Trump

Il giorno in cui mi svegliai e Trump era il presidente degli Stati Uniti ebbi un po’ più paura. Credevo di stare ancora sognando, spesso gli incubi danno forma ai timori su cui rimugini la sera prima. Così, cercando di pilotare gli eventi per dare al brutto sogno pieghe migliori, mi concentrai sul miracolo: l’elezione dell’onomatopea razzista alla Casa Bianca dimostrava al mondo che la realtà era diversa dalla sua rappresentazione. Trump si rivelò un cane che non morde, i contrappesi del sistema americano lo tennero a bada quando abbaiava, le minoranze non furono perseguitate, i negozi di armi non conobbero fortuna maggiore, le violenze della polizia diminuirono, la sanità non perse le riforme di Obama e lui non minacciò mai di spingere il pulsante rosso dell’atomica. Nel frattempo, però, dicevo svegliati, svegliati! Ci credevo ancora. Poi mi girai verso il comodino, la tazzina di caffè era già vuota. Più tardi avrei scoperto l’inflazione della foto con la statua della libertà affranta.

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