Una foglia

Mi hai regalato una foglia secca intatta ancora dopo oltre vent’anni. Foglia di platano aperta e grande come una mano piena di vene e buchi del tempo. Se la fisso in silenzio, alita una musica di nove minuti e cinquantacinque. La ascolto ora dopo almeno dieci anni che non osavo guardarla e mi trovo seduto nella mia stanza di ragazzo. La fiamma della candela mi attira sul blu che avvolge lo stoppino e quasi mi dimentico che colore ha il fuoco per tutti. Scrivo su un quaderno pentagrammato per chiedere alle parole di farsi tonde liquide e imprevedibili, giuste come un silenzio tra due amanti. Il pianoforte suonato dalla foglia va lento e dolce, scatta poi di capriole bambine per frenare di nuovo sull’orlo dei miei occhi. Ti vedo, vedo il momento in cui mi hai regalato la foglia color terra mai pestata, sottile e ancora pronta al raggio di sole dopo oltre vent’anni.

Un mistero positivo

A quest’ora della sera, ormai si può ben dire sul far della notte, gli insegnanti non hanno smesso la loro veste mortificante di burocrati e seguitano a compilare una delle tante caselle telematiche che compongono il singolo giudizio del primo quadrimestre per ogni alunno, molti essendo titolari di più materie – dopo aver fatto, ovviamente, le ore diurne negli istituti e iniziato le valutazioni in riunioni online il pomeriggio a casa. Molti dicono che il loro lavoro è una pacchia, e loro lavorano per lo stesso stipendio ridicolo di sempre rispetto all’importanza del compito e alla fatica spesa; per la stessa scuola che già oltre dieci anni fa chiedeva alle famiglie di portare la carta igienica mancante nei bagni; nella stessa nazione che prima delle ultime utili emergenze era comunque abituata a notizie di tetti crollati in edifici scolastici; lo stesso paese che paga una ultra trentennale dichiarata crisi della politica, ora giunta al pettine nelle ipotesi credibili di scalata al vertice costituzionale da parte di un oligarca. Cosa spinge questi insegnanti a lavorare ancora sul far della notte, così? Di certo, nulla che possa trovare riscontro nello stato presente delle cose (deteriorato ormai anche per il terrore aziendale di cosa potranno dire i genitori degli alunni, davanti a una valutazione non gradita). Per questo, ancora di più, grazie, insegnanti: siete il mistero positivo che giustifica la non estinzione di un settore pubblico gestito senza la minima cura né più ombra di senso. E domani, come ogni giorno, altre lezioni.

Talismano

Nel cosmo esplode senza tregua un’infinità di stelle e pianeti, uno per ogni cuore furioso che qui di notte brucia senza luce sapendo che oltre quel dolore non lo aspetta alcuna guarigione. I corpi celesti si polverizzano generando onde concentriche nella sordità del vuoto spaziale, perché ogni corpo disperato sulla terra resti intero a ospitare l’esultanza della gioia per tutt’altro, quando sarà passato l’ennesimo attacco: la trafittura tende le radici di un bene preteso unicamente per sé, non per altri e nemmeno per i figli. La rabbia per il negato diritto alla felicità ramifica detonazioni nell’universo per ogni anima infilzata sulla terra. Non sarebbe così immenso il cosmo se non dovesse ospitare – e c’entrano appena! – tutti i fuochi accesi negli umani abissi di solitudine. Dov’è corto il respiro, come una sintassi di lingua in codice, una miccia innescata nella materia oscura, un sogno da dimenticare prima dell’alba.

Il pirata

Per esempio è bello il momento del giorno, dopo cena, in cui lei è a letto, io sistemo la cucina e Arturo in pigiama fa la spola tra noi correndo pieno di sorrisi, per la certezza piratesca di possedere il mondo con l’audacia di un passaggio nel corridoio semibuio, felice di sottrarsi ai limiti del tempo concesso prima di dormire. Il pirata rallenta sull’uscio della cucina (l’angelo lo salva dallo spigolo del tavolo) si ferma davanti a me, alza la fronte quasi al tetto per guardarmi e io ho davanti una stella, tra il lavello e il cassetto delle posate. Che ci fai ancora in piedi? dico raccogliendo le briciole che restano a fine giornata. L’amore fa un ghigno di ripicca ulteriore (finalmente gli sta uscendo anche l’ultimo incisivo), volta i piedini con manovra incerta e segue il fulmine diretto all’altro capo della costellazione. In camera prende il secondo rimprovero, lei lo fa salire sulle coperte dicendo Guarda che anche papà sta venendo a letto. E del resto che c’è fuori, la notte – financo tra i diamanti del cielo nero – non ho più memoria.

Farfalle

Crescendo si diventa farfalle e pochi sono disposti a guardarci ancora da vicino accettando l’inquietudine che dà il bruco deforme: quasi tutti si contentano di salutare il nostro volo caotico tenendosi a pochi passi per dire che belle ali, le cose gli girano bene, resto un po’ e torno alle mie lune. Quando sei piccolo le cose importanti ti vengono annunciate come “da uomo a uomo”. Quando sei uomo capisci che tra pari si parla invece come “da stanchezza a stanchezza”. E quanta fatica c’è spesso nel divertimento! Una canzone famosa spiega tutto in modo semplice: ognuno in fondo è perso dentro i fatti suoi. L’equità della solitudine non consola e, benché ogni giorno possiamo trovarci a desiderare l’eremo per qualsiasi motivo, il vero è che in noi – se c’è ancora battito – esiste il bambino che sentendo la continuità del tutto animato e inanimato protesta di non poter giocare più con nessuno; protesta di non poter dire a un suo pari cosa si prova ad agitare le pecore nell’innaffiatoio, offrendogli il prossimo giro davanti al presepe e di nascosto alla nonna, per poi magari strappargli il gioco di mano subito dopo; perché una mano ci sarebbe a cui strapparlo, un compagno ci sarebbe da indispettire, una pace ci sarebbe da reinventare. E tempo ancora, prima che le farfalle inizino a volare.