Voglio di più

Limerò elegie oniriche negli apolidi recinti di Orfeo. Dirò il tuo nome in versi senza fartene accorgere e, giocando, inventerò orizzonti nuovi, adamantini. Ordinerò le idee volando in altalena e ridesterò i cuori come aulente rosa delle origini. Perché voglio di più. Voglio chiedere di più alle parole, le voglio fatte di lettere magiche di una magia che mi attraversi e poi sfugga al mio controllo. Non lo voglio il controllo, il controllo è il male, è l’illusione peggiore. Allora, alleverò delicati agapanti in attesa del miracoloso angelo e del tuono tropicale – entrambi operosissimi. E mai sazio, rifarò tutto da capo: addestrerò liriche in celesti evoluzioni e, fulmine rapido a nord, cavalcherò elegante sulle cicale ottobrine. Mescolerò albe rubando tanti acquerelli per luminare una cava apollinea dove metterò alle rose in amore spine ovattate lasciando che esistano. Che esistano, tutte. Giuro, a balzi romperò insidie ereditate libando elisir per guidare incontri dove rideranno gli innamorati acerbi. Gestendo tali oneri raccoglierò gigli incantati ovunque e, ancora di più, muoverò alzaie recitando canti oceanìni. Se non dovessi riuscire in niente di tutto questo, so per certo che farò almeno una cosa: aprirò nidi nelle aurore musicando alle nude fate ricami eufonici di infinito.

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Una stanza d’aria

Perché abbiamo smesso di scrivere il luogo da cui mandiamo le lettere, ormai lettere al computer? È solo cambiato il tempo di ricezione – definito reale – non certo i connotati dello spazio, il luogo da cui ogni volta siamo seduti a comporle. Abbiamo azzerato il tempo, ma lo spazio che ospita il corpo (in maniera ancora più fondante e reale del nuovo tempo) non si può azzerare, come scrivessimo da una stanza d’aria che galleggia in cielo. Eppure, a nessuno più importa dove siamo quando gli si dedica il pensiero, a motivo di lavoro, affetto o burocrazia. Non si scrive più. Dove siamo non importa.

Ninfee

La pioggia incessante che apre voragini sulle statali e trascina gli uomini fuori dalle macchine, come stamattina è accaduto sulla Pontina, vicino San Felice al Circeo; questo maltempo che accorcia ulteriormente il giorno buio di novembre negli interruttori già accesi a ora di pranzo in cucina; tutto questo sciogliersi dei cieli nella grande serra che è diventata la casa comune, un giorno trasformerà gli ultimi rimasti in tante belle ninfee adagiate sull’acqua. Tale è lo spirito di adattamento dell’uomo, sopravvissuto già all’era glaciale e ora chiamato a questa nuova sfida: diventare ninfea nel grande ricominciare placido e lento del creato. Sì, i pochi ultimi di noi residui saranno ninfee aperte al nuovo sole in petali bianchi, gialli, rosa, violetto e azzurri. Saremo fiori acquatici molto grandi e decorativi. Non faremo più male a nessuno.

Leda e il cigno

A Pompei giorni fa gli archeologi hanno ridato Leda e il cigno al celeste raggio, all’aperto, come dissepolto scheletro dall’antico oblio. Questi doni del tempo remoto che affiora dalle case rotte, meritarli sarebbe vivere meglio di così, meglio: sarebbe avere una prospettiva fertile di magnifica operosità, che intuendosi già antica muova il presente a occasione di cura sul futuro – veggenza di figli e di tutta la specie, oggi sorda alla guerra comune e sempre più mendìca di morte contro se stessa. La natura farà dei nostri angoli, come ha fatto in passato, vacui teatri e templi deformi. Leda, oggi hanno trovato te insieme al cigno, e come sei bella nel tuo amore scabroso. Domani, qualcuno riavrà dalla terra scavata l’attuale miseria e allora sì – incredibile a dirsi – per moto d’avarizia o pietà, il nostro giorno sarà inestimabile oro ai suoi occhi di pòstero.
Vedessimo oggi noi stessi l’oro che siamo
e ci frana continuamente
di mano.

