Islanda

Islanda, gelata insonnia del sole, ai primi forni di giugno sogno il tuo invito a stringere la mia compagna nel giorno immobile delle volpi artiche e degli angeli. Lontano dai bollori sudici del mezzogiorno, in te spoglio di presunzione, senza commento o allarme che non sia la vicinanza di un orso o l’arrivo di un temporale. La tua nudità mi chiama, e la minuscola vita umana rispetto al paesaggio, le città fantasma inghiottite dalla natura corporea, la nera scogliera di Reynisfjara, la tua infinita lezione. Orecchio teso alla voce delle balene, in bilico sulla frattura visibile della placca terrestre, rifaccio i passi dell’Omero di Palermo in Baires, che ti cantò a sinonimo di felicità. Sono già venuto alla tua custodia, non solo in questo sogno, ma nei disegni di un amico, in alcuni versi composti una notte, nella musica estranea dei Sigur Rós e di Bjork, negli spazi illibati della mia meraviglia. Islanda mancante, meta, altra metà della mela, controcanto alla mia isola madre.

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