Filo

Prima di tutti gli alfabeti scritti o dipinti, c’era già il mondo sonoro intorno e la materia e mille tipi malleabili di filamenti vegetali, a partire dalla semplice erba smeralda, che l’uomo piegava per allacciare le cose realizzando nodi che, se insoddisfatto, poteva sempre riportare alla linea dritta originaria in cui riconoscere ancora la natura e, in quel filo verde, un pezzo dell’universo contenitore, memento della sua condizione filiale. Così immagino i paragrafi che accumulo piano nel tempo, se dubito del loro valore: che sia sempre possibile spiegare gli angoli delle lettere che li compongono e ricavarne chilometri di filo da risalire per trovare l’uscita dal mio labirinto e riveder le stelle nella pianura dei miei giorni senza parola scritta, fatti di verità fisica e ben altro linguaggio che quello alfabetico; solo fiato, sguardi, mani, silenzi e ogni altra materia sonora che poi proverò di nuovo ad allacciare – frammenti a miriadi – del mio piccolo universo.

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4 pensieri su “Filo

  1. Da “Narciso e Boccadoro”, di H. Hesse:

    “Io credo”, gli disse un giorno, “che un petalo di fiore o un vermiciattolo sul nostro cammino dica e contenga molto più di tutti i libri dell’intera biblioteca. Con le lettere e con le parole non si può dir nulla. Talvolta scrivo una lettera greca, un theta o un omega, e girando appena un pochino la penna vedo la lettera che guizza; è un pesce, mi ricorda in un attimo tutti i ruscelli e i fiumi del mondo, tutto ciò ch’esiste di fresco e di umido, l’oceano di Omero e l’acqua su cui camminava Pietro; oppure la lettera diventa un uccello, mette la coda, rizza le penne, si gonfia, ride, vola via… Ebbene, Narciso, tu non dai molta importanza a lettere di questo genere, vero? Ma io ti dico: con esse Dio scrisse il mondo.” “Do loro molta importanza”, disse Narciso con tristezza. “Sono lettere magiche: con esse si possono scongiurare tutti i demoni. Certo, per l’uso delle scienze non vanno. Lo spirito ama ciò che è saldo, formato, vuole poter essere sicuro dei suoi segni, ama ciò che è, non ciò che diviene, il reale e non il possibile”.

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  2. Questo è invece tratto da “Sull’Amore”, sempre di Hermann Hesse:

    “A volte Anselmo percepiva con una lieta e sgomenta commozione le sottili, molteplici connessioni tra l’occhio e l’orecchio, tra l’odorato e il tatto, per begli attimi fugaci sentiva che i suoni, i rumori, le lettere dell’alfabeto erano affini e uguali al rosso e all’azzurro, al duro e al molle, oppure, annusando un’erba o una verde corteccia staccata dal tronco, si meravigliava della strana prossimità con cui il gusto e l’odorato erano tra loro uniti e spesso trapassavano l’uno nell’altro e diventavano una cosa sola.
    Tutti i bambini hanno di queste sensazioni, anche se non tutti con la stessa intensità e delicatezza, e per molti tutto questo è già svanito e come mai esistito ancor prima che abbiano imparato a leggere le prime lettere dell’alfabeto. Ad altri il mistero dell’infanzia resta vicino a lungo, e un resto, un’eco di questo mistero li accompagna fino ai capelli bianchi e ai gradi giorni della stanchezza. Tutti i bambini, finché sono ancora immersi nel mistero, sono costantemente impegnati a decifrare con l’anima l’unica cosa importante, se stessi e l’enigmatica connessione tra la loro persona e il mondo che li circonda. I filosofi e i saggi tornano a queste occupazioni, con gli anni della maturità, ma la maggior parte degli uomini dimentica presto e abbandona per sempre questo mondo interiore costituito da ciò che è davvero importante; per tutta la vita costoro si aggirano nei labirinti multicolori di preoccupazioni, desideri e scopi nessuno dei quali dimora nella loro sfera più intima, nessuno dei quali li riconduce nel loro intimo e a casa”.

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  3. Grazie, Daniela! Hai allacciato altri due fili a quello annodato da me che valgono tanto da restare a guardarli così, intrecciati, senza affatto alcun bisogno di risalire per loro al filo unico, ai fili singoli. E questo nodo qui, fatto di questi due particolari frammenti accostati al primo – ecco il bello – è inedito, mai lavorato prima.

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