Epicedio al paesaggio

Ha impiegato duemila anni per crescere e cinque ore per morire. Ucciso dal fuoco. Non da un incendio: proprio da un fuoco che gli hanno appiccato due notti fa dentro al tronco – piromani con il cherosene – per arroventargli il cuore, braci fino a 800 gradi, e infine trasformarlo in un gigantesco mucchio di carbone: c’era sempre stato, non ci sarà mai più. Era l’ulivo più antico d’Europa: 22 metri di altezza, 8 di circonferenza, rami come un ombrello verde a quattro piani d’altezza. Era un organismo vivente di perfezione assoluta e longevità minerale. Nella sua solitudine di respiro e vita è stato capace di attraversare l’immensità del tempo, 8 mila intere stagioni, i temporali, la siccità, il gelo, i mutamenti del paesaggio e degli uomini, le guerre, le inondazioni. Qualunque cataclisma, ma non il nostro presente.
Era nato, più o meno ai tempi del triumviro Tiberio Sempronio Gracco che qui distribuì terre ai suoi legionari, qualche tempo prima di Cristo. Poi vennero i barbari di Ataulfo, i Visigoti, i Longobardi, le guerre dei senesi, il dominio degli Aldobrandeschi, dei Farnese, dei Medici. E infine tutti i secoli franati fino a noi. Stava dentro a una valle, dalle parti di Fibbianello, in piena Maremma, circondato da prati giovanissimi e ulivi al suo confronto minuscoli, lontano dai poderi e dalla provinciale che corre tra Grosseto e Semproniano. Venivano a vederlo migliaia di persone ogni anno, turisti e ragazzini, comitive, scuole, agronomi, e naturalmente coppie di fidanzati con la macchina fotografica a prendersi un po’ di eternità. Ai piromani che gliela hanno rubata sono bastati una trentina di minuti… Il fuoco dev’essere stato appiccato tra l’una e le due della notte. Gli hanno scavato dentro e poi probabilmente hanno usato cherosene. Il tronco ha funzionato come canna fumaria, le fiamme sono sempre state interne alimentando le braci che si sono mangiate il legno fino a distruggerlo.
[…] Nessun testimone, nessun movente, nessuna spiegazione. Da vivo, il grande albero era il simbolo di questi paesi. Da morto è diventato il nostro.

Pino Corrias, La Stampa, 11 dicembre 1997

 

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