Questo nome

Questo è un pomeriggio islandese. In verità è un periodo islandese, molto più grande di quest’unico pomeriggio – più grande all’indietro e in avanti. Ma affiora soltanto adesso. Perciò decido di lasciargli questo nome, come una traccia. È un pomeriggio di scarsa luce ma vitalità certa, il disarmo e la gioia si mordono di continuo e tu capisci tutti: sia quelli che qui si annoierebbero a morte, sia Borges che definì l’isola sinonimo di felicità. In giro non c’è quasi nessuno, lo spazio invita al rimescolo del mazzo interiore. È un pomeriggio di frontiera, a un passo dai miei passi cadono i gorghi della terra estrema. I gesti sono tutti ultimi, penultimi al massimo, in equilibro tra il languore dei saluti e l’impazienza di arrivare sull’altra placca. Nel fiato condensato dal gelo come carta velina si aprono i miraggi degli altri periodi sottili, gli altri rari pomeriggi già vissuti simili a questo. Quale foto necessaria o canzone importante avrò infilato nello zaino? Da lontano l’orso polare sembra una pallina bianca, puoi stare anche un giorno intero a cercare di dargli un calcio, come recita una canzone inventata da mia nipote – sarà stato ieri, o forse l’altro ieri. Il tempo sfumato, sfumato nel gioco per nostra signoria su di lui: servirà anche questo nel sereno di una vita concepibile.

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