Entrare nella vita

Entrare nella vita è l’espressione usata da Yeshùa nel cunto di oggi per indicare lo scopo del nostro abitare il mondo. L’esatto contrario della rinuncia che da secoli alimenta la retorica del sacrificio cara al veleno cattolico, rassicurante giogo al collo dei timorosi. Altro che rinuncia! Quell’esageratore dice addirittura che nella vita è meglio entrarci mutilati piuttosto che restarne fuori intatti. Vivere è passare strettoie, la possibilità di non vedersi ricrescere i brani di carne incagliati nei denti della cruna. Non per barattare i pezzi del tuo corpo con una salvezza ultraterrena, ma perché dall’altra parte della strettoia c’è qualcosa che per te vale più di tutto, c’è la vita su questo pianeta ecco, e allora devi passare. A volte, la porta per entrare nella vita però non si trova: è il momento in cui la porta siamo noi. Dobbiamo aprirci e dare transito a un’altra anima. Che è un’altra ma sarà pure la nostra, nuova. Dopo essere state aperte, infatti, le porte della vita non si chiudono mai sugli stessi cardini.

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Senza niente dire

C’erano formiche a casa loro grosse così, tra le panche di cemento davanti al mare e invase di persone che al vespro, una volta a settimana, cercano di mangiare parola che le liberi dalla mortificazione religiosa e da altri legacci. In mezzo ai loro gomiti ho pensato a te – oggi ti ho dato il mio suono per la nostra comunione a distanza, da qui all’imminente poi che ti prenderà molta energia – ma non è il mio pensiero che conta, perché ecco, la verità: qualcosa dentro ha trovato le parole per chiedere il giusto, quanto serve per accompagnarti di nuovo fino al sole in ogni caso, e al nostro prossimo sorriso. Parole che non ho sentito io nemmeno, ma si mescolano alla linfa che mi permette di camminare, di alzare la testa alla roccia brunita del Pellegrino, chiedere a un passante che guerra sta combattendo, entrare in casa e dare un bacio a mia moglie. Senza dire niente ad anima, di quello che mi si è chiesto dentro. Per te, fiore di campo.

Il meglio

C’è stato molto caldo ieri e oggi nel grande fuori. Ho dato acqua al nostro verde finché l’imbrunire non ha fuso le piante col bordo delle aiuole in un tutto di immobile incanto. Nessun vivo ricorda di aver comprato almeno uno dei tubi sparsi ai margini della scalinata o nei vari giardini: potrebbero anche stare qui dall’invenzione del cielo. Nel frattempo il sole li ha scoloriti prostrati e spaccati, e nel rito lento mi sono schizzato fin sotto i piedi. Prima di rientrare in casa sono tornato bambino, ho sentito mie le urla di nonna che rimprovera nonno di portare il fango dentro. Rivedo le unghie all’insù dei suoi piedi e il laccio che gli tiene le braghe arrese alle tarme degli armadi. In questi giorni ho fatto anche altro in linea col nono mese: ho sistemato i libri del bisnonno, mi sono fatto tagliare i capelli da mia madre e ho riparato la cara vecchia sedia di lacci. Settembre è il meglio per decifrare le grafie sottili dei biglietti lasciati in mezzo alle pagine; per dire addio a legami che poi ritornano; il meglio per sentirti parte di una storia iniziata prima che nascessi. E seguire tante domande nel sospeso dei giorni a cui nessuno osa dare più il nome di estate.