Epicedio al paesaggio

Ha impiegato duemila anni per crescere e cinque ore per morire. Ucciso dal fuoco. Non da un incendio: proprio da un fuoco che gli hanno appiccato due notti fa dentro al tronco – piromani con il cherosene – per arroventargli il cuore, braci fino a 800 gradi, e infine trasformarlo in un gigantesco mucchio di carbone: c’era sempre stato, non ci sarà mai più. Era l’ulivo più antico d’Europa: 22 metri di altezza, 8 di circonferenza, rami come un ombrello verde a quattro piani d’altezza. Era un organismo vivente di perfezione assoluta e longevità minerale. Nella sua solitudine di respiro e vita è stato capace di attraversare l’immensità del tempo, 8 mila intere stagioni, i temporali, la siccità, il gelo, i mutamenti del paesaggio e degli uomini, le guerre, le inondazioni. Qualunque cataclisma, ma non il nostro presente. Continua a leggere “Epicedio al paesaggio”

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Elogio dell’esagerazione

Tu pensi che se eviti le esagerazioni la vita non ti spezzerà le gambe lo stesso? Io dico, ci pensa già lei a bastonarti le ruote, fidati: esagera. Sarà la rincorsa per spingere in rete il pallone, spaventerà i dubbi altrui sull’interesse che nutri per loro, sarà il contagio che ti darà nuovi compagni, la voce che arriverà alle orecchie lontane o, se le forbici della vita la fermeranno, avrà raggiunto almeno il tuo vicino. Credi che la vita sarà più gentile o più lineare se moderi i termini, moderi il trasporto, moderi le attese? Ascolta: a educare i fiumi, l’acqua sceglie altre vie e il greto si secca in fretta. Restano solo pietre così, levigate. Non incidono più, non tagliano la carne se hai fame e tu, prima, smetti di aver fame, poi ti chiedi perché gli altri hanno ancora fame deprecando e invidiando la loro vita: larga. Aspetto che qualcuno apra il moderatore, aspetto il suo elogio, le sue parole, anzi, le sue mezze parole. Qui le mezze parole saranno sempre quelle in più sulle intere. Tutte in più e nessuna di troppo.

Uno

Uno ha detto: la vita è troppo bella per stare fermi e non fare tante belle cose. Un altro ha detto: la vita è troppo bella per fare qualcosa e distrarci dalla sua bellezza. Io dico, lascia che uno si illuda di fare qualcosa e un altro si convinca di essere vivo: Dio ha inciso la parola uomo sull’albero cresciuto dalla pioggia, inutile chiedere altro (la pietra non ha parlato mai). Uno è il numero della verità.

Mani bianche

Dal nodo alle scarpe al saluto da lontano, dalla ciocca di capelli scostata al bisturi usato in chirurgia, passando per la preparazione dei tortellini o la migliore alzata a pallavolo, ogni attività è definita da un gesto specifico in sé, e unico nelle varianti personali. La vita è questa arte del gesto: ogni cosa è il gesto che la accompagna perché un gesto accompagna ogni cosa. Le mani hanno una loro memoria e spesso camminano da sole: nel battere sulla tastiera, nel cambiare un pannolino, nel rollare una sigaretta. Siamo esseri u-mani, siamo fin dove ci arrivano le mani. I miei gesti unici sono il suono di una corda e l’anima di un burattino (e forse è giusto inserire anche la scrittura a mano ormai, fra i gesti straordinari). Il gesto che ho sempre sognato e ancora mi manca di provare è quello della lingua dei segni, incarnazione manuale del linguaggio, evidenza digitale di un insondabile mistero. Capite forse allora l’incanto che mi ha preso ieri sera sentendo un coro di mani bianche cantare Blu, di Mario Lanaro. Direte, voci bianche. L’avrei detto anche io, fino a ieri sera. Invece ho scoperto che un coro di bambini che canta riprendendo in Lis il testo del brano è detto coro di mani bianche. Ieri la platea era di udenti, quindi il canto accompagnato dai gesti era quello originale, ma mi hanno detto che i concerti per mani bianche, unicamente pensati per i sordi, accompagnano il testo in Lis con suoni diversi da quelli pentagrammati, che sarebbero percepibili dalle loro orecchie lontane. Ogni giorno puoi scoprire che le mani arrivano un po’ più lontano di quanto sapevi. Dove sono oggi le tue mani?

Domani rassetto

Volevo solo le mie poesie pubblicate e invece non sono passato all’ennesima selezione, l’ho saputo per caso, non per voce diretta. Ora vedrò a chi mandarle per avere di nuovo il tempo di una risposta da abitare, credo sia un buon modo per allentare i nodi alla gola. Il fatto è che trovo giusto non essere stato ancora raccolto perché in fondo voglio solo la rilegatura e poi starmene a casa, senza maratone promozionali, tavole rotonde, quadrate, triangolari inculate alle nove di sera davanti a sette sbadigli; niente convegni per spiegare le mie colonne, mostrarmi consapevole e parlare della tradizione e di cosa voglio fare. Solo una cosa mi manca: i motivi dei rifiuti, non te li dicono mai. Perché loro non mi conoscono ma è come indovinassero tutti il mio segreto: che io voglio solo cambiare casa, abitare un’insegna per dare un nome alle attese che mi ospitano ancora e oggi sono un vero casino. Domani rassetto.

L’oasi

Se un blog non alterna un numero di visite giornaliere a giorni, pure consecutivi, in cui il contatore resta a zero visualizzazioni, ed è caratterizzato invece da un traffico che mai scende sotto una certa soglia di contatti, allora non è un blog: è un centro commerciale. E va bene, ma non rubi il nome a un’altra cosa. Un blog infatti ha ben chiaro il concetto di silenzio, di solitudine, è un’oasi che devi fare un po’ di strada prima di raggiungere. Perché non sta accanto a niente, ma al centro del paesaggio di chi scrive, all’incrocio tra i vostri due deserti; dopo esserti ristorato al fresco delle sue acque, riparti e chissà, forse ci passerai di nuovo nel viaggio di ritorno, se ricorderai la strada e ne varrà la pena. Allora la riconoscerai da lontano: alta fra le chiome delle palme a solleticare i datteri, la bandiera impertinente al vento arido, orgogliosa del numero zero cucito a mano sulla stoffa.

Sabato, giorno di muta

Oggi è morto il grande Cassius Clay, nato e vissuto molto prima che inventassero le gif animate, ma sabato è un giorno che se ci muori è come se morissi un po’ meno rispetto agli altri giorni (o forse è solo che c’è un sole grande così finalmente, dopo le piogge che avevano negato a giugno la luce del vero cambio stagione). Oggi è morto un po’ meno degli altri C. Clay e ho scoperto che non scriverò mai più poesie legate a fatti eclatanti, a cronache toccanti, quelle che uno legge, approva e fa sì con la testa perché lo hai aiutato a focalizzare un dolore, a denunciare tanto bene un’ingiustizia da muoverlo a premere il pulsante condividi. (Le poesie non devono far calare la testa a chi legge ma aprirgli un po’ più gli occhi o le labbra allo stupore di un segreto). Sarà che mamma l’altro giorno al telefono mi ha detto con rara complicità, perché non scrivi un libro invece di quei pensieri vagabondi – giuro, così li ha chiamati e mi ha fatto piccolo il cuore. Sarà che sabato è il giorno migliore per crescersi una fiducia e saggiare la muta come il serpente già lontano nella sua nuova pelle.