Amedea

Il mio liuto è un’acqua profumata d’erba, profumata d’alga: l’acqua irriga e fa suonare tutti i fiori dei vasi. C’è il vaso del mare e il vaso del cielo. Nel vaso del cielo è la luna lucente, ombra che respira e parla della terra arata. Dice di una femmina antica la cui mano e il cui seno furono sangue. L’acqua del verso, versata dalla mia bocca, ricama una vasca color morte che versa sangue umano a terra – lo succhia e lo sputa. E nel viso è arsura, arsura nelle mie vene. Ricordo labbra baciate che poi svanirono, una luna che rodeva le ossa, e ora niente è rimasto che non sia finito in cielo.
Ma questa notte, per il vento erra la sabbia e l’occhio è un deserto a forma di carovana. La fanciulla gioca nella tana senza compagno e la mia anima canta: la schiuma è scalza di mare, la luna è seno e intelletto; la rena che s’alza nell’aria pare un velo – è femmina, è femmina: Amedea! Il suo corpo nudo versa profumi dalla punta delle cosce, dalla nuca del culo – gattina berbera – e dalla cruna fica. Fata, canta l’araba amata e la calce di luna è incantata: con me non devi temere nulla, né il lampo del giorno né la fine della luce. Ora il lume di luna è una testa d’oro volatile e nella notte stellata palpita un atto osceno, misto di sangue e interruzione del tempo.

La mia bava è seme, è pura ambra fusa che cola e cola ancora. Il miele della luna cola stelle e con la mano le giro spine nella piaga di sotto: la sua veste è una vela stracciata di sangue, l’acqua diventa rosa come una ferita. Gli occhi della luna adesso hanno fiori e veli di fumo. La sabbia è cenere, e al mio fianco c’è l’ultima femmina. È muta e tramuta, trema e respira e salta, e poco a po’ mi dà la sua mano, e l’arma, e l’anima. E nei marosi, pauroso di pigliare fuoco, dormo sotto il latte argenteo della luna.
Dormo e vedo creature scannate, mani di lama, gelo del tempo, rovo di fica, il seno dorato e la corona del culo, cosce, lingue, labbra e mani, cuori – quanti cuori! – maschi e femmine nudi… “Dormi. Dormi che ti bagno le carni”. Dal cielo cola sangue di femmina che si stèndemi accanto. Poi, silenzio. Amedea è scalza nel sangue. Nel fango. È scalza Amedea. La sua bocca di schiuma è un’orrida ombra che tocca il cielo. Così urlo. Urlo: è viva, è viva la creatura nel cielo! Camperà cento e un’anni, è in salute e volano verdi i suoi occhi dall’abisso scuro e luminoso.

Il corso d’acqua è una corda di liuto, l’unico suono. Il fiore versa la rugiada nell’erba e io sospiro sul fiore della femmina. Dall’abisso guardo il sole di giorno e, se è notte, la luna. Chi guardo? La carne umana sparsa, la sabbia: ossa del tempo, ossa fini della luna, del sole e delle stelle. Confesso, confesso il mio peccato e pago la mia pena. La luna chiara adesso è piena di latte e ogni umore del suo seno nel cielo è una stella. È una porta addossata alla notte, la luna. L’alba combatte la porta da cui escono madre e figlia, da cui entra la luce che bacia la pietra di rosa.
Il tempo macina lento le ossa, lento il tempo lacera le ossa, lento porta padre e figlio, fratello e sorella. Di chi sono queste mani, di chi sono questi occhi e queste gambe: di chi sono? Di chi, questo ombelico, di chi sono questi piedi e queste dita? Di chi, questa fronte, di chi sono queste labbra? E questi capelli: di chi sono? Di chi, queste cosce? Di chi è il petto e il cuore? Di chi è questo profumo? Sulla luna c’è una corda. E l’ombra scura pende pende pende. Di chi è l’ombra? Ogni erba culla, la chiara luna.

  • Versione mia in prosa italiana di Amedea, inedito di Franco Scaldati, lirica in palermitano riflessa sul tema di Medea. Potrebbe dirsi esperimento di parafrasi libera. Per motivi linguistici e tipografici, l’originale è quasi impossibile da fruire su pagina, senza la voce e la timbrica e la scansione ritmica e il tono dell’aedo e l’abitudine al dialetto. Perché la sua visione viva anche in assenza dell’aedo, sfruttando il veicolo della pagina inerte, ho cercato di risalire al percorso generativo del senso e cavarne un gradiente di leggibilità che non può essere soddisfatto dalla semplice traduzione dei singoli vocaboli scelti e messi in colonna senza punteggiatura dal poeta, per ragioni squisitamente musicali. Questa versione sì, perde la densità semantica e la forma sonora dell’originale, ma salva forse l’atmosfera poetica e le visioni che suscita il canto di Scaldati.
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2 pensieri su “Amedea

  1. Elisa ha detto:

    In un antro oscuro mi addentro….di sesso e carne mi vesto…oscuro lo vedo…mi vedo….levo un sussurro o forse azzardo anche un grido… non so……di pura ed estatica meraviglia! Libera….
    Grazie

    Piace a 1 persona

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