A due a due

A sommo dell’ascesa pomeridiana, davanti alla ripresa della scrittura per lavoro, si rischiano più agguati nostalgici di quelli messi già in conto per l’aria mite della sera; e capisci che, più di tutto, la differenza tra la giovinezza e la sua coda morente negli anni che bruciano decadi a grappoli è la cifra dei rapporti: prima, pochi e totalizzanti; ora, molti e parcellizzati sui mille tavoli dove hai giocato le tue carte. Ma resta imperitura la luce che scaldava i nostri pomeriggi di confidenze e musica, dubbi condivisi e porte ancora aperte, quando la cura dei rapporti era garantita dal loro limite numerico, dal rilancio fisico sul limite espressivo della cornetta e dal tempo che ci restava ogni giorno, per andare nel quinto mese a cercare insieme ciliegie da appendere alle orecchie, prima di mangiarle. A due a due.

Annunci

La domanda

Quando dici sarebbe stato bello vivere in quel passato piuttosto che oggi, forse ti vedi nella primavera del 1913, sotto la finestra di Debussy che suona agli amici la Golliwogg’s cake-walk, o al sole della stessa primavera che batte sul portone di casa Proust: hai la copia di Swann appena uscita e aspetti per un autografo. Ma la domanda è: avresti fatto altro, a parte consumare i giorni nell’adorazione? Se credi di no, puoi sorridere ai tuoi beniamini anche da qui. Se credi di sì, bene: fammi vedere che cosa, di tuo, avresti fatto leggere a Marcel o sentire a Claude. In fondo, qui, gli anni portano lo stesso piccolo numero finale che sentivi in bocca ai tuoi nonni. Nel prossimo ’18, chi sognerà di aver vissuto in questo ’18, anche se fra un anno scoppiasse il corrispettivo della prima grande guerra che, certo, si sarà sentita anche sotto quella finestra o davanti al quel portone? In futuro, chi di noi verrà sognato così tanto da far dimenticare per un attimo ai posteri le catastrofi in cui anche noi stiamo ballando?

Sabbia

All’inizio siamo compatti, ci conosciamo e facciamo insieme cose belle, facendo bella ogni cosa: in compagnia di amici o parenti più affini di altri, cadiamo nel presente al calore di un affetto in primo piano su tutto. Passano gli anni e, dopo tante altre felici cadute insieme, per mille motivi decenti e riassumibili in una sola parola – vita – ci disgreghiamo. Smettiamo di essere compatti e, uno a uno, ci stacchiamo come briciole dalla crosta: un giorno gli uni vedono cadere nel presente gli altri, restando però nella parte alta dell’ampolla di vetro e scoprendo di essere sempre stati sabbia, mentre i compagni di tanti anni passati insieme rimpiccioliscono nel vano oltre la strettoia. Il tempo così fa scendere, soli, uno alla volta nella clessidra, i grani dell’universo umano. Molti sognano di trovarsi accanto anche dall’altra parte. Qualcosa in loro alimenta una fiducia nel rimescolo del caso.

Un ossimoro infinito

Poco fa pensavo alla vita eterna, prima di andare a letto; così, in generale. Ma più che pensarci, la contemplavo. Forse, anzi, è solo grazie a questo che ho capito subito perché è davvero impossibile pensarci, concepirla: non per l’idea in sé di eternità, ma più per l’accostamento contraddittorio che propone rispetto alla definizione di vita. La prima condizione della vita infatti è il cambiamento, la ri-generazione, l’adattamento a stati sempre nuovi – si parli di cellule, psiche o emotività; la prima condizione dell’eterno è invece la stasi, la conservazione, l’identità immune ai mutamenti. Per questo non si potrebbe nemmeno dire di sognarla, la vita eterna: sarebbe come dire che sogniamo una cosa e il suo contrario allo stesso tempo. Poi ho pensato a Leopardi. Se fosse vivo, sarebbe certo contento de L’infinito, per ragioni compositive, per la sua felicità sonora e favolistica. Non credo però che si sentirebbe ancora ben rappresentato da questo idillio: per lui, solo per lui, ironia della sorte, L’infinito non è eterno perché dice quella fase precisa della sua vita e della sua ricerca poetica, altrimenti non avrebbe scritto altro in seguito per cantare in modo vario aspetti diversi della sua immaginazione mutata col passare del tempo. Una poesia allora può essere eterna, ma un uomo che sogni d’essere vivo, per ciò che implica la vita, non può che rifiutare ogni offerta o promessa di eternità. Questo gran rifiuto, del resto, non allude affatto all’idea che l’eternità debba per forza essere più vasta della vita. Si basa solo sull’evidenza che sono due cose opposte. Può ben darsi che la vita sia più grande, che il mutamento superi sempre la stasi. Per quanto ancora ignoto, l’universo ci dimostra che la materia è in continua trasformazione. Forse oltre la vita c’è solo la vita, e l’ossimoro della vita eterna meritava da secoli questo smascheramento. Ma se vogliamo dare comunque una definizione al sogno della nostra vita, che sia almeno coerente con la vita stessa e usi un attributo, se non altro, allineato e già ben descritto una volta per tutte da un uomo vivo: infinito.

