Per contrasto

Ci siamo tanto addobbati il chiuso che ormai abbiamo la pelle a forma di casa e di condominio. Lo capisci solo per contrasto, se hai passato appena il tempo estivo di una Creazione in modo diverso. Tornato così ieri sera dall’aperto, l’istinto mi ha respinto subito fuori dalle mura pur tanto care e mie – la testa voleva il cielo; l’iride, gli alberi. Stamattina ho letto che sono tornati i cinghiali in città, bestie pericolose, hanno la pelle a forma di bosco. La mia sa ancora di mare vulcanico e limoni cresciuti dalla sabbia, sole di fuoco sul dorso e sedizione.

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Muro

I letti singoli delle mie stanze di ragazzo, dove dormo ancora se passo la notte senza compagna, qui in villa come a Palermo, hanno tutti un versante addossato a parete. Una delle mie più care memorie fisiche è legata a questa disposizione: incastrare la fronte tra lo spigolo del materasso e la fresca pelle del muro, sia quando cerco un appoggio negli attimi in cui vacillo ancora tra la veglia e il sonno, sia dopo essermi addormentato, quando ormai nuoto nell’alto mare aperto dei sogni. La mattina mi alzo e davanti allo specchio mi accorgo di avere dei frammenti di intonaco appiccicati all’angolo della fronte. In effetti, guardando il letto, la parete all’altezza del cuscino è quasi del tutto scrostata e, anzi, nell’evidente cava allargata da questo lavorio notturno si notano anche degli strati intermedi tra il primo colore liscio e gli ultimi grani del cemento, come se in quel punto si mostrasse l’anatomia cutanea della casa nei livelli di epidermide, derma e ipoderma della stanza. Fino a stamattina ho trovato una nuova parte di muro sulla via del sopracciglio destro, come se ogni notte il nido concepito fra materasso e parete subisse una minuscola variazione di altezza. A forza di sognare, mi sono detto, finirà che lo abbatterai questo muro.

Il segnale

Io ho un wireless potente per la luna, ovunque mi trovo prendo il segnale e, se non la vedo subito alzando la testa, in pochi attimi so dietro quale angolo di palazzo o cresta di monte mi sorgerà davanti se resto fermo ad aspettare che la sua minuscola nebula, dopo aver fatto svanire le stelle in quel nero di cosmo attorno alla mia gravità, diventi aura bianca sempre più nitida e poi curva di falce muta e, in base al ciclo, avida o generosa di forma tonda, sasso galleggiante in questa periferia di materia attratto per mistero dal grano azzurro che immagina par suo silente, ma non sa di che voci e musica può battere al suo levare in orizzonte, sul mare al tramonto e oltre la siepe che restò impigliata al suo volere come a una domanda: che fai tu, in ciel?

La sera

Da che mondo è la mia villa, si sentono quasi ogni sera lontani artifici di fuoco sparato nel cielo. Così, abbiamo preso l’abitudine di favolare dopo cena, immaginando a turno per chi battano i tuoni colorati. Ieri, mio fratello ci ha convinti che era per la festa della Madonna delle Grazie – quest’anno ha fatto il miracolo più grande sorridendo alla scema del paese durante la messa: niente lacrime, solo un sorriso lungo e definitivo. L’altro ieri invece è toccato alla mia versione: la guerra allegra faceva girandole razzi e figure per un mafioso passato ai domiciliari in un tripudio di quartiere – c’è voluto poco, ho usato il materiale letto di mattina sui giornali. A volte capita ancora che il cielo resti immobile e appeso alle stelle nel silenzio. In questi casi, l’ultimo boccone di cena fa scatto alla fuga di ciascuno in direzioni opposte, presi da un furore di luna, dileguati a scrutare da un antro diverso e muto del giardino il sereno che batte da Recanati fino a qui. Questa è una di quelle sere, di passi lenti che misurano la grande casa col soffitto dipinto in penombra; di simulazioni arboree dentro le aiuole a sentire infiniti minuti sulla pelle; di caccia al lume errante fra gli aghi dei cipressi; sera di parole a cui nessuno presta il fiato. Parole che scriverle somiglia a rubare.