Paura del referendum

Se considero che non c’è mai un solo e unico modo per cambiare le cose, il sì/no non è più discrimine tra chi vuole cambiare e chi non vuole cambiare lo status quo, e io mi libero già da un pesante ricatto morale. Se considero poi che una cosa sono le norme, un’altra ben diversa sono le persone, mi accorgo che il voto di chiunque dipende – oltre che da un giudizio di merito sulle nuove norme – anche dalla fiducia nei politici che le propongono chiedendo fede ulteriore sul modo in cui sapranno modificare poi altre norme (elettorali al senato), dovesse passare la riforma. Se considero infine che tutti gli argomenti dei sostenitori del sì con cui ho parlato sembrano generati unicamente da un sentimento di terrore (gli investitori chiuderanno i rubinetti, i governi saranno instabili, l’occasione non si presenterà più, finiremo sconfitti dall’Ue come la Grecia), capisco la differenza tra paura costruttiva e paura addomesticante. Per esempio, nel 1948 la paura fu costruttiva perché generò la proposta per un nostro futuro diverso dal recente passato bellico, con pesi e contrappesi esatti fra i poteri; oggi invece la paura genera soltanto un guaito per le bastonate del presente, nulla con cui si possa costruire davvero qualcosa di nuovo. Da un lato invita ad arginare le malefatte di una classe politica bugiarda tuttora al potere (i cittadini perderanno quote di rappresentanza, i cattivi politici locali useranno le immunità da senatori, l’accentramento del potere interno agevolerà l’ingerenza dei diktat esteri); dall’altro spinge un testo che chiama futuro una migliore conformazione allo status quo internazionale, una sostanziale resa alla contingenza minacciosa e alle dinamiche che hanno condotto proprio ai fenomeni di cui oggi abbiamo paura. Paura di essere stupidi anche, e impreparati sempre; di non sapere – a differenza delle élite – quanto basta per decidere da noi in entrambi i casi. Paura del referendum, insomma. Se penso alla campagna di promozione del sì/no mi viene in mente l’espressione terrorismo civile, ma io sono l’esageratore. Forse però hanno capito anche loro di aver esagerato un po’ coi toni della propaganda: se voti no, l’apocalisse; se voti sì, la colonizzazione. La posta in gioco è molto seria, certo. Ma prima ci hanno divisi, bloccati nello stallo della paura e ora, negli ultimi giorni, iniziano a dire che il 5 dicembre il mondo continuerà lo stesso. Cercano già di tranquillizzarci! Dormi bambino, dormi sereno. Ma io bambino più non sono. Sbaglierò con la mia testa.

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Trump

Il giorno in cui mi svegliai e Trump era il presidente degli Stati Uniti ebbi un po’ più paura. Credevo di stare ancora sognando, spesso gli incubi danno forma ai timori su cui rimugini la sera prima. Così, cercando di pilotare gli eventi per dare al brutto sogno pieghe migliori, mi concentrai sul miracolo: l’elezione dell’onomatopea razzista alla Casa Bianca dimostrava al mondo che la realtà era diversa dalla sua rappresentazione. Trump si rivelò un cane che non morde, i contrappesi del sistema americano lo tennero a bada quando abbaiava, le minoranze non furono perseguitate, i negozi di armi non conobbero fortuna maggiore, le violenze della polizia diminuirono, la sanità non perse le riforme di Obama e lui non minacciò mai di spingere il pulsante rosso dell’atomica. Nel frattempo, però, dicevo svegliati, svegliati! Ci credevo ancora. Poi mi girai verso il comodino, la tazzina di caffè era già vuota. Più tardi avrei scoperto l’inflazione della foto con la statua della libertà affranta.