Vite al limite

Siamo tornati ieri da una settimana al mare, sull’altro versante dell’isola. Mi mancano il silenzio e la vicinanza della nostra camera alla riva: di giorno, possibilità sempre aperta di fare un tuffo; di notte, ninnananna di spuma sotto le stelle. Ma questa casa di città in cui siamo tornati, in fondo, è una delle più vicine di Palermo al mare, benché la Cala sia interdetta ai bagni e certo silenziosa solo prima dell’alba. Appena arrivati qui, a febbraio, a ogni stretta di timore per il futuro imminente mi rifugiavo nella possibilità di controllare dal balcone le navi che ogni giorno vanno e vengono da Napoli o Genova. Questa visione – sentivo – mi ridarà sempre in bocca il gusto di essere appena arrivato e di restare in uno dei punti di questa città idealmente più “vicini” a Roma, non mi farà mai dimenticare la sensazione di avere le spalle ancora leggere e, se ne avrò proprio bisogno, asseconderà l’illusione di poter prendere il largo allungando un passo sul ponte della nave. Anche durante la quarantena, nel silenzio immobile del porto, ogni sabato a mezzanotte si muoveva il traghetto della GNV, bucando l’idea di essere tutti in gabbia e aprendo misteri sulla sua attività inconsueta. È la fortuna di chi vive al limite, non per collaudare le possibilità estreme del corpo, ma rubando invece qualche sogno a uno scenario di confine, zona molle del paesaggio che vive di transiti. Stasera mi affaccio sulla piazza e mi chiedo: di cos’è fatta la bellezza dei tuffi non programmati, cosa fa scattare la meraviglia delle ninnananne marine? La permeabilità dell’ambiente, forse, e il ricamo possibile di un segreto: caratteri di ogni vita al margine. La spiaggia, così, è lontana; il silenzio è una chimera. Ma ho in tasca un po’ dell’oro che lùce sull’altro verso dell’isola.

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