Tribù

Il mondo è così vario che in Africa o in Amazzonia esisterà pure una tribù che scambia l’alba col tramonto e inizia la giornata recitando una preghiera a Venere, la prima stella che si accende al crepuscolo come un neo del cielo accanto alla luna. Neanche sapendo che questa definizione la applichiamo noi a loro, i silvestri già da tempo commiserano l’occaso ipertecnologico chiamandolo terzo mondo – perché ormai di più scarti lontano dalla cifra terrestre che ci lega alle altre specie di Natura – e da molti decenni sono pronti alla colossale migrazione nelle loro terre degli ultimi umani rimasti qui. Nella notte si chiedono perché mai ancora non s’è visto camminare nessuno straniero: cosa aspettano, dicono, e stupiti rivanno a letto con la nuova alba. Nel loro calendario, il trentuno agosto inizia la stagione di riposo dal lavoro.

Ritualità

L’estate è questo cambio stagionale di abitudini in cui si inserisce per molti l’occasione di vedersi con persone amate in posti per cui insieme è nata la radice di un affetto spinale che, nei totalizzanti mesi feriali, tiene l’immaginario a cui ricorriamo per sopportare periodi avari di pace e serenità. Questa occasione fonda la gradita ritualità estiva che via via si fa esigenza da soddisfare, e davvero vieta di capire dove sia la noia imputata dagli altri nel fare ogni anno, ogni estate, sempre la stessa cosa con le stesse persone. E tu rispondi, ma non capisci quant’è bello tornare qui e fregarsene del tempo che passa? Anzi, non è passato per niente, lui, in quel giardino non ci ha ancora trovato! Il tempo invece lavora, come il mare modella anche la pietra, e la ritualità ha senso solo finché l’amore resta immutato. Inizi a sospettarlo quando diventa secondario trovarsi proprio in quel posto e con quelle persone, soddisfacendo entrambe le condizioni dell’eternità. Così, invece di dire che sono cambiate le cose fra quelle persone – disamore che il linguaggio chiama pudicamente crescere – ti guardi allo specchio e dici, ma forse gli altri non avevano tutti i torti: in fondo, è noioso essere condizionati ogni anno nel decidere le vacanze. Perché allora, nel fare anche quest’anno lo zaino, diretto ancora una volta al mare che sana, pur sapendo che con alcuni ci daremo quasi il cambio di turno, il cuore esulta al pensiero dei gelsi che respirano il vento mosso dalle isole del dio? Forse, da qualche parte in quell’eternità che si è fatta negli anni dell’amore, c’è stata un’impercettibile osmosi fra il posto e le persone che lo hanno frequentato, e ora ciascuno indipendentemente sente quel posto come fosse una persona. Quella per cui l’amore resta immutato.

Estate feriale

Si avvicina ferragosto e insieme la fine dell’estate feriale. Chi andrà in vacanza solo ora, intorno ai falò che mimano sui lidi il fuoco celeste di san Lorenzo, vivrà la sua pausa dal lavoro come parentesi unica, cesura netta, limpida fra un momento e l’altro. Chi invece sta in panciolle già da un mese o anche più – dagli scolari tutti ai variamente disoccupati – sente l’avvicinarsi di metà agosto come un campanello d’allarme: finora si è potuto improvvisare, concedersi anche di perderlo il tempo ma, con settembre dietro l’angolo, non si può più scherzare. E si stringe la programmazione delle cose da fare prima di tornare fra i banchi o a caccia di un ingaggio. Godersi questi ultimi giorni di estate feriale è l’obiettivo segreto di questa categoria, vivere la vacanza vera che – accanto ai viaggi alle gite fuori porta ai bagni in mari diversi e alle visite per contrade nuove – per me è soprattutto l’occasione di vivere il tempo in modo diverso, slacciato dall’orologio e immune alla vergogna che gli irrequieti cercano sempre di appiccicarti per il semplice fatto che, a differenza loro, tu fermo ci sai stare, e con te stesso.