Io e Leopardi

La differenza tra me e Leopardi è che io so cosa c’è dietro il colle, eppure dall’esclusione dello sguardo che fa la gobba al già conosciuto traggo comunque l’infinito, che invece a lui nasceva proprio dalla mancata informazione. Dietro il mio colle romano – per dirne una – c’è Palermo, l’infinito spaesante di una città che ancora mescola i suoi confini coi miei ogni volta che ci torno. E mi perdo, di nuovo: si sovrappone l’idea di me stesso al carattere del luogo. Se rimango invece al di qua del colle, di vedetta nel mio avamposto qui a Roma, posso ancora cantare il mondo con l’infinita mia voce, che è sì palermitana ma unicamente mia, non più della città porto. E questa voce la tengo in mano, mi fa da bussola ovunque per sondare i misteri e i caratteri esteri di ogni cosa. Il mare in cui l’azzurro poeta annega io lo conosco, ne vivo ogni goccia al dormiveglia sulla cuccetta della Florio o della Rubattino. Così navigo l’infinito che mi unisce e separa le camere dell’essere, che è mare notturno dalla chiglia pieno di lucciole smosse.

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