L’albero del nonno

[…] Ma la sua passione piú viva erano le piante. Una volta andò via da una casa per non veder morire un albero che era cresciuto, non si sa come, in mezzo al cortile.
Quel povero albero – io lo ricordo – s’era levato sul magro stelo cinereo con evidente sforzo e rizzando i rami come a supplicare, desideroso di vedere il sole e l’aria libera, angosciato dalla paura di non avere in sé tanto rigoglio da arrivare oltre i tetti delle case che lo circondavano. Ma, finalmente, c’era arrivato! E come brillavano felici le frondi della cima e quanta invidia destavano in quelle che stavano giú senz’aria, senza sole! Anche nella morte, nello staccarsi dai rami, in autunno, le foglie di lassú avevano una lieta sorte: volavano via col vento, in alto, cadevano su i tetti, vedevano il cielo ancora; mentre le povere foglie basse morivano nel fango della via, calpestate.
In tutte le stagioni, all’ora del tramonto, quell’albero si popolava d’una miriade di passeri, che pareva vi si dessero convegno da tutti i tetti della città. Quei rami allora palpitavano piú d’ali che di foglie; pareva che ogni foglia avesse voce; che tutto l’albero cantasse, fremebondo.
Dalle finestre delle case i bambini sorridevano storditi, a quel passerajo fitto, continuo, assordante. Nonno Bauer si affacciava con me; sorrideva con aria misteriosa di vecchio mago, mi diceva socchiudendo gli occhi:
– Aspetta…
E batteva forte, due volte, le mani. Subito, come per incanto, tutto l’albero taceva, esanime.
– Che te ne pare?
Ma, di lí a poco, lo sbaldore ricominciava: ogni passero tornava a inebriarsi del proprio gridío e di quello degli altri, e il concento diveniva man mano piú fitto, piú assordante di prima.
Ora avvenne che il proprietario di quella casa, un bel giorno, pensò di alzar tutto in giro il muro per fabbricare un altro piano. E allora l’albero che con tanto stento si era guadagnata la libertà del sole, dell’aria aperta, piegò avvilito la cima, si curvò sul tronco.
Nonno Bauer, vedendolo cosí, cominciò a smaniare, a sentire una pena che gli toglieva il respiro.
– Guarda, guarda! – mi diceva, mostrandomi i passerotti che dalle grondaje spiccavano il volo e si tenevano sospesi su le ali gridando quasi per esortar piú da vicino l’albero a rizzarsi.
E forse quei passerotti, anche loro, ripetevano al vecchio albero le solite frasi, gli inutili consigli, i vani ammonimenti, che si sogliono dare ai caduti, a gli sconsolati: «Fatti coraggio! non bisogna avvilirsi! raccogli le forze! rialzati!!»
Ma il vecchio albero non aveva ormai piú forza di rialzarsi: aveva stentato tanto per arrivare fin lassú, a quell’altezza: piú su, ormai, non poteva arrivare. Meglio morire.
Andato via da quella casa, Nonno Bauer se n’era venuto in questa col giardinetto, che non apparteneva a lui. Non andava piú da un pezzo in biblioteca; erano cominciati gli acciacchi della vecchiaja, dopo la settantina; e Nonno Bauer, non potendo piú uscir di casa tutti i giorni, se ne stava alla finestra a conversar col giardiniere e a fare all’amore – com’egli diceva – con le rose del giardino. […]

Luigi Pirandello, tratto da Quel giardinetto lassù (In silenzio – Novelle per un anno, 1922)

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