Di memoria

Tra la fine di due orrori legati, dal 27 gennaio al 25 aprile la morte continuò a correre sui nostri passi di montagna, non sazia di sangue e buchi sui muri che tenevano dritte le schiene ai partigiani cogli occhi fissi sulla valle e nel cuore la preghiera di una sola parola, un nome di donna, di figlio, una luce che oggi mi trova e interroga: ma io, a cosa assomiglio? La libertà per cui, di memoria in memoria, loro combattono ancora in quei sentieri, è quella razziata oggi ad alcune categorie di persone che continuano a mancare di riconoscimento civile o dignità umana per il solo fatto di pestare il suolo italiano: gay ancora respinti da sindaci ottusi che non vogliono applicare la legge sulle loro unioni; migranti non annegati ma nelle grotte buttati o respinti e aggrediti da squadre leghiste. La Patria che i piccoli maestri avevano fissa nel cuore, prima del contatto fra il proiettile e i loro corpi durante l’esecuzione, non contemplava eccezioni categoriali nel garantire l’uguaglianza civile a tutti. Per questo, li sento correre ancora nei chiari del bosco.

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