Oltre ogni certezza

È da un po’ che il tempo siamo noi due, io col naso all’antico vespro sui fori romani, tu occhi guardiani di bosco al centro del petto. I numeri per noi si sono perduti e i calendari passati sono ombre soltanto del nostro gioco, variante in primo piano o di sottofondo al resto, fatto credendo pure di essere soli. Non c’è falsità più grande della solitudine per noi. L’innesto che ci ha generati ha fuso l’impossibilità di stare insieme con l’istinto di appartenerci oltre ogni certezza. Gli umani dicono oltre ogni dubbio, in questi casi. In me e te, invece, la statica certezza di amarci per sempre è stata uccisa fin dall’inizio dall’assurda voglia di amarci per sempre. La voglia, non la certezza, ha trasformato per noi il tempo in giochi e sorrisi reperibili a ogni altezza del passato: abbracci e smorfie con tagli assurdi e ogni colore di capelli, cene e gite vestiti a regola sulla moda di turno, compleanni e funerali insieme su tutti i metri della luce e del buio. Ha smesso il tempo di farci correre intorno: adesso e chissà da quanto siamo noi a farlo ruotare. E lui cade al nostro centro, dov’è attrazione invincibile continua. Che rendersene conto e dirlo fa quasi paura.

Annunci

La scoperta

Alle ultime ore del giorno, ricevuto un messaggio da un amico, ho scoperto la velocità del mio bene: 900 km luce. A tanto viaggia, quando è mosso alla riva che nelle viscere mi apre gigli da sempre. Un attimo dopo ho avuto anche la certezza che la velocità del mio bene è variabile: dovesse raggiungere un cuore più lontano, di transito in Islanda o radicato in Patagonia, aumenterebbe dei chilometri luce utili ad arrivare fin lì in atto di folgore. La corsa del mio bene, inoltre, non dà il fischio del vento né il tuono degli aerei supersonici, ma fa la musica lentissima che oscilla tra le stelle e trema sulle pianure del tempo. È la cosa più strana del mondo, del tutto controintuitiva: il suo passaggio è fulmineo ma produce un suono che rifrange in eterno. Arriva a destino in petto agli amori come il mare, aprendo faglie di sale sui cementi spaccati dai flutti, ma poi resta nell’aria a galla colmando la quinta dimensione. I giri delle sue note vengono presi da attrazioni sempre maggiori verso il centro, dove una porta si apre al mio ritrovamento futuro da parte di figli nipoti e discendenti a seguire innumeri come galassie.

Fiamme

Qual è la vita senza incendio? Chi non sa la paura delle certezze crollate, la violenza privata dello stare al mondo? Ieri le fiamme hanno divorato il bosco di querce che dal milleduecento reggeva il tetto a Nostra Signora di Parigi. Le illuminazioni rosseggiano imprimendosi in fila nella memoria: l’altro ieri era l’orlo infuocato del buco nero, ieri la guglia ardente del monumento. La vita però non è un museo dal clima a tenuta stagna. Siamo fatti di temporali e schiarite, i primi senza riparo, le seconde pronte all’amo. Il sole-pesce guizza nel celeste, ma è vero: al vento molte lenze non superano gli aquiloni. Finché una mattina, il tiro alla schiarita, ormai fatto anche solo per gioco, andrà oltre la carta e allora mi vedrai tornare a casa con la stella. Sarà un giorno come gli altri. Le fiamme di ieri non saranno più maledette, fonderanno anzi la nostra storia dando forma smagliante alla buona reinvenzione di noi. Negli occhi avremo un furore, misto di ottusa fiducia e gioco fine a se stesso, compagnia mai respinta del tutto e desiderio di vivere insieme le bufere, penetrare la paura scarnificante e la solitudine fino al loro fondo bucato. Al bacio della stagione per il feroce rinnovo della vita, unico possibile epilogo in natura, e in Nostra Natura di Uomini.

