Ere

L’alta montagna nel rigore della sera fuma lenta di nubi e foschie. La danza del vento che tra guglie e crepacci fischia una musica impossibile da sentire in balcone, ma sicura adesso – com’è sicura la vita dei nostri cari altrove, adesso – copre e scopre nei suoi capricci la ciclopica roccia nera e i boschi che ogni anno veniamo a trovare d’estate, per fuggire il caldo impietoso della pianura. E so che il paesaggio non è immune allo scorrere del tempo. Il ghiacciaio della Marmolada si è molto ristretto negli ultimi decenni: che sia frutto di questa nuovissima era, l’antropocene – in cui per la prima volta è l’uomo a incidere sulla natura – o semplice esito scultoreo del tempo che passa da sempre, capisco che è sciocco essere invidiosi dell’apparente immutabilità degli esseri inanimati. L’albero invecchia come invecchia la mia pelle, solo è necessario più tempo di quello sufficiente a scavare le rughe sui volti degli uomini. Le stelle nascono, ardono, poi si spengono e certo non per effetto delle azioni umane. Il movimento, il passaggio delle cose non risparmia niente ed è in questo che posso dirmi fratello dei larici e delle ghiaie, dei canaloni e delle cenge, di queste dolomiti che un tempo erano un arcipelago corallino sotto le acque e adesso, la sera, fanno tremare i fiori di campo e le erbe sotto i tenebrosi scheggioni e le torri inaccessibili. Come il mistero democratico del tempo che avanza a passi discontinui e si dà senza maschera solo nella musica – anzi, nella musicalità – che è il suo ambito, come la spazialità lo è dei corpi, e la visibilità delle presenze, e l’anima di tutto ciò che respira.

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