Brutte compagnie

Inizio a frequentare brutte compagnie. Quelle di sempre, i miei cari, gli amici radicali, gli amori che fanno da manto al mio nucleo e trovo sempre nei ritorni estivi sull’isola parlata anche da Omero, la terra dei miei padri, terra a cui ormai faccio da scoglio nella città di Enea. Compagnie che, dicevo, iniziano a portarmi a mala strada. Se non smetto di frequentarli, ho pensato oggi, se continuo così e ostinato mi nutro del loro bene, l’importanza e l’interesse di cui usavo rivestire il lavoro che faccio e il mondo che gli ruota intorno – di libri, parole, vetrine, conventicole – rischiano troppo di mostrarsi per il chiacchiericcio pietoso che sono, o il corpo nudo di una più banale noia, e sgretolarsi del tutto lasciandomi in mano solo un grano d’arena. E questo non è bene, compagnie che non mi fate salvare il minimo di valore necessario per concentrarmi ora sulla nuova traduzione che mi aspetta. Questo non è bene, compagnie che sapete quanto amo suonare e mi dite bravo, suonane ancora una e poi un’altra. Questo non è bene, nuove brutte compagnie care di sempre, che in modi invincibili mi distraete con tutto questo amore. Questo troppo amore di viscere e sicuro che una vita è ben spesa anche solo a ringraziare e dirvi anche io, anche io!

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