Un ossimoro infinito

Poco fa pensavo alla vita eterna, prima di andare a letto; così, in generale. Ma più che pensarci, la contemplavo. Forse, anzi, è solo grazie a questo che ho capito subito perché è davvero impossibile pensarci, concepirla: non per l’idea in sé di eternità, ma più per l’accostamento contraddittorio che propone rispetto alla definizione di vita. La prima condizione della vita infatti è il cambiamento, la ri-generazione, l’adattamento a stati sempre nuovi – si parli di cellule, psiche o emotività; la prima condizione dell’eterno è invece la stasi, la conservazione, l’identità immune ai mutamenti. Per questo non si potrebbe nemmeno dire di sognarla, la vita eterna: sarebbe come dire che sogniamo una cosa e il suo contrario allo stesso tempo. Poi ho pensato a Leopardi. Se fosse vivo, sarebbe certo contento de L’infinito, per ragioni compositive, per la sua felicità sonora e favolistica. Non credo però che si sentirebbe ancora ben rappresentato da questo idillio: per lui, solo per lui, ironia della sorte, L’infinito non è eterno perché dice quella fase precisa della sua vita e della sua ricerca poetica, altrimenti non avrebbe scritto altro in seguito per cantare in modo vario aspetti diversi della sua immaginazione mutata col passare del tempo. Una poesia allora può essere eterna, ma un uomo che sogni d’essere vivo, per ciò che implica la vita, non può che rifiutare ogni offerta o promessa di eternità. Questo gran rifiuto, del resto, non allude affatto all’idea che l’eternità debba per forza essere più vasta della vita. Si basa solo sull’evidenza che sono due cose opposte. Può ben darsi che la vita sia più grande, che il mutamento superi sempre la stasi. Per quanto ancora ignoto, l’universo ci dimostra che la materia è in continua trasformazione. Forse oltre la vita c’è solo la vita, e l’ossimoro della vita eterna meritava da secoli questo smascheramento. Ma se vogliamo dare comunque una definizione al sogno della nostra vita, che sia almeno coerente con la vita stessa e usi un attributo, se non altro, allineato e già ben descritto una volta per tutte da un uomo vivo: infinito.

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Il peggiore dei diavoli

Parto il giorno dopo i Magi. Come loro, raggiunto l’indice aereo di uno spigolo, oggi torno alla casa lontana per altre vie, converse da una manifestazione che mi ha segnato e serbo meditandola nel cuore. Ma c’è una luce che pare maggio, per le strade un tepore d’incanto e il sole: c’è questo da lasciare e pietre antiche, specchio degli avi saraceni che mi ribollono nel sangue. L’invitto prende questa città a schiaffi sui balconi e modella le ringhiere come a volerla svegliare, non da un sonno – ché non dorme del tutto – ma da un torpore che la fa recidiva, colpevole, bastarda, lieta di correre allo sprofondo. Benché l’età adulta scavi sempre al quotidiano di ognuno una cinta di solitudine, qui tutti vivono più vicini fra loro godendo alla radice un amore e un calore altrove inesistenti, ma al prezzo alto di un contagio: le reciproche ansie, nevrosi, concorrenze affettive, invasioni di campo e occhi giudicanti, da domare se vuoi crescere un seme che risponda a ragioni solo tue e non altrui. Per questo sono contento di aver preso nove anni fa la via foresta dell’anonimato sociale che ti presenta per ciò che fai e non per la tribù a cui appartieni; per questo sono triste, quando registro i segni della violenza amorosa sui volti dei rimasti in isola ferma. Ben che partire sul far della sera e guardarla dall’alto, passando le ali sulla città, mi permette di darle ancora il beneficio del sonno effettivo, e mi sembra che non ci sia niente di più bello che vedere dormire, forse anche sognare, il peggiore dei diavoli.

Tenere

Sono ore che interrogo i fili che mi legano alle persone importanti rimaste sull’isola; fili che non smetto di tenere pur non capendo ancora di che materia siano fatti, per essere tanto forti da tenere anche dopo anni di lontananza, lievi sul mar Tirreno la notte; da tenere contro ogni bufera o terremoto abbia scosso la mia casa centrale che somiglia a un faro dove, per impararlo a memoria e muovere al destino i miei messaggi, ho inciso l’alfabeto dei gabbiani sul petto. Li tengo ancora perché di questi fili io sento la tensione di risposta, la vita che parte dalle mani delle mie persone rimaste al sud, a farmi da meridiana. È strano tenere qualcosa di cui non riconosci altrove la fibra, che non puoi nominare. Se il talento della scrittura è dire bene ciò che resta pure inspiegabile, io ci rinuncio, esagero in semplicità e solo, questa fibra che non smetto di tenere, la chiamo adesso tenerezza.

