Arcobaleno estivo

Se la pioggia scaricata dal repentino cielo nuvolo di luglio, che sterza sul manto afoso di cui ci lagniamo in estate, fosse un’incommensurabile perdita celeste di condizionatori e non un fenomeno invero più misterioso di quanto la scienza creda di saperci spiegare, non esisterebbe l’odore di terra appena sbucciata, di corteccia o pietra bagnata, di zefiro che ruba la scena al ventilatore ancora acceso davanti alla zanzariera, e tu non capiresti in un lampo – come quello che avrà preceduto l’ultimo tuono, pur mancando ancora della notte per farsi vedere – che lei, l’acqua scaricata dal cielo è identica alla cugina insapore che versiamo nel bicchiere e non può vantare un profumo suo proprio, benché molti dicano quanto mi piace il profumo della pioggia, ma elemosinando accenti diversi alla generosità di quello che tocca, sa incredibilmente e soltanto di cose altre da sé: di albero, di spiaggia attonita, di giare e ringhiere, di cambi programma, mezzi sorrisi, stracci e ancora di tutte le cose trasformate in un convoglio interminabile di fragranze in moto verso una sola meraviglia, che sfuma l’immane tripudio di odori nella festa perfetta dell’iride tirata ad arco sul mondo.

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