Senza Franco Scaldati

A Palermo, la sera di sette anni fa ci ronzavano le orecchie di belle parole su Franco, per le voci degli amministratori in tv: lodi sperticate e mea culpa per una città che non l’aveva saputo valorizzare. Promesse a tinchitè. A Palermo, oggi manco Franco se lo ricorda che è morto sette anni fa. A Palermo, io ho ancora un progetto su di lui che voglio portare avanti ma la vita si è messa in mezzo. Intanto però ho avuto il tempo di chiedermi cose come: ma a Franco gliene fotteva di essere riconosciuto e ricordato? Gli ultimi venti anni passati a fare teatro di comunità in borgata, le mille carte sparse dei suoi spettacoli in perenne ricucitura, la lingua fatta di calli che incagliano nel dialetto lo schifo e la bellezza insieme, inestricabili, sono solo alcune tracce di un’ipotesi: la sua voglia di non restare, voglia di incidere sì, tagliare la faccia dello stupore a chi incontrava, ma senza restare. Non era un suo problema, sarebbe stato un problema dei suoi compagni e dei suoi tanti orfani artistici. Non era un suo problema, restare, perché Scaldati non c’era mai stato nel presente. Può essere? A me pare che siamo stati sempre senza Franco Scaldati e che al suo posto c’era una finestra su un mondo privo di confini tra qui e lì, vivo da prima di lui e fino alla fine di tutti noi. Il suo mondo, le voci a cui dava corda nei testi popolati da vecchi cartonai e fate dei limoni, animali parlanti e ciclisti perdenti, sangue amaro e ironia apocalittica, versacci disumani e canti poetici, giochi violenti e legami vitali, erano lumini pescati in un pozzo scavato da sempre. Che gliene fotteva a Franco di rimanere, se già lui era preso altrove e la cosiddetta attualità non faceva che nausearlo? Eppure, Franco, quante volte mi sono detto già dalla tua morte meno male che non c’è, accussì non fa più bile, davanti a una cornuteria nuova del mondo. Certo, per la città mica pareva che c’eri ormai, anche nella tua vita prima di morire. Sparito sembravi, spettro mmiscato cu niente – buttato nella cuna ostinata dell’amore, alla pesca miracolosa nell’Albergheria dei marginali, spettri loro e tu con loro, all’estrema fine di tutto. Chiunque o nessuno parla di te e io ci vado sempre, quando posso, solo solo per rinfrescare la pelle con la tua poesia e vedere cosa dicono, se sgarrano o se l’hanno capito chi non sei tu davvero.

3 pensieri su “Senza Franco Scaldati

  1. commento io stesso per primo, ricopiando qui un ricordo bellissimo e sincero di Valeria Sara Lo Bue:

    – Mi manca la serietà nella leggerezza, e viceversa. Il rigore, la paura di tardare, premiata da quella voce unica che “non ti preoccupare”. Quella generosità di tempo. Quel lusso nella povertà. Quell’essere conservatori ma di tutto ciò che il mondo consumistico rifiutava.
    Mi manca tutto. Sette anni senza Franco Scaldati sono veramente tanti. Un’altra vita. Una voragine. E a pensarci, sempre la stessa vertigine.

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