bambino, ancora troppo piccolo per capire il concetto di palestina, farà spallucce e tornerà a giocare spensierato in giardino, sotto il cielo sereno di morte.

30/07/2014

La bianchezza

Call me Ishmael (Herman Melville);
Chiamatemi Ismaele (Cesare Pavese, Adelphi);
Ishmael – chiamatemi così (Ruggero Bianchi, Mursia);
Diciamo che mi chiamo Ismaele (Bernardo Draghi, Frassinelli);
Chiamatemi pure Ismaele (Giuseppe Natali, UTET);
Chiamami Ishmael (Alessandro Ceni, Feltrinelli);
Chiamatemi Ishmael (Ottavio Fatica, Einaudi).

Tante sono le strade aperte dal naufragio del senso, una soltanto la bianchezza della balena; discutibile la musica di ciascuna soluzione, inconfutabile il mistero di una beltà primigenia. Cosa, nella vita, non è frutto di una traduzione?

Massimamente sogni

Negli ultimi giorni mi capacito di questa città Palermo che ti fa inabissare, sprofondare in precipitosa rovina di sensi mentre ci cammini a piedi infilzandoti nelle resurrezioni architettoniche dei vecchi palazzi bucati dalla seconda guerra; mentre vedi facce che facce sconosciute non sembrano esistere, ma solo volti infuocati che dicono famiglia ai tuoi occhi pronti a partire; mentre credi vera l’epifania che dà un senso a tutto, persino al nautoscopio visto da un palazzo con la faccia sulla Cala; persino al fine vita della tua scaturigine; persino all’ultimo alito di burattino che soffia dal ventre di uno scantinato nel teatrino delle beffe. Tutto questo ti stanca ma ne vuoi ancora; ne vuoi ancora ma ti stanca. E massimamente sogni di dormire in un cantuccio solo tuo con questi tesori brulicanti sul cuscino.