Una cena, figure

Io mi sento sempre dentro una compagnia con voi, anche se ormai ho gli zigomi pieni di calli: sono sette anni che questi mille chilometri mi prendono a pugni. La lontananza è Michelangelo che lavora il marmo e dalle nostre ultime figure trae lineamenti nuovi, sconosciuti, estranei. Ti sento chiamare fratello altre persone, ti vedo sorridere dopo aver fatto un po’ d’amore con loro che non conosco, ma penso lo stesso che siamo legati da un cemento armato contro le mie assenze d’acciaio. Ultimamente abbiamo fatto cose molto belle, dici, senza capire che sono proprio quelle senza di me a farmi sentire più lontano da voi. E più lontano sono io, più belle mi sembrano le cose che mi racconti e magari, se fatte insieme davvero, non mi direbbero uguale bellezza. Perché sarebbe cagionevole, esposta agli umori, ai bronci e ai tempi morti che sappiamo della vita. Allora non vi manchi di farne altre mille, cose belle senza di me – fossero mille i giorni che ci separano – ma al prossimo giro farne ancora una insieme, non per forza davanti al pubblico; una cosa più intima, anche piccola, solo una cena. E colmare di storie le mutue assenze, darle alla confluente bellezza del racconto e ritrovarci nelle nostre ultime figure, dentro quella compagnia, come un marmo di nuovo al suo posto. L’uomo all’uomo passando smette di fare cose e, solo, ne diventa una bella: un racconto.

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