Terremoto

Il terremoto sembra Dio che si rimangia la parola: nel giardino aveva detto alla creatura che le cose avrebbero avuto il nome scelto per ciascuna da lui e dalla sua compagna. Terraferma è il nome del suo ripensamento. Il tremore ci ha svegliati stamattina, il letto tremava da da spezzarci i sogni profondi, vetri di finestre scricchiavano, i lampadari ondeggiare. È durato molto: abbiamo avuto il tempo di svegliarci, capire, alzarci, andare sotto lo stipite più grosso e, ancora, aspettare che finisse. Dopo qualche ora si è avuta la misura del ripensamento divino: 6.5 gradi, ma anche senza numeri la marea terrestre diceva alla schiena sul materasso che la scossa era più forte di quella aquilana. La basilica di San Paolo ha chiuso per verifiche su una crepa nel frontone del colonnato. Il terremoto spiega sul ripensamento divino solchi nervosi come fulmini, abili a stanare persino i corpi sotto il marmo. Dove stavolta, incredibilmente, non è finito nessuno.

La mia lingua

Un poco espressivo, dolcissimo, perdendo, crescendo, rinforzato, sempre legato, subito, tremolo, diminuendo, morendo. Sono solo alcune tra le indicazioni che i più grandi geni della storia musicale hanno usato nelle scritture dei loro capolavori. Fossero tedeschi, francesi, russi o di altre latitudini, la sola lingua degna di comparire sul pentagramma senza stonare in mezzo alle note, tollerata nel regno alieno della musica, era l’italiano. La mia lingua.

Notturlabio

La notte è fucina di passione, che il buio si viva come terra di approdo o buonora di una partenza. Di notte chiudi l’ultima pagina di un libro, l’esame è domani ma un po’ ancora ne hai per stendere sul cuscino le mille intuizioni selvatiche fiorite accanto alle glosse. Di notte ti alzi, domani raggiungerai a vela il capo remoto dell’isola, così incontri al porto gli amici e salpate alle quattro per sottrarre al sole dodici miglia di odissea. La notte fonda scalda il gelo delle passioni nere, ricovera i litigi nella fiacca, dona propositi ai refrattari incalliti. Era notte nell’orto che duemila anni fa dischiuse la passione suprema; notte, quando vagai tra i chiari delle piante e le giare cucite da mio nonno; notte, quando mi alzai con un motivo nuovo ancora nell’orecchio. Solo a notte ci corrispondiamo per quelli che siamo davvero, perciò gli amanti di Wagner la invocano risolvendo in un istante armonico di la bemolle la loro impossibile unione. Se il sogno è più bello quanto più sembra realtà, la notte non imita il giorno e mi nutre passioni che il mondo di fuori, a mezzodì, ha meno luce dell’anima mia.

Vocazione

Ieri mi è squillato il cellulare con un numero estero sconosciuto. Penso, ci risiamo coi tafani dei call-center, ma rispondo uguale: una volta su dieci è giusto anche far lavorare questi criceti innocenti. La cosa simpatica è che non cercavano me; ero già pronto a dire no, non mi interessa, e invece mi sono goduto l’equivoco, li ho lasciati parlare e ho capito il motivo della chiamata. In inglese vichingo hanno chiesto di un certo signor Zimmerman. Gli ho detto che avevano sbagliato, che però qualcosina la scrivo anch’io e su, via, la prego, mi dia un indirizzo a cui mandare un paio di testi, posso fare uno stage in sede, chissà, da cosa nasce cosa e vabbè, dai, sono certo che all’accademia servono bidelli, no no, aspetti, senta! Click, chiamata terminata. Un attimo dopo ho pensato: coglione, non gli hai detto che suoni. Credo che mi iscriverò a un corso per fare call-center. E diventare un tafano migliore.

Nostalgia aliena

I meravigliosi gesti che facevamo per trovare una nave che ci portasse di nuovo a casa facevano splendido il pianeta in cui eravamo finiti. Avevamo le voci ancora sottili dei bimbi che sanno tutto e il posto di ogni cosa, ma presto il gioco si è ridotto all’esercizio di non dimenticare. Così ci sono cresciute piano delle ancore ai piedi e oggi ariamo campi negli abissi a testa alta: un mare di stelle solfeggia i nostri nomi come ritirate.

Viene presto la notte

Alla pioggia che stacca il primo freddo sul giorno corto di ottobre dedico i melograni che portavamo dalla campagna alla città dei nostri vent’anni, e i pomeriggi sgranati sul marmo tondo della cucina tramando la confidenza, l’amore che ci ha portati alla stagione migliore con più terra comune di quanto mare potrà invadere mai, se mi guardi ancora come i solchi aperti guardano le nuvole, sapendo che viene presto la notte a dissetarli dopo l’estate e concepire l’erba che ricrescerà giorno dopo giorno, dal ventuno dicembre insieme alla luce del sole sul nostro equatore.