Un librone

Ieri è arrivato a casa un librone Adelphi del 1986. Stamattina l’ho aperto, ho letto un testo che già ben conoscevo e mi sono accorto per la prima volta di un aspetto che nessuno ha mai sottolineato di quel testo, nelle sue tante citazioni saggistiche. Alzo gli occhi dalla pagina e resto in ammirazione fisica: il grande formato, la grammatura consistente, il font riconoscibile, la testatina, i corpi diversi dei caratteri, l’odore della carta matura, le quinte azzurro avio delle alette in sovraccoperta, questa precisa combinazione di ogni elemento mi ha predisposto e fatto vedere quello che altrove non avevo mai visto, all’interno dello stesso testo, in tutti gli altri luoghi fisici e digitali di consultazione. E mi è sembrato di stare per un attimo davanti al volto in filigrana di Roberto Calasso, di più: quasi mi è parso di sentirne la voce, la cadenza, il timbro, nell’ovatta di uno studiolo pieno di libri a ogni latitudine. Diceva, lo stai facendo bene, perché noi lo abbiamo fatto bene; questo è l’oltre fantastico dei pensieri comunicanti; questo, diceva, è il motivo che ci ha sempre convocati nel golfo mistico dell’inattuale. Inconsumabile.

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