L’alba di Roma

L’ora più bella di Roma sono le 5:20. Esci, l’alba è capace di fare appena nata anche lei, cancella i suoi millenni e trasforma ogni angolo di strada in una stanza intima; le luci ancora accese negli archi di Santa Maria Maggiore sono quelle dei comodini che non ha più spento mentre si addormentava. Una bimba smarrita, bisognosa di attenzioni è la città a quest’ora. Alla stazione i vestiti croccanti degli uomini d’affari superano le felpe orizzontali dei senza dimora che ancora dormono a pancia sotto, mentre una vecchia bofonchia qualcosa ai passanti e la parrucca fucsia di una signorina succinta dice che lei il suo turno l’ha appena finito: l’aurora le pulisce il viso prima di darla a un sonno senza sogni. Se potessi decidere chi votare, basterebbe scegliere fra quelli che aspettano un treno prima delle sei per raggiungere il lavoro. Girare la città in moto a quest’ora significa invece schivare i gabbiani insonnoliti che sfiorano il paravento e poi scivolare giù dall’Esquilino sulla lingua ancora glabra di strada fino all’obelisco egizio di guardia sul fianco della basilica di San Giovanni. Prima di infilare un’occhiello della emme che fa l’antica porta alla cinta aureliana, lontano sulla sinistra, dietro le spalle bronzee di san Francesco, vedi il cielo verde arancione sui palazzi di san Lorenzo. Tornando a casa, un’ultima boccata al fresco del mattino ti fa indugiare al portone e, con le chiavi già in mano, alzi la testa: luna diafana sui cornicioni punti dalle rondini. Il bar accanto ha spento le luci e un ragazzo mette fuori i tavolini. Strano, l’edicola è ancora chiusa. La notizia principale del giorno però si è già diffusa: il mondo è di chi si alza a quest’ora.

Una stella

Ieri notte in balcone ho visto una stella nuova, che prima non c’era. È sbucata dallo spigolo del palazzo di fronte, giallognola appena fuori dall’umido alone della luna. È la volta celeste che gira intorno al pianeta, mi sono detto: non sono solo il sole di giorno e il suo specchio di pietra a muoversi, ma tutte intere le geometrie dell’universo. Galileo, non hai ancora convinto nessuno! Nel segreto, l’uomo del sedici è ancora, e forse ancor più stretto a Tolomeo che ai tuoi tempi del cannocchiale. Oggi faccio il compleanno, è mercoledì e mi figuro che questo giorno sia la definizione perfetta della mia età. Se la vita è una sola settimana, trentacinque anni sono il mercoledì mattina in cui apri gli occhi e sai di non poter più maledire altri lunedì. E come è stato bello ieri, il giorno di Marte; neanche quello tornerà più. Perché non si muovono gli astri, ma è nostro il volo, siamo noi una luce che solo altri dopo di noi
                                                                        vedranno, nuova, in balcone appesa una notte.

Rosaria Costa

Io, Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani… Vito mio, battezzata nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato – lo Stato… – chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso. Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio… di cambiare… ma loro non cambiano… se avete il coraggio… di cambiare, di cambiare, loro non vogliono cambiare loro… loro non cambiano… di cambiare radicalmente i vostri progetti, i progetti mortali che avete. Tornate a essere cristiani. Per questo preghiamo nel nome del Signore che ha detto sulla croce: “Padre perdona loro perché loro non lo sanno quello che fanno”. Pertanto vi chiediamo per la nostra città di Palermo… Vi chiediamo per la città di Palermo, Signore, che avete reso città di sangue – troppo sangue – di operare anche voi per la pace, la giustizia, la speranza e l’amore per tutti. Non c’è amore, non ce n’è amore, non c’è un amore per niente. Non voglio vedere nessuno. Io non sono qua. Continua a leggere “Rosaria Costa”

Elsa Morante

In questa conversazione, s’era fatta sera scrive Elsa lasciandomi incredulo davanti a tanta bellezza, e decido per me che fu una poetessa. Perché con queste parole, nelle ultime pagine di Arturo, la sera, la chiusa, il momento finale si innesta nelle cose, non viene dopo di esse; la sera non arriva dopo un dialogo, un fatto, un evento; ma si fa nella durata, impregna di sé quello che accade, compresa la lettura del libro, che per me si è conclusa ieri nel vespro di villa Celimontana.  Continua a leggere “Elsa Morante”

Una cena, figure

Io mi sento sempre dentro una compagnia con voi, anche se ormai ho gli zigomi pieni di calli: sono sette anni che questi mille chilometri mi prendono a pugni. La lontananza è Michelangelo che lavora il marmo e dalle nostre ultime figure trae lineamenti nuovi, sconosciuti, estranei. Ti sento chiamare fratello altre persone, ti vedo sorridere dopo aver fatto un po’ d’amore con loro che non conosco, ma penso lo stesso che siamo legati da un cemento armato contro le mie assenze d’acciaio. Ultimamente abbiamo fatto cose molto belle, dici, senza capire che sono proprio quelle senza di me a farmi sentire più lontano da voi. E più lontano sono io, più belle mi sembrano le cose che mi racconti e magari, se fatte insieme davvero, non mi direbbero uguale bellezza. Perché sarebbe cagionevole, esposta agli umori, ai bronci e ai tempi morti che sappiamo della vita. Allora non vi manchi di farne altre mille, cose belle senza di me – fossero mille i giorni che ci separano – ma al prossimo giro farne ancora una insieme, non per forza davanti al pubblico; una cosa più intima, anche piccola, solo una cena. E colmare di storie le mutue assenze, darle alla confluente bellezza del racconto e ritrovarci nelle nostre ultime figure, dentro quella compagnia, come un marmo di nuovo al suo posto. L’uomo all’uomo passando smette di fare cose e, solo, ne diventa una bella: un racconto.

Crescere

Ti sembra a volte il mondo così distante che infine capisci il bisogno di crescere, spesso rimproverato dagli altri fra le tue mancanze da colmare. Allora vuoi crescere, crescere senza fine di braccia e di gambe e ogni anno siano più lunghe, per arrivare di nuovo al paesaggio, sfiorarlo almeno ancora una volta il dì, stante mondo che più non ti tocca, più non ti scalda, più non ti guarda. Ogni anno avere arti sempre più lunghi e così fino alla morte, che agli alberi la falce dovrà amputare anni luce di legno in più, per la misura di ogni lunga, lunghissima cassa da sotterrare in cimiteri come autostrade.