Respiro

L’amore è il mio lungo respiro. Il suo ossigeno mi tiene in vita per cicli lunghissimi, da consumare anche mesi interi, tra una sola immissione e emissione di fiato. Sono due organi gemelli in moto continuo per recuperare l’aria, ridarla al cielo e ripetere lo stesso movimento. Difeso dal costato, l’amore presiede al senso della mia vita senza negare il vuoto tra la fine di un’emissione e l’inizio del respiro successivo. Se il corpo funziona così, ricordandoci che pure il bene maggiore – l’aria – deve rispettare il limite di cui siamo fatti, fermandosi ogni volta sulla soglia della nostra capienza alveolare, vuol dire che è necessaria anche la negazione di fiato, negazione di ossigeno, negazione d’amore, perché si dia un ciclo nuovo, ancora vita, ennesimo respiro, altra pienezza. Non riesco a immaginare uno che, fatto il primo respiro, corra a sostituire i polmoni dicendo l’ossigeno è finito, questi due non funzionano. Sa infatti che l’amore comprende anche il non-amore per alcuni istanti decisivi, in base al limite di ciascuno, al vigore dei polmoni, alla capacità del torace. Se il mondo è ancora in piedi, l’inatteso ci riempie l’amore d’aria nuova ma sono sempre i nostri polmoni, gli stessi fin dalla nascita. Come oggi, dopo molto tempo, abbassata per un attimo la mascherina, l’inverno mi ha messo nelle narici l’epifania di cos’era sempre stato camminare col volto aperto agli elementi. Ridandomi la voglia di un altro lungo respiro.

Pezzetti

Si chiude un anno importante come pochi altri. A parte il contagio mondiale di paura e l’ibernazione di ogni vicinanza umana, è nato mio figlio. Al centro della prima ondata, il 30 marzo, il mare si è aperto formando due alte pareti per darci all’asciutto invincibile di una vita in arrivo. Dopo nove mesi, cifra che mette in pari la sua durata intra ed extra uterina come altre due pareti sospese, mio figlio si diverte a stracciare la carta. Per questo gioco, oggi ho recuperato due dei tanti foglietti che, ormai da quasi un anno, stacco ogni mattina dal calendario e conservo per scriverci appunti sul retro. Via il primo, in mille frammenti poi gettati a terra; via il secondo, graziato da pochi strappi ma sempre fatto a pezzi finiti sotto il seggiolone. Ci siamo affacciati a guardarli. Non so cosa provasse lui ma, intuendo ancora la curva di un numero o la lettera di un giorno della settimana, io ho avuto un’illuminazione. Tienili tutti, ho pensato, falli a pezzi e resta solo tu qui, col tuo dentino e mezzo scoperto quando sorridi anche con gli occhi. A quel punto però era l’ora della pappa, e anche questo mi è parso illuminante, giusto: i bisogni primari e la corporeità spazzano via ogni palco favolistico della vita. In fondo, davanti a quegli unici due giorni eliminati dalle sue piccole mani curiose, l’intero calendario era già quasi del tutto sbiadito.

Pupilla

Quello che sta dietro il sole prima non lo vedevo, ma ho passato un paio di stretti sul canto delle sirene alla facilità dell’abbandono. E sono caduto, nessuno mi aveva legato. In qualche modo sono tornato, ma non sono più come ho iniziato. Per vedere cosa c’è dietro il sole l’anima si trasforma. C’è un momento in cui la distanza è giusta, la luce ti fa il pieno di grazia, il calore è un guanto sulla pelle, non devi nemmeno socchiudere gli occhi. Ma non smetti di andare avanti. Allora succede come al foglio che si accartoccia e speri che un lembo fluttuando arrivi dietro la stella ancora integro, benché annerito su tutto il perimetro. Quel nero che ti circonda è la porta aperta sull’altra parte. Così arrivi dietro il sole e vedi che esiste luce senza rimbalzo celeste o atmosfera che la espanda per rinnovare la creazione. Esiste luce che non dà vita e si perde nel vuoto che ospita la sterminata materia alla deriva nel buio. Volevi sapere cosa c’è dietro il sole e ora consumi il rimorso più amaro: ti sei avvicinato troppo e hai esaudito il desiderio, passando dall’altra parte. Il varco resta aperto, si può benissimo tornare indietro – se parlo è perché non sono rimasto lì. Ma da allora, anche nel giorno più tiepido e gentile, io fatico a ignorare la gigantesca pupilla nera che ho visto dietro il sole.

