Precipitare

Naturalmente avevo mille cose da fare e il tavolo sommerso di fogli, pronto a scegliere su quale lavorare fino a ora di cena. Ma sono precipitato nella tenerezza. Prima di mettermi a lavoro, ho aperto per caso un album di foto che a fine gennaio aspettai si caricassero tutte prima di vederle, senza più ricordarmene dopo. Così, questa era la prima volta che le guardavo: foto al computer in differita di mesi. Ritratti di famiglia, io col maglione delle renne, persone dell’isola nostra, sorrisi fermi nelle stanze colorate da origami di animali appesi ai lumi. È stato un agguato della commozione, scavato nel petto con tutto l’amore che la nostra vita in movimento riserva alla fissità dei giorni passati. Così un tardo pomeriggio di fine marzo ho sognato di indossare il maglione che avevo a dicembre. Volevo sentirlo sulla pelle, volevo persino sudare. In questo precipizio ho capito quanto siamo belli, sentendo appieno la mitologia intima dei cari a cui ho scelto di stare vicino, sentendola senza i gradi violenti che separano la vita informe dal racconto perfetto. È stato il calore di quando, fermandoti, capisci solo quanto tempo hai perso, benedicendo il cielo e la terra per aver fatto alla fine la cosa più importante. La cosa di stare insieme. Quella che porta il frutto migliore. Un frutto a cui darai un nome e una compagnia dopo la morte.

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