I salvati

Aspettano qualcuno che venga a salvarli. Contro ogni retorica del volontarismo, contro ogni invito a metterci del proprio, zero faber fortunae suae. Immobili aspettano. Senza tendere la mano a chi offre il braccio, né soffiare appelli a chi passa accanto. Aspettano fermi e di peso che li prendano. Come statue di sale, diverse da quelle finte che salutano al primo obolo per ridere ai turisti. Aspettano e basta, niente, fatti sale che non respira. A volte non aspettano più neanche d’essere presi senza invito, fatti oggetto di rimproveri e commozioni, di carezze; a volte si perdono e basta, mirando la culla fatta dal vento alle verdi cime degli alberi. I salvati, da loro stessi sono salvati: come pretendere che facciano loro il primo passo, magari il secondo, per convincersi a sciogliere il sale che li tiene sotto? Servono dieci cento mille passi, fatti prima tutti e solo da chi decide di pescarli, mentre loro stanno morti, posati, fedeli alla radice di loro stessi. E la pesca è una danza di cervici dure e sparizioni, preludio a cento ritorni che scavino luce utile a farli fidare, farli sognare senza tema di cadere. Tutti sono invidiosi dei salvati perché niente, dicono, gli è dovuto: questa feccia è rimasta ferma senza chiedere, collaborare, né volere. I salvati hanno voluto solo aspettare, persino più di quanto hanno voluto essere salvati. Ma è questo il loro merito più grande, inarrivabile, l’attesa ferma contro ogni canto di sirena. E il merito vale ai salvati lo stacco dalla pelle mondana tormentata di grigi, natura tradita, psiche aggirata, cuore ignorato, budella ritorte, fronte abbuiata, fiato gravato, schiena incurvata. Qualcuno, di carne fiato e presenza, li ha salvati.

Le mie dita

Ieri sera in balcone, mano in tasca, ho sentito stringere un po’ il mignolo dove in genere tengo l’anello di nonna. Ma non lo avevo, era posato sul comodino accanto al letto. Sarà che ti penso sempre e ieri ho capito che ormai il mio mignolo sinistro è tuo per sempre. Poi però ho ricordato che tutti usano questo dito per misurare la parte più piccola in termini di qualità, come: Allevi non vale un dito mignolo di Bollani. E mi sono detto, no. Lei vale tanto. Ida, che mi comunicava la sua vita al pianoforte, dove il mignolo serve a cantare le ottave periferiche e inarrivabili, le più remote, sognate dalle altre dita che balzano a cavare anima da altri tasti. Così ho apprezzato la qualità unica di ciascun limite della mia mano, titolare delle occasioni che posso cogliere ogni giorno del tempo breve. Andare lontano (mignolo), dire a chi appartengo (anulare), toccare il profondo alle cose (medio), puntare l’ultimo orizzonte (indice), agguantare i sentimenti fuggitivi (pollice) – mi prendi la mano, accosti il dito al mio che gli corrisponde e scopri di nuovo che sono uguali, ti diverte ogni volta: vediamo, di chi è questo? Nostro, nonna.

Ardere

Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture? Yeshùa non se n’è andato: stava per farlo ma i viaggiatori l’hanno trattenuto per la sera. Rimanendo, poi, alla lettera è solo diventato impossibile da vedere e i due, che all’inizio litigavano sulle cose accadute, alla fine si trovano col cuore caldo e convertono la rotta. Non arriveranno mai a Emmaus, il luogo mancato più famoso del mondo, ma faranno ritorno alla città del tempio. Oggi anche io sono tornato al tempio, che qui a Roma mi pare in mano a presbiteri scelti in base a una scala carismatica rovesciata: più innocua è la loro retorica, disincarnata con gran mestiere in automatismi rodati che non danno fastidio alla comunità residua di anziani, più in alto arrivano nella capitale di tutte le parrocchie. Oggi però ho sentito pure io ardere il cuore. Saranno state le letture, vive, tutte scelte dal libro nuovo e non dal vecchio. Ogni tanto (dico, non sempre) mi capita di rompere il gesso dell’omelia alienante e così, nell’intimità di oggi, un calore mi ha fatto accostare le mani al petto nel discernimento fra ritualità e memoria. Un ardore che mi teneva sveglio, presente a me stesso, senza più cura o pena per il gesso che di certo aiuta a evitare le fratture imposte dalla libertà, tanto raccomandata ma dolorosa da abbracciare. È stato allora che ho sentito veramente di concelebrare la messa, come è pure definita dall’istituzione l’opera di ascolto e risposta dell’assemblea, immaginando poi – tornato a casa – di rispondere così alla domanda, com’è stata la messa: celebrazione scarsa, concelebrazione potente. Emmaus può aspettare.