Vieni

Vieni alla luce in un giorno di pioggia, tu che porti il nome di un vento favoloso, e mi ricordi che è luce anche questa sotto le nuvole, sono colori anche questi dei palazzi alberi e mobili di casa e del primo maglione che indosso, pur se arrivano tutti all’iride come traduzioni infinite dello stesso tono caligine. Adesso ho capito il motivo della forma che ha il mondo, adesso, ed è l’impertinenza estrema della vita che mai tace di mezzo anche a mille devastazioni, manifesta in una sfera unica azzurra di incessante gravidanza. La pioggia batte in balcone e rinforza la trama nei miei verdi globi alla finestra inventando scie sonore di fiume sotto le gomme delle auto che passano. E questo angolo di pianeta si fa umido – umide le foglie della pianta rimasta fuori, umide le lamiere posteggiate da ieri, umide le parole di chi aspetta al semaforo – umido il pianeta com’è rorido di umore uterino chi nasce e rompe la membrana del massimo segreto. In un’ora qualunque del giorno, sotto ogni forma del cielo, effusa in qualsiasi tono di luce, viene la rugiada di un’alba che per un attimo ferma ogni altra vita in cammino. È passata da poco la mezzanotte, non so dire se il giorno è ancora lo stesso o se invece chiamarlo domani. So che tu vieni. Hai atteso la luna piena di novembre che si specchia sui tetti lucidi per trasformare le vite di molti.

Ed è questa la volta

Come pure sotto il cielo a volte siamo chiusi, rinchiusi in noi stessi e i nostri compagni ci chiedono cos’hai, e l’aria né i colori o la luce e i profumi intorno ci toccano la pelle, così altre volte – ed è questa la volta – siamo soli rinchiusi nella stanza a lavorare e pure sentiamo l’azzurro e i pastelli della natura tutta come i palpiti degli alati nel vespro batterci ai polsi e allora sì, mossi dall’impeto che ci sfonda il petto, ringraziamo disperatamente le pareti e i muri di casa, ultimo contenimento allo svanire del nostro organismo in tutte le direzioni del vento, se apriamo la finestra all’universo e al continuo della materia celeste.

Antenna

L’antenna non decide quale segnale prendere, li prende tutti. Poi, chi ha il telecomando decide quale canale veicolerà tra tutti i segnali l’antenna. Ora, io non so se qualcuno ha in mano il mio telecomando. Ma so che, come spesso rimbalzo qui canali fecondi, questa sera mi sembra di non poter evitare il rilancio di un dolore a cui non so dare il nome. Dolore del mondo, direi al massimo della precisione. Me ne sto fermo e la città fuori dalla finestra mi parla di quanto freddo fa dopo la pioggia, nei vicoli della suburra crepano i barboni, per una stupida febbre o per i calci dei fascisti. Me ne sto fermo e una galleria fotografica di Marilyn Monroe sul Corriere.it mi dice il dolore nascosto dietro quei sorrisi di angelo tradito. Me ne sto fermo e, come le mie colleghe antenne, questa notte sopra i tetti delle città sogno verdi foglie sui nostri rami di ferro. Non voglio più le carezze dei fulmini, non voglio più del vento i segreti. Il dolore quando è tanto, quando è forse del mondo intero che ti sfiora, si traduce tutto nella parola più abbandonata, con l’interrogativo inutile alla fine. Perché? Puoi ripeterla mille volte ma sarà sempre, mille volte sola; come l’antenna, non risolve, non decide lei. Non decide niente.

Inaudito

A quest’ora della giornata ormai prossima all’attracco, ma ancora presa nelle manovre di ingresso al porto, anticipo il silenzio che la notte può donare a una città. Già prima di cena, si esaurirà la tosse dell’asciugatrice in funzione perenne nella lavanderia sotto casa. Il suono delle posate sui piatti, poi, sostituirà quello nervoso dei clacson in piazza lasciando le auto libere di scivolare lontano. Più tardi ancora, solo una risata alcolica dal marciapiede o i gomiti del carro netturbino graffieranno l’audio televisivo azionato dopo cena. Messa a tacere ogni scatola collegata alla corrente, la notte si stenderà in balcone sul filo d’acqua della fontana nel giardinetto del condominio. Reciso quell’unico mormorio, sentirei ancora il respiro della città, i lontani echi della veglia romana che fluttua nell’aria ingiallita dai lampioni. Lasciando però tutta questa antichità al buio pesto delle ore più nuove, in glorioso blackout fin oltre il raccordo, e superati i grilli delle campagne mute fino al lido più vicino, riuscirei a sentire il rumore del mare, qui, dalla mia ringhiera urbana. So bene che ci riuscirei. Ma ho paura che ormai ingestibile, questo infinito calando, abolita ogni forma di vita sonora tra il mio orecchio e la costa, non smetterebbe più di ingoiare il suono successivo e a quel punto sì, anche il battito marino, costringendo il moto delle acque salse alla stasi definitiva per il mio languore esagerato. Così il troppo amore, ho sentito dire, spesso uccide l’oggetto amato.