Cucciolo

L’estate mi fa sentire ancora piccolo, per ciò che piccolo significa vivere una condizione in fondo ancora recente, nuova. La stagione delle più facili ferite sulla pelle rinnova una vicinanza col mondo naturale ormai rara e sempre troppo breve per maturarla come stato davvero acquisito. L’estate è la reiterazione di una maturità fisica irraggiungibile. Avendo la tana in città e per tanta parte dell’anno gli occhi sottratti al mare, maneggio e interagisco quasi solo con plastiche inanimate, coprendo urbanamente la pelle dagli sguardi altrui e dal fresco che ogni notte incoraggia l’inverno a entrare. L’estate ci fa nudi, invece, di una nudità molle che non avrà il tempo di diventare adulta nell’indurirsi della pelle. La prima donna, la più bella, era nuda all’ombra degli alberi, incantava le bestie con un solo sguardo, ma le radici del terreno avevano maturato le piante dei piedi anche a lei. D’estate invece noi capiamo di essere gatti coi cuscinetti per sempre rosa sotto le zampe. Le ginocchia sbucciate da una caduta in campagna, il naso ustionato pur sotto la tesa, i capelli salati del rientro a casa a piedi, i taglietti sulle mani gonfie per i rami spezzati alla brace, le braccia picchiate dalla pallavolo in spiaggia: cuccioli siamo. Pur gravati dai nostri trenta, quaranta, cinquanta e ancor più anni, ogni stagione che ci scopriamo rinnova la nostra parte incallita di immaturità. E così per sempre, davanti alla natura avremo un corpo da bambini.

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