Il peggiore dei diavoli

Parto il giorno dopo i Magi. Come loro, raggiunto l’indice aereo di uno spigolo, oggi torno alla casa lontana per altre vie, converse da una manifestazione che mi ha segnato e serbo meditandola nel cuore. Ma c’è una luce che pare maggio, per le strade un tepore d’incanto e il sole: c’è questo da lasciare e pietre antiche, specchio degli avi saraceni che mi ribollono nel sangue. L’invitto prende questa città a schiaffi sui balconi e modella le ringhiere come a volerla svegliare, non da un sonno – ché non dorme del tutto – ma da un torpore che la fa recidiva, colpevole, bastarda, lieta di correre allo sprofondo. Benché l’età adulta scavi sempre al quotidiano di ognuno una cinta di solitudine, qui tutti vivono più vicini fra loro godendo alla radice un amore e un calore altrove inesistenti, ma al prezzo alto di un contagio: le reciproche ansie, nevrosi, concorrenze affettive, invasioni di campo e occhi giudicanti, da domare se vuoi crescere un seme che risponda a ragioni solo tue e non altrui. Per questo sono contento di aver preso nove anni fa la via foresta dell’anonimato sociale che ti presenta per ciò che fai e non per la tribù a cui appartieni; per questo sono triste, quando registro i segni della violenza amorosa sui volti dei rimasti in isola ferma. Ben che partire sul far della sera e guardarla dall’alto, passando le ali sulla città, mi permette di darle ancora il beneficio del sonno effettivo, e mi sembra che non ci sia niente di più bello che vedere dormire, forse anche sognare, il peggiore dei diavoli.

Tenere

Sono ore che interrogo i fili che mi legano alle persone importanti rimaste sull’isola; fili che non smetto di tenere pur non capendo ancora di che materia siano fatti, per essere tanto forti da tenere anche dopo anni di lontananza, lievi sul mar Tirreno la notte; da tenere contro ogni bufera o terremoto abbia scosso la mia casa centrale che somiglia a un faro dove, per impararlo a memoria e muovere al destino i miei messaggi, ho inciso l’alfabeto dei gabbiani sul petto. Li tengo ancora perché di questi fili io sento la tensione di risposta, la vita che parte dalle mani delle mie persone rimaste al sud, a farmi da meridiana. È strano tenere qualcosa di cui non riconosci altrove la fibra, che non puoi nominare. Se il talento della scrittura è dire bene ciò che resta pure inspiegabile, io ci rinuncio, esagero in semplicità e solo, questa fibra che non smetto di tenere, la chiamo adesso tenerezza.

Vieni

Vieni alla luce in un giorno di pioggia, tu che porti il nome di un vento favoloso, e mi ricordi che è luce anche questa sotto le nuvole, sono colori anche questi dei palazzi alberi e mobili di casa e del maglione che indosso, pur se arrivano tutti all’iride come traduzioni infinite dello stesso tono caligine. Adesso ho capito il motivo della forma che ha il mondo, adesso, ed è l’impertinenza estrema della vita che mai tace di mezzo anche a mille devastazioni, manifesta in una sfera unica azzurra di incessante gravidanza. La pioggia batte in balcone e rinforza la trama nei miei verdi globi alla finestra inventando scie sonore di fiume sotto le gomme delle auto che passano. E questo angolo di pianeta si fa umido – umide le foglie della pianta rimasta fuori, umide le lamiere posteggiate da ieri, umide le parole di chi aspetta al semaforo – umido il pianeta com’è rorido di umore uterino chi nasce e rompe la membrana del massimo segreto. In un’ora qualunque del giorno, sotto ogni forma del cielo, effusa in qualsiasi tono di luce, viene la rugiada di un’alba che per un attimo ferma ogni altra vita in cammino. È passata da poco la mezzanotte, non so dire se il giorno è ancora lo stesso o se invece chiamarlo domani. So che tu vieni. Hai atteso la luna piena di novembre che si specchia sui tetti lucidi per trasformare le vite di molti.