Nuova alba

La Terra è un globo oculare sgranato sull’universo. Una rete di radiotelescopi sparsi in tutto il mondo ha generato un telescopio virtuale con risoluzione pari a una lente del diametro del nostro pianeta. Si chiama EHT (Event Horizon Telescope). Con quest’occhio celeste gli scienziati hanno ricomposto e diffuso due giorni fa la prima foto di un buco nero. E nero il buco resta: l’interno non si vede. Si vede invece il grido della luce che divampa sull’orlo circolare prima di cadere nell’orrido ignoto dello spaziotempo. La caduta ritratta nella foto risale a 55 milioni di anni fa, quando la Terra passò all’Eocene, la nuova alba: da noi la collisione tra continenti innalzò le Alpi facendo emergere pure la Sardegna, la Calabria, la Puglia, parte della Campania e del Lazio. Tanti anni ha dovuto aspettare la luce per consegnarci il suo grido sull’orizzonte degli eventi. Nemmeno lei può sottrarsi al regime dell’attesa, alla pazienza di un viaggio per mostrarci la nostra nuova alba. Perché allora non dovrei aspettare io, che a lei miro e di lei cerco ogni manifesto? Se ancora non si vede, in fondo ora so con fisica certezza che la nuova alba è già sorta. Era quella mattina, la nostra caduta, il grido comune sull’orizzonte degli eventi.

Non ce n’è uno

Non ce n’è uno che sfugga alle ferite. Per tutti e più volte nella vita, la notte si accende come un giglio di sangue impalandoci davanti a una cruna. Allargami ad accogliere il pianto e la mia debolezza.
Poteva andare tutto bene fin lì, oppure no: magari il fulmine cade annunciato da un lento cumulo di nubi. L’esigente libertà di cui siamo rivestiti ci chiede comunque se passare dritti per la strettoia o restare al di qua della tagliola a distoglierci creando nuovi fantasmi. Davvero non ce n’è uno che sfugge. Concedimi la grazia della resa, la fioritura della pelle che muta.
Ma io ho la bellezza! dicono molti. Ed ecco, la ferita di questi cercatori di protezione è sanguinolenta come un assedio, è anzi la più dolorosa, perché l’incanto estetico scava un vuoto al centro che rinnova solitudini di ferro, limiti a una relazione di carne con l’altro, il diverso da sé, unica e difficile speranza di vita. Di essere sconfinato, *sottile e forte, stremato e forte, debole e forte… forte*.
Solo questa apertura garantisce una primavera dopo il morso della cruna, non l’oblio della ferita ma il suo opposto: l’arto mutilato si integra nella nostra aura dilatando l’aria che ci accompagna, nutrita dalle nostre scelte. Se si sceglie di ritrovare la vita sfuggendo ai fantasmi, certo. Almeno a quelli. Perché alle ferite no, non ce n’è uno che sfugga. Siamo tutti creature fino alla fine.
Ma insieme si può stare davvero.

* da questa meraviglia di Eufemia.

L’immigrato

Anch’io sono un immigrato e sono fiero di esserlo perché, se posso raccontarlo, significa che sono vivo. Credetemi, non è stato facile arrivare qui, non c’era niente di scontato. Niente, fino alla fine. Cercavo condizioni migliori però, non potevo reggere ancora per molto restando dov’ero. Ricordo ancora la difficoltà della partenza, il vincolo che non mi lasciava andare, la strettoia che ho dovuto passare. Saluti, nessuno: meglio partire senza tante cerimonie. Ho fatto un bel respiro e alle prime boccate ho pianto. Tremavo. Restai ferito, qualcuno mi lasciò un segno che porto ancora addosso. Per fortuna, trovai subito chi mi accolse avvolgendomi in una coperta calda e pulendomi dalle scorie della traversata. Credevo di non farcela. Poi, passando da un controllo all’altro della nuova frontiera, fui investito da un odore. Era la pelle della mia nuova casa, e mandava un suono che più tardi riconobbi come la mia lingua, la terra madre che madre era sempre stata. Per nove mesi.

Così in mare come in terra

Se è domani che si fa memoria del loro arrivo, vuol dire che in questo momento si contemplano gli ultimi tratti di strada fatti dai ricchi studiosi pagani, in pellegrinaggio verso il non-accolto per eccellenza. Avevano i mezzi per restare tranquilli a casa loro e invece si mossero all’ignoto, adorando infine il raro momento stazionario di una famiglia di fuggiaschi. Ma il natale può dirsi vero solo dopo questo incontro e il loro prodigioso riconoscimento. Perciò l’epifania è festa ancora più antica, istituita ben prima rispetto al natale, indice di un’adesione che avviene in età adulta, consapevole, non eredità culturale bevuta come dato naturale insieme al latte materno, ovvio fin dalla culla. Fa freddo stanotte. E penso ai naufraghi, così in mare come in terra, ancora tra le orride onde o già approdati alla nostra cecità continentale. Avrebbero un attimo di calore in più contro il gelo della vita loro, se sapessero che in questo momento la sapienza gli muove incontro dei fratelli così importanti.