L’ultimo giorno nuovo

Amore,

oggi è stato il tuo ultimo giorno nuovo in calendario. Domani fai un anno e riprendi il giro, ma sulla tangente delle infinite prime volte che ancora ti aspettano. Questo giorno l’abbiamo salutato passeggiando per la prima volta fianco a fianco in villa, alla lunghissima luce del tramonto. Con una manina ti tenevi stretto alla mia, con l’altra puntavi fisso l’indice in tutte le direzioni, affamato di mondo. Dove andare, appresso alle colombe che si allontanano sempre come l’orizzonte, o verso i ragazzi che fanno esplodere il pallone sul muro della casetta abbandonata? Oggi con te per mano alla villa, sarei potuto essere ovunque sentendomi a casa lo stesso. Tra una direzione e l’altra, un verso e l’altro, mi guardavi felice e io mi sentivo guardato dall’universo. Nel giardinetto condominiale stamattina è uscito il primo glicine e, mentre bevevo il caffè, ho visto un calabrone fare la corte ai grappoli di primavera che ieri non c’erano. Ieri non c’erano. Ieri non c’eri. Non ci sei stato per tantissimo tempo. Non ci sono stato per tantissimo tempo. Mai, non ci sono stato mai. Ti ho visto oggi, in piedi, nello spazio ben più grande della caldissima casa dove abitiamo, eri molto più piccolo di un calabrone che ronza attorno alla pergola, ma da solo riempivi ogni geometria della terra battuta e l’immenso verde e l’aria più alta dei rami che fanno casa ai pappagalli e ai corvi, tra i pini marittimi e le antiche mura di Aurelio. Avvolgimi per tanto altro tempo ancora con l’incandescenza delle tue connessioni che doppiano in velocità le mie. Corri ancora e più che puoi verso la tua misteriosa abbondanza, senza timore delle potature che verranno. Benvenuti sulla terra, dicono i tuoi occhi. Tuo padre e tua madre festeggiano questo buon primo giro, ancora commossi e increduli. Commossi e increduli che, un anno fa, questa era la tua ultima notte a testa in giù nella camera del sangue. E non lo sapevamo. Come l’infinito di quello che ci aspetta,

meraviglioso.

Meno sei lontana

Luce, più duri meno sei lontana. Oggi ho sorpreso il sole infuocare il pomeriggio ancora dopo le cinque, nel punto di fuga tra i palazzi in fondo alla via – alzo la testa e il cielo inaugura mille virate dal celeste al verde arancione. Domenica siamo stati al parco antico e per la prima volta ho visto mio figlio strappare a ruota i fili d’erba dal prato alto ai margini del telo – impeto di gioia. Dopo otto giorni che l’Etna divampa nella notte arrivandoci con foto e video strabilianti, oggi a Palermo si sono svegliati con la cenere sui terrazzi e nei balconi (spingi ancora, materia dalle viscere, copri la distanza, io ti aspetto, spingi nell’aria e arriva fin qui, dammi il bisogno di pulire a terra in preda allo stupore, spingi, sorvola Pompei, cadi al centro di casa mia, faccio un buco nel tetto dell’edificio e metto un cartello accanto all’antenna televisiva: isola madre nel cuore, prossima uscita). Stamattina, dalla mia camera tutta in penombra avevo comunque il sole in mano, era appeso a una lenza lunghissima e tirava guizzando nelle stanze degli altri collegati alla stessa riunione da città sparse in tutto il paese. Poco fa, mentre sparecchiavo ho sentito mio figlio giocare con sua madre facendo l’esatta risata di uno scoiattolo che vola tra i rami più fini degli alberi. Un elenco non basta, ma niente che riguardi la luce può bastare, questo disordine amoroso è il massimo traguardo. Luce, del tempo fai grovigli e lo rivolti, lo spazio trema quando passi, ti nascondi in stormi di cenere migrante, non so come fai come faccio, come farei, altrimenti. Tu mi hai insegnato tutto.