Avvento

Nel buio cadono i confini, non sai dove ti finiscono le mani, non vedi cosa rischia di romperti il naso a un passo né sai dov’è il ginocchio se non rovini su una mezza altezza ignota. Nella notte, l’unica è chiedere una relazione, allungarsi alla cieca per trovare i confini di qualcos’altro e capire i tuoi. Se rinunci ad avere confini però e non tocchi niente, se resti tanto calmo da sopportare il nero, sgranando gli occhi nel nulla puoi anche immaginare che le valli si alzino e i monti e i colli si abbassino, che il terreno accidentato diventi piano e quello scosceso arrotondi in una vallata. Se non tocchi nemmeno il tuo corpo e resti tanto calmo da sopportare il vuoto, chiudendo gli occhi puoi anche favolare di indossare peli di cammello chiusi da una cintura di pelle attorno ai fianchi, e di trovarti in quel deserto da così tanto che non ricordi più quando hai iniziato a nutrirti di cavallette e miele selvatico. Allora saprai che qualcuno viene dopo di te a scioglierti il calore necessario sulla testa, per illuminarla. È tuo figlio. Una voce griderà ai quattro angoli della terra di consolarti, ma il chiaro sarà già tornato e tu non avrai davvero più bisogno di essere consolato né di raccontare cosa sei stato nella notte che – solo ora lo sai – consumava un lungo, lunghissimo avvento.

Il bene soltanto

Canta l’unisono dei grilli nel giardinetto condominiale, beati misteri verdi negli interni dei palazzi romani. Il fiotto della fontana davanti alla pergola insiste nel tentativo di avvicinare il cielo chiaro di stanotte senza altre voci come la sua in perenne caduta sull’acqua. La luna si è già affacciata nella grande cava dei balconi accanto ai vetri accesi del vano ascensore. Nessuno torna a casa, nessuno esce passando accanto alle biciclette lasciate all’umido e ai ragni. Il mio bene soltanto viaggia nell’aria battendo ogni corsa volenterosa della luce, raggiungerebbe la più antica galassia prima di lei dove fosse un terminale che mi corrisponde. Mi parte dal petto, arriva nella stanza palermitana che lo ha generato e porta il carico buono della mia storia: a loro volta, da lì possono sentirlo. L’amore è l’unica rete senza fili che non dà malattie, anzi tiene viva ogni cosa e motiva al fondo tutte le opere che valgono il mio tempo breve. L’onda si nutre del bene che ancora mi sento voluto da chi pure non c’è più e da quelli che invece saltano ancora tra balsami e spine, credendo che la vita meriti comunque sempre più del suo opposto. E mi apro a una domanda come un bianco fiore di cactus: che cosa è davvero la pace?

La cancellata

Settembre, tempo dell’occasione, soglia molle tra due stagioni, avvicendarsi di nostalgia del vivere all’aperto e immaginazione dell’anno a venire. Il nono mese invita a spingere fuori qualcosa di nuovo, generato infine dal periodo meno strutturato di tutto l’anno. Sembra questo il mese più in linea con la gomma che ha cancellato nei molti appena trascorsi tante parole a noi familiari, lasciandoci l’incertezza di un foglio quasi tutto bianco. Sento di avere i mezzi per scrivere una vita che valga ancora e anzi più di prima, conferma delle mutazioni avvenute e ancora da esplorare. Credo di avere salvato un paio dei vecchi strumenti, e certo ne ho uno nuovissimo benché ad oggi tutto da imparare: un futuro appena nato. Per inventare di nuovo ogni cosa, chiunque dovrà volersi e volere. Volersi bene e voler bene, non c’è altro in gioco. Sarà la prima cosa da tradurre sul foglio nuovo, portandola da questa parte della vita accecante come il sole che rimbalza sulla carta bianca, vuota e senza macchia: la “cancellata” di settembre.

Transito

La vita di tutti, io credo
è in mille varianti
un tentativo commovente.
Fai del mondo e dei fatti che vivo
la lingua con cui mi parli,
Signore. Salva il transito
dei vivi che muovono alla luce
in ambo le direzioni,
verso fuori ma addentro pure
la tua gabbia millenaria
– ad alcuni serve un pettine
ad altri vento nei capelli
per esserci ancora.
Tu li aspetterai ogni giorno
lì, col nome che ti hanno
dato o rifiutato.

