Mambo

Guarda Roma, come succede in fondo al Celio, ho scritto ieri, commosso da una foto al carnato del cielo che tramontava vicino casa. Ma il cuore, a tratti malinconici, si secca e diventa una scopa. Faccio da punto alle virgole e argine ai fiumi di molti, per scelta voluta e per la parte che, in te morendo, mi è nata subito dentro. In quello scatto però avevo in mezzo una mano che a tratti mi canterà sempre una domanda: perché si seccano le fonti? Forse, perché nella corsa a dare comunicare e trasfondere soltanto è facile smettere di imparare e presto ci si ritrova con le ginocchia piegate a terra. Non smettere mai di imparare, scrivo allora su un foglio. O forse è solo che, due anni fa, ho letto stamattina un alto discorso davanti al tuo legno incoronato e questi sono i giorni in cui riesco meno a ballare. Questi sono i giorni in cui il principe nostro è più bravo a tentare. Giorni che al deserto serve di più un fiato e il ritorno di un cuore bandito. E svanire adagio nel sonno meridiano come Gabriel, ascoltando l’ultima neve cadere lieve e lieve cadere sull’universo, come la discesa della loro ultima fine, su tutti i vivi e i morti.

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Di sismi

Quando ho un terremoto di carne e le viscere mi tremano fino alle braccia sulla scrivania, guardo sempre in alto, naso al lampadario per vedere quanto è bravo lui a stare fermo appeso e di carta: non respira e pure dà luce a comando la sera, come nessuno che tremi di vita propria sulla vita grave della terra è mai capace di fare, incrinato da un buio a mezzogiorno o aperto di sismi la notte.

Il peggiore dei diavoli

Parto il giorno dopo i Magi. Come loro, raggiunto l’indice aereo di uno spigolo, oggi torno alla casa lontana per altre vie, converse da una manifestazione che mi ha segnato e serbo meditandola nel cuore. Ma c’è una luce che pare maggio, per le strade un tepore d’incanto e il sole: c’è questo da lasciare e pietre antiche, specchio degli avi saraceni che mi ribollono nel sangue. L’invitto prende questa città a schiaffi sui balconi e modella le ringhiere come a volerla svegliare, non da un sonno – ché non dorme del tutto – ma da un torpore che la fa recidiva, colpevole, bastarda, lieta di correre allo sprofondo. Benché l’età adulta scavi sempre al quotidiano di ognuno una cinta di solitudine, qui tutti vivono più vicini fra loro godendo alla radice un amore e un calore altrove inesistenti, ma al prezzo alto di un contagio: le reciproche ansie, nevrosi, concorrenze affettive, invasioni di campo e occhi giudicanti, da domare se vuoi crescere un seme che risponda a ragioni solo tue e non altrui. Per questo sono contento di aver preso nove anni fa la via foresta dell’anonimato sociale che ti presenta per ciò che fai e non per la tribù a cui appartieni; per questo sono triste, quando registro i segni della violenza amorosa sui volti dei rimasti in isola ferma. Ben che partire sul far della sera e guardarla dall’alto, passando le ali sulla città, mi permette di darle ancora il beneficio del sonno effettivo, e mi sembra che non ci sia niente di più bello che vedere dormire, forse anche sognare, il peggiore dei diavoli.

Preludio in mi minore

Largo: espressivo, tenuto sempre
abbiamo con dignità insieme
ogni anno al successivo
ballando in fine fino all’inizio.

E abbiamo con dignità insieme
volto in letizia la condanna del tempo
che per una tosse, una caduta
un freddo in più, un giorno
ci toglie alla casa e ci impone
le cure di chi ha un sangue diverso.

E ti dico, Sara, abiteremo per sempre
la casa memoria da cui nessuno
ci chiamerà fuori, nessuno
che ci definisca troppo in ritardo
o sterili per dare figli alla luce
da lasciare

– anche solo su un foglio
innumeri come le stelle del cielo,
come la rena che è sul lido del mare
largo: espressivo, tenuto sempre.

Gatti

Ti ho sognata che giocavamo in villa come gatti, presi da avventure solo nostre dentro la foresta e dietro i vasi e le giare della scalinata, mentre gli altri abitanti pure della villa restavano tutti uomini, pettinati da impegni che riguardavano il mondo esterno: spostavano tavoli per imminenti feste con amici, correvano in città per appuntamenti gravi, si fermavano a parlare di quando erano piccoli insieme incrociandosi coi sacchi della spesa in una mano e un figlio nell’altra. Noi saltavamo invece sui nostri cuscinetti tra le foglie secche e il gelsomino nuovo, facendoci il solletico e ridendo al sole, unico padre a chiedersi dove fossimo. Davamo a ogni cosa le spalle, anzi, il dorso tonico ed elastico da cui spiccavamo salti sui rami o tra i ferri della ringhiera appuntita. E non ci premeva il mare a due passi dal cancello, né altra compagnia di cugini o allegria che non cavassimo dal gioco di tormentare lumache lucertole e millepiedi, a mezzo tra il gelso e l’albero di alloro. Noi due per tutto il giorno, e fino al vivo delle lucciole in montagna, mai ci guardavamo chiedendo, chi ti ha cucito addosso la forma di gatto. La luna ci rubò al sole e qualcosa di noi restò accanto a un giglio.

Maternità

Io non so di fisica o religione ma è un Big Bang l’amore che accade in forma rotonda. E si crea l’universo, tutto è satellite di una singolarità. Una curvatura perfetta espugna le madri svelando la vera cifra della vita: l’esagerazione, altresì detta abbondanza, qualità della grazia. E ogni madre è madre di Dio, benedetto il suo frutto. Reggerà il vuoto necessario per dare alla luce l’universo ritrovando in sé la scaturigine di questo mistero, nello sguardo nuovo che incrocerà al termine dei nove mesi: nove, se il passato avrà ancora senso e misura; se cioè – creato l’universo – qualcuno crederà ancora a questa favola antica, alla bugia del tempo fatta di quadranti e sabbia che cade nel vetro. Non come il sole che in Artide smette di tramontare, sarà vinto ogni squilibrio, ma come la vita che ai tropici non conosce stagioni e prospera tutto l’anno su dodici ore al giorno di luce.

Fiore d’autunno

La vita ci ha sparsi dall’isola come polline ovunque sul pianeta. E ci siamo pure trasformati, ognuno nel fiore che già conteneva o in quello che voleva diventare andando a cercare il terreno adatto. Come polline, abbiamo incrociato la strada anche di chi ci ha avuti in allergia e scacciati agitando la mano controvento. Ma noi eravamo nel vento: dopo una lieve flessione, la corsa ci ha spinti in avanti. Adesso il mondo profuma anche di noi, ma nessuno direbbe in una giornata di sole che la nostra bellezza geometrica nasconde anche un po’ di mestizia. Perché da casa non possono sentirci né vederci. Da casa l’olfatto non pesca fino in Canada, dove siamo andati a coltivare il nostro genio per la computer grafica. Da casa, figuriamoci, l’olfatto non pesca nemmeno fino a Roma o a Milano, dove siamo andati a coltivare il nostro genio per la scrittura. Eppure, io credo che ogni odore ricostruisce sempre in sé la strada che ridà al giardino di partenza, come una mappa insita nel genio cresciuto di ognuno. In certi casi, addirittura, sembra che alcuni nascondano fin dall’inizio – come ragione propria del volo che li ha posati altrove – il sogno di crearsi ad arte un ponte privilegiato per tornare a casa in ogni momento. Un arcobaleno che, si sa, è più trafficato nei giorni di pioggia o sul nascere d’autunno.