L’artista minore

Ma ai nomi massimi si accompagnano, ad aiutarli, a incoraggiarli, a preannunciarli, o a costruire in purezza e a parte un loro mondo, maestri in qualche modo minori: minori per quella convenzione che dà, a chi è interprete di stati d’animo più semplici e miti e privi, per innocenza, di “distacco”, un posto più basso di chi è preda di divoranti ardori. [Nei quadri di Cima] il paese e l’uomo parlano con la familiarità di una circoscritta giornata di pace quotidiana. Il bene metafisico è tenuto un po’ in ombra, in ombra il senso di un trionfo: quella quotidianità è intessuta di mille “ruscelletti di salute”, di mille sobri fili; di quel bene lascia tralucere le forze attenuandone le prospettive immense. Tutto è qui, tutto si affratella a noi, è per noi. […] Questo “stare fianco a fianco” per una legge accettata istintivamente sarebbe dunque minore e diverso dal rapporto proposto dai massimi? Forse. Ma non è minore né diverso nella stessa misura in cui, pur rimanendo se stesso, prepara, integra, costituisce variazione. Abbiamo qui le figure e le terre che si ritrovano o più o meno negli altri grandi, ma qui la fantasia vagamente ariostesca che anima le linee dei colli e mobilita le minime vite dei personaggi di sfondo, s’acqueta nel tenace colloquio con una realtà amatissima e impellente alla quale il maestro rimaneva sempre ancorato, nel suo affetto nativo affinato talvolta dal vagheggiamento del ricordo. E i colori delle immagini “portanti” sono da cogliere come frutti. Questo mondo non ci intimidisce, ne sentiamo il respiro, ne sentiamo battere il calmo cuore.
L’armonia veneta si atteggia qui in un suo sogno di onesta fanciulla, sogna se stessa come agreste e soda vitalità, che non vuol nemmeno sapere di quali fatiche e rischi vinti sia testimonianza: e i castelli premono pingui di logge finestre e torri, le stradicciole e le mura gironzolano per balze a misura d’uomo, la chiesetta conversa col querciolo che le fa compagnia, i dirupi si sciolgono in serenate accessibilità, le piante sono quelle che ci donano ombra e che portano dovizia sulla nostra tavola; le donne i giovani i bambini i vecchi vengono dalla campagna di sempre: salute baldanza grazia dignità immediate. È quella di Cima, la variante in cui la realtà veneta appare come “distesa” in un mito benigno e terrestre, senza ieri né domani: da godere ora in questa rifrazione, che non è tutto, ma che, non tremando nemmeno di segrete proposte di superamento, non trema di nulla, è certezza di universale concordia, di un primato in nessun modo discutibile della vita, è pane offerto umilmente come se per diritto dovesse appunto essere “quotidiano”: forse il più difficile.

Andrea Zanzotto (da Un paese nella visione di Cima, 1962)

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