Che bel momento

Dura poco ma se capita mi viene di sottolinearlo, come per istinto. C’è da dire che io vivrei sempre in penombra, vuoi per un fatto di atmosfera, vuoi per non strafare in bolletta. Eppure, abito con chi ai primi inciampi della luce – sia nell’acerbo pomeriggio, sia in un mattino di nubi – non reputa mai sufficiente accendere un lumetto o una piantana. Come se dovesse ogni volta infilare la cruna di un ago o decifrare una glossa medievale nelle tenebre più fitte, anche a mezzogiorno ripeto, al primo inciampo di luce lei accende il lampadario centrale della camera e, se disponibili, tutto il corredo di lumi abat-jour lampade da tavolo e compagnia bella. Capita però di andare da una stanza all’altra, la sera o in una giornata senza sole. Si spegne la luce del soggiorno e si attraversa il corridoio immerso nel buio o nella semioscurità che avvolge anche la stanza in cui siamo diretti. È lì che succede. Non riesco a frenarmi. Un brivido mi passa dietro la schiena e a mezza voce dico sempre, tra me e me verso di lei, come a cercare di convincerla, Che bel momento! Ed è un momento davvero. Il tempo di sentirle accennare un sorriso, negli unici istanti in cui quella bellezza può valere anche per lei, perché sa che fra poco si torna all’abbaglio da stadio, ma un sorriso sincero – dico – per la gioia autentica di una conferma, sul fatto che lei mi conosce più di chiunque e allora si gode quella piccola concessione alla mia mania per la penombra, e quell’istante, ecco, già si congeda, fa le valigie, stacca il biglietto per la terra dei pensieri felici: finito, il buio pastoso che confondeva i contorni delle cose non c’è più. Per un attimo, comunque, c’è stato. Il buio. Il buio che mi fa dire bello, di un momento al suo centro.

Respiro

L’amore è il mio lungo respiro. Il suo ossigeno mi tiene in vita per cicli lunghissimi, da consumare anche mesi interi, tra una sola immissione e emissione di fiato. Sono due organi gemelli in moto continuo per recuperare l’aria, ridarla al cielo e ripetere lo stesso movimento. Difeso dal costato, l’amore presiede al senso della mia vita senza negare il vuoto tra la fine di un’emissione e l’inizio del respiro successivo. Se il corpo funziona così, ricordandoci che pure il bene maggiore – l’aria – deve rispettare il limite di cui siamo fatti, fermandosi ogni volta sulla soglia della nostra capienza alveolare, vuol dire che è necessaria anche la negazione di fiato, negazione di ossigeno, negazione d’amore, perché si dia un ciclo nuovo, ancora vita, ennesimo respiro, altra pienezza. Non riesco a immaginare uno che, fatto il primo respiro, corra a sostituire i polmoni dicendo l’ossigeno è finito, questi due non funzionano. Sa infatti che l’amore comprende anche il non-amore per alcuni istanti decisivi, in base al limite di ciascuno, al vigore dei polmoni, alla capacità del torace. Se il mondo è ancora in piedi, l’inatteso ci riempie l’amore d’aria nuova ma sono sempre i nostri polmoni, gli stessi fin dalla nascita. Come oggi, dopo molto tempo, abbassata per un attimo la mascherina, l’inverno mi ha messo nelle narici l’epifania di cos’era sempre stato camminare col volto aperto agli elementi. Ridandomi la voglia di un altro lungo respiro.

Pezzetti

Si chiude un anno importante come pochi altri. A parte il contagio mondiale di paura e l’ibernazione di ogni vicinanza umana, è nato mio figlio. Al centro della prima ondata, il 30 marzo, il mare si è aperto formando due alte pareti per darci all’asciutto invincibile di una vita in arrivo. Dopo nove mesi, cifra che mette in pari la sua durata intra ed extra uterina come altre due pareti sospese, mio figlio si diverte a stracciare la carta. Per questo gioco, oggi ho recuperato due dei tanti foglietti che, ormai da quasi un anno, stacco ogni mattina dal calendario e conservo per scriverci appunti sul retro. Via il primo, in mille frammenti poi gettati a terra; via il secondo, graziato da pochi strappi ma sempre fatto a pezzi finiti sotto il seggiolone. Ci siamo affacciati a guardarli. Non so cosa provasse lui ma, intuendo ancora la curva di un numero o la lettera di un giorno della settimana, io ho avuto un’illuminazione. Tienili tutti, ho pensato, falli a pezzi e resta solo tu qui, col tuo dentino e mezzo scoperto quando sorridi anche con gli occhi. A quel punto però era l’ora della pappa, e anche questo mi è parso illuminante, giusto: i bisogni primari e la corporeità spazzano via ogni palco favolistico della vita. In fondo, davanti a quegli unici due giorni eliminati dalle sue piccole mani curiose, l’intero calendario era già quasi del tutto sbiadito.

Pupilla

Quello che sta dietro il sole prima non lo vedevo, ma ho passato un paio di stretti sul canto delle sirene alla facilità dell’abbandono. E sono caduto, nessuno mi aveva legato. In qualche modo sono tornato, ma non sono più come ho iniziato. Per vedere cosa c’è dietro il sole l’anima si trasforma. C’è un momento in cui la distanza è giusta, la luce ti fa il pieno di grazia, il calore è un guanto sulla pelle, non devi nemmeno socchiudere gli occhi. Ma non smetti di andare avanti. Allora succede come al foglio che si accartoccia e speri che un lembo fluttuando arrivi dietro la stella ancora integro, benché annerito su tutto il perimetro. Quel nero che ti circonda è la porta aperta sull’altra parte. Così arrivi dietro il sole e vedi che esiste luce senza rimbalzo celeste o atmosfera che la espanda per rinnovare la creazione. Esiste luce che non dà vita e si perde nel vuoto che ospita la sterminata materia alla deriva nel buio. Volevi sapere cosa c’è dietro il sole e ora consumi il rimorso più amaro: ti sei avvicinato troppo e hai esaudito il desiderio, passando dall’altra parte. Il varco resta aperto, si può benissimo tornare indietro – se parlo è perché non sono rimasto lì. Ma da allora, anche nel giorno più tiepido e gentile, io fatico a ignorare la gigantesca pupilla nera che ho visto dietro il sole.

