L’ultimo giorno nuovo

Amore,

oggi è stato il tuo ultimo giorno nuovo in calendario. Domani fai un anno e riprendi il giro, ma sulla tangente delle infinite prime volte che ancora ti aspettano. Questo giorno l’abbiamo salutato passeggiando per la prima volta fianco a fianco in villa, alla lunghissima luce del tramonto. Con una manina ti tenevi stretto alla mia, con l’altra puntavi fisso l’indice in tutte le direzioni, affamato di mondo. Dove andare, appresso alle colombe che si allontanano sempre come l’orizzonte, o verso i ragazzi che fanno esplodere il pallone sul muro della casetta abbandonata? Oggi con te per mano alla villa, sarei potuto essere ovunque sentendomi a casa lo stesso. Tra una direzione e l’altra, un verso e l’altro, mi guardavi felice e io mi sentivo guardato dall’universo. Nel giardinetto condominiale stamattina è uscito il primo glicine e, mentre bevevo il caffè, ho visto un calabrone fare la corte ai grappoli di primavera che ieri non c’erano. Ieri non c’erano. Ieri non c’eri. Non ci sei stato per tantissimo tempo. Non ci sono stato per tantissimo tempo. Mai, non ci sono stato mai. Ti ho visto oggi, in piedi, nello spazio ben più grande della caldissima casa dove abitiamo, eri molto più piccolo di un calabrone che ronza attorno alla pergola, ma da solo riempivi ogni geometria della terra battuta e l’immenso verde e l’aria più alta dei rami che fanno casa ai pappagalli e ai corvi, tra i pini marittimi e le antiche mura di Aurelio. Avvolgimi per tanto altro tempo ancora con l’incandescenza delle tue connessioni che doppiano in velocità le mie. Corri ancora e più che puoi verso la tua misteriosa abbondanza, senza timore delle potature che verranno. Benvenuti sulla terra, dicono i tuoi occhi. Tuo padre e tua madre festeggiano questo buon primo giro, ancora commossi e increduli. Commossi e increduli che, un anno fa, questa era la tua ultima notte a testa in giù nella camera del sangue. E non lo sapevamo. Come l’infinito di quello che ci aspetta,

meraviglioso.

Fuggire via nudi

Oggi abbiamo letto la passione secondo Marco, testo tanto lungo da non lasciar spazio all’abituale omelia: prima benedizione. Un testo tanto denso da offrire mille appigli per riflessioni di ogni genere: seconda benedizione. Il totale mi ha commosso come sempre, ma è un dettaglio ad avermi rapito. Spesso non si fa caso ai dettagli nei vangeli, piccole descrizioni tra eventi enormi e ben più memorabili. Io invece mi ci rompo la testa perché è roba pur presente e degna di stare lì, secondo la volontà del narratore (volendo riassumere in un solo nome un’intera tradizione orale, quindi teoricamente ancor più severa di quanto può esserlo un singolo individuo, rispetto a cosa tramandare e cosa no). Il dettaglio di oggi, il particolare che un’intera tradizione ha voluto salvare, si trova alla fine dell’arresto di Gesù, nel Getsemani. Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono. Lo seguiva però un ragazzo, che aveva addosso soltanto un lenzuolo, e lo afferrarono. Ma egli, lasciato cadere il lenzuolo, fuggì via nudo.

Questa figura misteriosa si distingue dagli altri fuggiaschi per due elementi: per un attimo viene afferrato; poi fugge nudo. Quale decisione poetica c’è dietro questi due elementi? La mancanza di studi teologici lascia la fantasia tutta spalancata sulle spiegazioni possibili. Cosa significa essere afferrati, anche solo per un attimo? Cosa significa fuggire via nudi? E c’è un legame tra le due cose? La nudità è forse l’unica condizione possibile di fuga dopo essere stati afferrati? E insieme, a ritroso: perché questo ragazzo si trovava lì? Perché era avvolto solo da un lenzuolo? Sui precedenti che lo condussero lì in quelle condizioni non posso dire granché, senza il giusto tempo e i dovuti riferimenti. Qualcosa però si può dire sull’episodio in sé. Il ragazzo viene afferrato perché resta un attimo più di tutti accanto al Gesù ormai fallito; più dei seguaci strettissimi, più di quanto saprebbe fare oggi chiunque. La Storia così gli mette addosso gli artigli, come stava facendo col rabbì tradito. Il peso è insostenibile e, per fuggire, il ragazzo deve abbandonare il lenzuolo che lo copriva. La sindone di questo morto ambulante che si era attardato al fianco di Gesù è tolta allora, come simbolo di una resurrezione che lo riporta allo stato di purezza adamitica? Oppure, al contrario, l’insostenibile vicinanza al Gesù fallito gli ha fatto perdere l’elemento candido, aprendolo alla fuga adulta come dopo il genesiaco assaggio dall’albero della conoscenza?

