Tenere

Sono ore che interrogo i fili che mi legano alle persone importanti rimaste sull’isola; fili che non smetto di tenere pur non capendo ancora di che materia siano fatti, per essere tanto forti da tenere anche dopo anni di lontananza, lievi sul mar Tirreno la notte; da tenere contro ogni bufera o terremoto abbia scosso la mia casa centrale che somiglia a un faro dove, per impararlo a memoria e muovere al destino i miei messaggi, ho inciso l’alfabeto dei gabbiani sul petto. Li tengo ancora perché di questi fili io sento la tensione di risposta, la vita che parte dalle mani delle mie persone rimaste al sud, a farmi da meridiana. È strano tenere qualcosa di cui non riconosci altrove la fibra, che non puoi nominare. Se il talento della scrittura è dire bene ciò che resta pure inspiegabile, io ci rinuncio, esagero in semplicità e solo, questa fibra che non smetto di tenere, la chiamo adesso tenerezza.

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Vieni

Vieni alla luce in un giorno di pioggia, tu che porti il nome di un vento favoloso, e mi ricordi che è luce anche questa sotto le nuvole, sono colori anche questi dei palazzi alberi e mobili di casa e del primo maglione che indosso, pur se arrivano tutti all’iride come traduzioni infinite dello stesso tono caligine. Adesso ho capito il motivo della forma che ha il mondo, adesso, ed è l’impertinenza estrema della vita che mai tace di mezzo anche a mille devastazioni, manifesta in una sfera unica azzurra di incessante gravidanza. La pioggia batte in balcone e rinforza la trama nei miei verdi globi alla finestra inventando scie sonore di fiume sotto le gomme delle auto che passano. E questo angolo di pianeta si fa umido – umide le foglie della pianta rimasta fuori, umide le lamiere posteggiate da ieri, umide le parole di chi aspetta al semaforo – umido il pianeta com’è rorido di umore uterino chi nasce e rompe la membrana del massimo segreto. In un’ora qualunque del giorno, sotto ogni forma del cielo, effusa in qualsiasi tono di luce, viene la rugiada di un’alba che per un attimo ferma ogni altra vita in cammino. È passata da poco la mezzanotte, non so dire se il giorno è ancora lo stesso o se invece chiamarlo domani. So che tu vieni. Hai atteso la luna piena di novembre che si specchia sui tetti lucidi per trasformare le vite di molti.

Ed è questa la volta

Come pure sotto il cielo a volte siamo chiusi, rinchiusi in noi stessi e i nostri compagni ci chiedono cos’hai, e l’aria né i colori o la luce e i profumi intorno ci toccano la pelle, così altre volte – ed è questa la volta – siamo soli rinchiusi nella stanza a lavorare e pure sentiamo l’azzurro e i pastelli della natura tutta come i palpiti degli alati nel vespro batterci ai polsi e allora sì, mossi dall’impeto che ci sfonda il petto, ringraziamo disperatamente le pareti e i muri di casa, ultimo contenimento allo svanire del nostro organismo in tutte le direzioni del vento, se apriamo la finestra all’universo e al continuo della materia celeste.

Antenna

L’antenna non decide quale segnale prendere, li prende tutti. Poi, chi ha il telecomando decide quale canale veicolerà tra tutti i segnali l’antenna. Ora, io non so se qualcuno ha in mano il mio telecomando. Ma so che, come spesso rimbalzo qui canali fecondi, questa sera mi sembra di non poter evitare il rilancio di un dolore a cui non so dare il nome. Dolore del mondo, direi al massimo della precisione. Me ne sto fermo e la città fuori dalla finestra mi parla di quanto freddo fa dopo la pioggia, nei vicoli della suburra crepano i barboni, per una stupida febbre o per i calci dei fascisti. Me ne sto fermo e una galleria fotografica di Marilyn Monroe sul Corriere.it mi dice il dolore nascosto dietro quei sorrisi di angelo tradito. Me ne sto fermo e, come le mie colleghe antenne, questa notte sopra i tetti delle città sogno verdi foglie sui nostri rami di ferro. Non voglio più le carezze dei fulmini, non voglio più del vento i segreti. Il dolore quando è tanto, quando è forse del mondo intero che ti sfiora, si traduce tutto nella parola più abbandonata, con l’interrogativo inutile alla fine. Perché? Puoi ripeterla mille volte ma sarà sempre, mille volte sola; come l’antenna, non risolve, non decide lei. Non decide niente.

Inaudito

A quest’ora della giornata ormai prossima all’attracco, ma ancora presa nelle manovre di ingresso al porto, anticipo il silenzio che la notte può donare a una città. Già prima di cena, si esaurirà la tosse dell’asciugatrice in funzione perenne nella lavanderia sotto casa. Il suono delle posate sui piatti, poi, sostituirà quello nervoso dei clacson in piazza lasciando le auto libere di scivolare lontano. Più tardi ancora, solo una risata alcolica dal marciapiede o i gomiti del carro netturbino graffieranno l’audio televisivo azionato dopo cena. Messa a tacere ogni scatola collegata alla corrente, la notte si stenderà in balcone sul filo d’acqua della fontana nel giardinetto del condominio. Reciso quell’unico mormorio, sentirei ancora il respiro della città, i lontani echi della veglia romana che fluttua nell’aria ingiallita dai lampioni. Lasciando però tutta questa antichità al buio pesto delle ore più nuove, in glorioso blackout fin oltre il raccordo, e superati i grilli delle campagne mute fino al lido più vicino, riuscirei a sentire il rumore del mare, qui, dalla mia ringhiera urbana. So bene che ci riuscirei. Ma ho paura che ormai ingestibile, questo infinito calando, abolita ogni forma di vita sonora tra il mio orecchio e la costa, non smetterebbe più di ingoiare il suono successivo e a quel punto sì, anche il battito marino, costringendo il moto delle acque salse alla stasi definitiva per il mio languore esagerato. Così il troppo amore, ho sentito dire, spesso uccide l’oggetto amato.

Per contrasto

Ci siamo tanto addobbati il chiuso che ormai abbiamo la pelle a forma di casa e di condominio. Lo capisci solo per contrasto, se hai passato appena il tempo estivo di una Creazione in modo diverso. Tornato così ieri sera dall’aperto, l’istinto mi ha respinto subito fuori dalle mura pur tanto care e mie – la testa voleva il cielo; l’iride, gli alberi. Stamattina ho letto che sono tornati i cinghiali in città, bestie pericolose, hanno la pelle a forma di bosco. La mia sa ancora di mare vulcanico e limoni cresciuti dalla sabbia, sole di fuoco sul dorso e sedizione.

Voce

Canta in me sempre e a volte ancora sento la voce bambina che muta col tempo e non solo è diversa dall’angelo acuto che ci accorda l’infanzia, ma è cambiata dai diciotto ai venticinque e da quelli a questi miei di oltre dieci maggiori. Anni. E in questi momenti sfiora la pelle tipo menta liquida a richiamare il fresco e il sapore acerbo che non ho perso, aspro dell’amore che fa un male d’immaginazione sovrana rispetto al vero che istruisce limiti di mani – un vero anche da scardinare con quell’amore, se pure a costo di ucciderlo via. Canta in me e somiglia a un languore purpureo tiranno che dall’oasi mi grazia di non avere più sete un istante, ma nel cuore un battito giunto dalla catastrofe remota che ha messo al mondo l’universo, al tempo il divenire, alla musica la mia voce e i suoi timbri cangianti, le altezze raggiunte, i profondi maturati, i colori dei suoi tessuti aerei in chiave di ventre e bemolle, vigilia, di si.