La scoperta

Alle ultime ore del giorno, ricevuto un messaggio da un amico, ho scoperto la velocità del mio bene: 900 km luce. A tanto viaggia, quando è mosso alla riva che nelle viscere mi apre gigli da sempre. Un attimo dopo ho avuto anche la certezza che la velocità del mio bene è variabile: dovesse raggiungere un cuore più lontano, di transito in Islanda o radicato in Patagonia, aumenterebbe dei chilometri luce utili ad arrivare fin lì in atto di folgore. La corsa del mio bene, inoltre, non dà il fischio del vento né il tuono degli aerei supersonici, ma fa la musica lentissima che oscilla tra le stelle e trema sulle pianure del tempo. È la cosa più strana del mondo, del tutto controintuitiva: il suo passaggio è fulmineo ma produce un suono che rifrange in eterno. Arriva a destino in petto agli amori come il mare, aprendo faglie di sale sui cementi spaccati dai flutti, ma poi resta nell’aria a galla colmando la quinta dimensione. I giri delle sue note vengono presi da attrazioni sempre maggiori verso il centro, dove una porta si apre al mio ritrovamento futuro da parte di figli nipoti e discendenti a seguire innumeri come galassie.

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