Se la prima interpretazione sminuisce il valore della fuga, che invece conta moltissimo perché assimila infine il ragazzo a tutti gli altri, il secondo tentativo restituisce senso a entrambi gli aspetti: la fuga e la nudità. Fuga, dunque, come reazione all’insostenibile conoscenza della vera identità di Gesù che comprendeva la cruna di un fallimento. D’altra parte, non si può dire che gli apostoli fuggiti non conoscessero l’identità di Gesù. Il fatto è che non se ne rendevano conto, come poi faranno dopo la resurrezione. Questo ragazzo invece si è reso conto davvero di chi è Gesù, nel momento più difficile: questa è la differenza tra lui e gli altri fuggiaschi ancora vestiti. Se questo è vero, il simbolo della nudità può comprendere entrambe le interpretazioni delineate prima: dopo aver capito il passaggio obbligato di Cristo per la cruna, restare dentro la Storia è insostenibile per questo ragazzo, che però resuscita davanti alla scoperta della vera cifra di Gesù.

Eccolo allora il nostro che, quasi personificando in modo liberatorio il desiderio di Gesù sull’allontanamento del calice, prefigura un Adamo che rinasce e fa il percorso inverso al primo uomo: la vera conoscenza, prima che si compia la resurrezione, lo caccia fuori dalla Storia e lo fa tornare così com’era uscito, di corsa, nell’altro giardino dove si sta nudi e non ci sono soltanto ulivi. Continui pure la Storia il suo corso, deviato per sempre da un apparente fallito, eterno fuorilegge dello spirito davanti a ogni dottrina.

Saprai essere terra

Saprai essere terra, figlio mio? Saprai allargare, spaccare il caro e modesto vaso in cui abbiamo trasferito le radici dopo il saluto a Palermo? I nostri appoggi spingono ma non trovano luogo, trabocca a volte l’acqua, non viene assorbita e soffoca. Vivere stretti così non permette di crescere, la curva di coccio è dura ma, anche spaccandola, fuori deve esserci la terra. Come vorrei darti aria e racconto del grande campo da cui vengo, da cui vieni. Dobbiamo riavere terra. Se tu sarai terra, se crescerai qui insegnandoci la vastità, l’oltre fecondo di questa vita lontana dall’origine, noi torneremo a espanderci, di storia fusto braccia rami dita e foglie, per te che avrai il massimo nutrimento. E saremo viventi simili a nessun altro nel campo attorno, saremo noi l’origine conquistata a morsi di bufera, avremo un colore unico e nella corteccia i segni del buio prima che cielo e terra fossero divisi. Ma tu sei già la nostra terra, amore. Nessuno ci ha suggerito il nome degli elementi che la abitano e noi siamo chiamati a un battesimo incessante. Vorremmo solo conoscere la lingua da cui saremo parlati e qui non ci sono maestri a cui fare domande, da cui imparare – cioè ricordare – il mondo prima di questo mondo nuovo che è il tuo sorriso.

Fluttuazioni

Da qualche parte ancora i figli del Sessantotto protestano, senza sapere come andrà a finire. Da qualche parte ancora i palermitani del 1992 vibrano contro la mafia, senza conoscere delusione. Da qualche parte ancora l’occidente si sente unito, senza dubitare dell’11 settembre. Da qualche parte ancora gustiamo insieme il pranzo domenicale in villa, ignorando i morsi della lontananza. E quel grumo energetico di figli e palermitani e occidente e noi stessi, e altro ancora di precisamente luminoso, fluttua nell’aria aspettando solo di poter radunare un’altra volta le sue molecole. La vita è per la maggior parte la lenta gestazione di un’epifania, figlio che mi dai le spalle giocando sul libro sonoro a dirigere con mano sospesa la musica breve di ogni pagina. Ed è lunedì, e nessuno crederebbe mai possibile una cosa del genere il lunedì.