Specchio

E gli alberi sono belli e il cielo a tinte pastello, e il mare impetuoso e i monti, vestiti di neve o non ti scordar di me. E può essere bello vero anche un mobile o una scarpa, un paesaggio islandese e un monumento vicino casa, e tutto, tutto quello che gli occhi – se pur non bello – vedono tanto splendido da provarne invidia. E può essere bella una gatta o uno strumento musicale per com’è, bello da guardare muto e dire è perfetto, nella forma e nello scopo, maledetti noi che manchiamo di quella perfezione, nella forma e nello scopo. E tutto finirebbe qui, con la cattiva considerazione di noi stessi, nata per difetto dall’aria meravigliosa che ci nutre ogni giorno, se solo non fossimo noi gli unici, gli imperfetti, ad avere la qualità essenziale perché il mondo sia tanto bello o anche perfettamente brutto: la qualità emotiva e un alito che non sa restare chiuso in bocca, né dietro gli occhi o dentro le orecchie, e non si tiene mai dall’investire ogni forma del creato si trovi alla massima portata del nostro riflesso.

Precipitare

Naturalmente avevo mille cose da fare e il tavolo sommerso di fogli, pronto a scegliere su quale lavorare fino a ora di cena. Ma sono precipitato nella tenerezza. Prima di mettermi a lavoro, ho aperto per caso un album di foto che a fine gennaio aspettai si caricassero tutte prima di vederle, senza più ricordarmene dopo. Così, questa era la prima volta che le guardavo: foto al computer in differita di mesi. Ritratti di famiglia, io col maglione delle renne, persone dell’isola nostra, sorrisi fermi nelle stanze colorate da origami di animali appesi ai lumi. È stato un agguato della commozione, scavato nel petto con tutto l’amore che la nostra vita in movimento riserva alla fissità dei giorni passati. Così un tardo pomeriggio di fine marzo ho sognato di indossare il maglione che avevo a dicembre. Volevo sentirlo sulla pelle, volevo persino sudare. In questo precipizio ho capito quanto siamo belli, sentendo appieno la mitologia intima dei cari a cui ho scelto di stare vicino, sentendola senza i gradi violenti che separano la vita informe dal racconto perfetto. È stato il calore di quando, fermandoti, capisci solo quanto tempo hai perso, benedicendo il cielo e la terra per aver fatto alla fine la cosa più importante. La cosa di stare insieme. Quella che porta il frutto migliore. Un frutto a cui darai un nome e una compagnia dopo la morte.

Porta Felice

I destinati si incontreranno nella città che ha una porta Felice davanti al mare, da cui sale un asse arabo fino ai monti che, intorno a lei di spalle, fanno della città una conca vigilata dal promontorio più bello del mondo, il Pellegrino, che ha la forma di un cane a cuccia. Gli arrivati dalle acque si chiederanno sempre se dorme e un giorno si alzerà per andarsene, la bestiola di alberi falchi e santa rocca degli appestati, o se invece aspetta come Argo senza sognare altro a occhi aperti che il loro confluire dagli antipodi della sfera vivente. Nessuna pioggia di inizio primavera darà sconforto alle attese di luce che li muoverà dalle loro solitarie cune alla cala comune di tutto porto. Una fiducia, quella dell’onda impetuosa che si lancia a riva senza tema di morire infranta o assorbita, ma certa di traboccare in marea nel petto di chi guarda l’orizzonte; una fiducia ha già vinto qualunque paura della vita che li attende passando quella porta: Felice.

La voglio ogni giorno

La voglio ogni giorno e per tutto l’anno. Pazienza se alcuni mesi di più e altri di meno: mi rimetto alle decisioni della rivoluzione terrestre. Basta che abbia la mia fiala quotidiana. Averla pure avuta finora non me l’ha mai fatta sembrare normale, tanto mi serve davvero: diretta, più o meno calda, traversa, sfumata, lontana, morente. Basta che sia naturale. Che sia anzi nel nome di chi mi sta accanto, tanto mi serve davvero. Nei suoi occhi. Per accendermi come i prati si accendono, come il mare, come il cielo si accende e l’anima ignorante che non sa morire, che non sa che vuol dire e non capisce come si possa fare.