Margherita (a Firenze)

Mi sono svegliato nel suo cuore e ho consacrato la notte a una fata. Alla fata di un fiore ho consacrato la mia notte fresca di sogno interrotto – Margherita è il nome del fiore, solfeggio d’amore e sua negazione. Felici insieme noi, mi cadeva stanca nelle braccia e poi la curva di un dolore l’adagiava a terra coi petali in torpore. Le mani si chiudevano in cristalli; e le gambe sottili; e il sorriso generoso: lumino basso, sempre più caldo. Nella notte dantesca era infine l’arrivo salvifico di un padre, allora io nel cuore ho aperto gli occhi e così ho visto la fata. Certe volte era falena, certe volte libellula, certe volte era farfalla. Veloce filava nel buio alto dell’ora solare. Un abbraccio è qualcosa da rinnovare, ha detto. E non volevo sognare altro, né più dormire e scordare la mia storia col suo fiore. Come faccio a tornare da Margherita, ho chiesto alla mia fata. Ha detto, a Firenze c’è un palazzo vecchio, un ponte vecchio e una scala antica di tetti che dal portico delle Oblate va alla cupola del duomo, senza passare da basso e nel gran chiasso: bastano due ali di fata, poi un salto e dispàri nel rosa all’imbrunire. Le fate quando ti parlano credono sempre che tu abbia le ali come loro.

Sempre la pelle

Continuo a leggere Franco Scaldati, ricopio i suoi pezzi più belli e si ricama la stanza di luce viva. I teatranti adattano le parole ai loro corpi, mi dice, alle loro voci. I teatranti provano in eterno, sai? Adattano parole costruite da angeli operai all’ombra della luna. Parole come, Il mio amore è un eterno giglio. Parole come, Le mani dei vecchi mutano in coltelli. E non mi libero del Sarto, come lui non si libera di me che dono i giorni alla sua compagnia diafana, tra un recupero e l’altro della mia carne e del fiato tremando nelle prove del gran tempo libero. Intanto, anche io come lui inizio a conservare i miei ritagli – eccone uno fresco di sera, impupato in corsivo. Prendono aerei le mamme coi piccoli al seno in mezzo alle nuvole: chi fa coraggio a chi? È la pelle che fa coraggio. Sempre la pelle.

Pacifico

Ieri sera ho fatto la prima lezione del corso, evento che regala sempre al giorno dopo il sapore di una domenica settimanale. Oggi porterò il motorino dal meccanico, cambierò il filtro anticalcare alla caldaia, telefonerò all’assistenza che ha in ostaggio la lampada difettosa, continuerò a spulciare l’archivio di Franco per il mio progetto, limerò degli acrostici che voglio regalare per Natale, svuoterò la lavapiatti prima che la maestra torni da scuola, mi chiederò ancora come rispondere al mio lavoro che implora novità, masticherò l’attesa per la gita a Firenze dove il 16 novembre racconterò il mio libro alla Sit’n’breakfast, andrò a comprare almeno le casse d’acqua al mercato più vicino e, tra una cosa e l’altra, mi siederò al piano giocando fuori dal tempo per smettere un attimo di farmi domande. Sarà una giornata di quieta vigilanza, semplice su attività proprie dell’esserci nel tempo e nello spazio, pacifica com’è pacifico l’oceano a te adesso più vicino – beato il sole che il giro del mondo lo fa tutti i giorni, mi hai scritto nella mia notte matura aspettando che la tua notte neonata attenuasse gli ori e i rossi del lontano ovest; anche queste, parole tue. Nudo contro l’azzurro o spento dal fitto di nuvole, beato è il sole e pacifico, pacifico il mio giorno.