Il creato

Ti piace, l’albero, verde? Ti piace, il cielo, azzurro? E il mare, ti piace liquido? Ogni cosa ti presento e ogni domanda è sincera. Figlio, con te alla finestra, ignoro l’impotenza del mio capriccio e che le cose sono già date prima del nostro arrivo. Te lo chiedo con tutto me stesso: ti piace, l’albero, verde? Ti piace, il cielo, azzurro? E il mare, ti piace liquido? Tu metti la bocca a forma di mondo per lo stupore e sorridi ogni volta per dirmi che tutto ti piace com’è. Ma la durata dei tuoi esami toglie il fiato. Credo che potresti dirmi anche di no, metto vero in conto che potrebbe non piacerti una parte del creato e allora io mi darei a cambiarla, sicuro di riuscire. Ti chiederei solo un po’ di tempo. Andrei alla fucina del monte che ribolle, fonderei la materia e ti farei di nuovo una domanda per ogni cosa e così, avanti, finché l’esame dei tuoi occhi non finirebbe in un sorriso. Ti piace, l’albero, azzurro? Ti piace, il cielo, arancione? E il mare, ti piace come vola il mare? Vedi piccolo, ti direi, è stato sempre tutto così.

Grammatica dei talenti

La vita di chi crede in qualcosa, la vita di chi ha affrontato la propria libertà e paga consapevolmente il prezzo delle sue scelte, suscita sempre negli altri una gamma di sensazioni che oscillano fra due estremi: pena e ammirazione. Da Gesù a Freddie Mercury, da Galileo a Paolo Borsellino, da me a mio cugino. Pena, per la solitudine rispetto alle pur valide alternative a cui la persona libera ha rinunciato; ammirazione, per la compagnia di luce che vive ai margini dell’unico sentiero scelto. Lucio Dalla una volta disse che il musicista è l’incrocio perfetto tra un angelo e un rottame. Siamo da quelle parti, ammirazione e pena. Spesso mi è capitato di pensare a volte con grande ammirazione, altre volte con un pizzico di pena nel cuore, a uno stesso artista o a un conoscente che ha fatto della sua vita un’opera d’arte. Ammirazione, per l’immensa dignità che riveste le persone libere; pena, per il prezzo che costa la gestione di quella libertà in maniera totale. Se Gianni Rodari scrisse un’intera grammatica della fantasia a partire da un binomio fantastico, è possibile dunque fissare da questo binomio realistico – pena / ammirazione altrui – la misura di una vita adulta, feconda, che chiameremo grammatica dei talenti: promemoria sulla necessità di ospitare dentro di noi sia l’angelo che il rottame. Perché serve talento per vivere davvero, il coraggio di restare a mani vuote confidando nel ritorno moltiplicato delle poche monete iniziali.

Senza Franco Scaldati

A Palermo, la sera di sette anni fa ci ronzavano le orecchie di belle parole su Franco, per le voci degli amministratori in tv: lodi sperticate e mea culpa per una città che non l’aveva saputo valorizzare. Promesse a tinchitè. A Palermo, oggi manco Franco se lo ricorda che è morto sette anni fa. A Palermo, io ho ancora un progetto su di lui che voglio portare avanti ma la vita si è messa in mezzo. Intanto però ho avuto il tempo di chiedermi cose come: ma a Franco gliene fotteva di essere riconosciuto e ricordato? Gli ultimi venti anni passati a fare teatro di comunità in borgata, le mille carte sparse dei suoi spettacoli in perenne ricucitura, la lingua fatta di calli che incagliano nel dialetto lo schifo e la bellezza insieme, inestricabili, sono solo alcune tracce di un’ipotesi: la sua voglia di non restare, voglia di incidere sì, tagliare la faccia dello stupore a chi incontrava, ma senza restare. Non era un suo problema, sarebbe stato un problema dei suoi compagni e dei suoi tanti orfani artistici. Non era un suo problema, restare, perché Scaldati non c’era mai stato nel presente. Può essere? A me pare che siamo stati sempre senza Franco Scaldati e che al suo posto c’era una finestra su un mondo privo di confini tra qui e lì, vivo da prima di lui e fino alla fine di tutti noi. Il suo mondo, le voci a cui dava corda nei testi popolati da vecchi cartonai e fate dei limoni, animali parlanti e ciclisti perdenti, sangue amaro e ironia apocalittica, versacci disumani e canti poetici, giochi violenti e legami vitali, erano lumini pescati in un pozzo scavato da sempre. Che gliene fotteva a Franco di rimanere, se già lui era preso altrove e la cosiddetta attualità non faceva che nausearlo? Eppure, Franco, quante volte mi sono detto già dalla tua morte meno male che non c’è, accussì non fa più bile, davanti a una cornuteria nuova del mondo. Certo, per la città mica pareva che c’eri ormai, anche nella tua vita prima di morire. Sparito sembravi, spettro mmiscato cu niente – buttato nella cuna ostinata dell’amore, alla pesca miracolosa nell’Albergheria dei marginali, spettri loro e tu con loro, all’estrema fine di tutto. Chiunque o nessuno parla di te e io ci vado sempre, quando posso, solo solo per rinfrescare la pelle con la tua poesia e vedere cosa dicono, se sgarrano o se l’hanno capito chi non sei tu davvero.