Avvento

Nel buio cadono i confini, non sai dove ti finiscono le mani, non vedi cosa rischia di romperti il naso a un passo né sai dov’è il ginocchio se non rovini su una mezza altezza ignota. Nella notte, l’unica è chiedere una relazione, allungarsi alla cieca per trovare i confini di qualcos’altro e capire i tuoi. Se rinunci ad avere confini però e non tocchi niente, se resti tanto calmo da sopportare il nero, sgranando gli occhi nel nulla puoi anche immaginare che le valli si alzino e i monti e i colli si abbassino, che il terreno accidentato diventi piano e quello scosceso arrotondi in una vallata. Se non tocchi nemmeno il tuo corpo e resti tanto calmo da sopportare il vuoto, chiudendo gli occhi puoi anche favolare di indossare peli di cammello chiusi da una cintura di pelle attorno ai fianchi, e di trovarti in quel deserto da così tanto che non ricordi più quando hai iniziato a nutrirti di cavallette e miele selvatico. Allora saprai che qualcuno viene dopo di te a scioglierti il calore necessario sulla testa, per illuminarla. È tuo figlio. Una voce griderà ai quattro angoli della terra di consolarti, ma il chiaro sarà già tornato e tu non avrai davvero più bisogno di essere consolato né di raccontare cosa sei stato nella notte che – solo ora lo sai – consumava un lungo, lunghissimo avvento.

Il bene soltanto

Canta l’unisono dei grilli nel giardinetto condominiale, beati misteri verdi negli interni dei palazzi romani. Il fiotto della fontana davanti alla pergola insiste nel tentativo di avvicinare il cielo chiaro di stanotte senza altre voci come la sua in perenne caduta sull’acqua. La luna si è già affacciata nella grande cava dei balconi accanto ai vetri accesi del vano ascensore. Nessuno torna a casa, nessuno esce passando accanto alle biciclette lasciate all’umido e ai ragni. Il mio bene soltanto viaggia nell’aria battendo ogni corsa volenterosa della luce, raggiungerebbe la più antica galassia prima di lei dove fosse un terminale che mi corrisponde. Mi parte dal petto, arriva nella stanza palermitana che lo ha generato e porta il carico buono della mia storia: a loro volta, da lì possono sentirlo. L’amore è l’unica rete senza fili che non dà malattie, anzi tiene viva ogni cosa e motiva al fondo tutte le opere che valgono il mio tempo breve. L’onda si nutre del bene che ancora mi sento voluto da chi pure non c’è più e da quelli che invece saltano ancora tra balsami e spine, credendo che la vita meriti comunque sempre più del suo opposto. E mi apro a una domanda come un bianco fiore di cactus: che cosa è davvero la pace?

La cancellata

Settembre, tempo dell’occasione, soglia molle tra due stagioni, avvicendarsi di nostalgia del vivere all’aperto e immaginazione dell’anno a venire. Il nono mese invita a spingere fuori qualcosa di nuovo, generato infine dal periodo meno strutturato di tutto l’anno. Sembra questo il mese più in linea con la gomma che ha cancellato nei molti appena trascorsi tante parole a noi familiari, lasciandoci l’incertezza di un foglio quasi tutto bianco. Sento di avere i mezzi per scrivere una vita che valga ancora e anzi più di prima, conferma delle mutazioni avvenute e ancora da esplorare. Credo di avere salvato un paio dei vecchi strumenti, e certo ne ho uno nuovissimo benché ad oggi tutto da imparare: un futuro appena nato. Per inventare di nuovo ogni cosa, chiunque dovrà volersi e volere. Volersi bene e voler bene, non c’è altro in gioco. Sarà la prima cosa da tradurre sul foglio nuovo, portandola da questa parte della vita accecante come il sole che rimbalza sulla carta bianca, vuota e senza macchia: la “cancellata” di settembre.

Transito

La vita di tutti, io credo
è in mille varianti
un tentativo commovente.
Fai del mondo e dei fatti che vivo
la lingua con cui mi parli,
Signore. Salva il transito
dei vivi che muovono alla luce
in ambo le direzioni,
verso fuori ma addentro pure
la tua gabbia millenaria
– ad alcuni serve un pettine
ad altri vento nei capelli
per esserci ancora.
Tu li aspetterai ogni giorno
lì, col nome che ti hanno
dato o rifiutato.