Gatti

Ti ho sognata che giocavamo in villa come gatti, presi da avventure solo nostre dentro la foresta e dietro i vasi e le giare della scalinata, mentre gli altri abitanti pure della villa restavano tutti uomini, pettinati da impegni che riguardavano il mondo esterno: spostavano tavoli per imminenti feste con amici, correvano in città per appuntamenti gravi, si fermavano a parlare di quando erano piccoli insieme incrociandosi coi sacchi della spesa in una mano e un figlio nell’altra. Noi saltavamo invece sui nostri cuscinetti tra le foglie secche e il gelsomino nuovo, facendoci il solletico e ridendo al sole, unico padre a chiedersi dove fossimo. Davamo a ogni cosa le spalle, anzi, il dorso tonico ed elastico da cui spiccavamo salti sui rami o tra i ferri della ringhiera appuntita. E non ci premeva il mare a due passi dal cancello, né altra compagnia di cugini o allegria che non cavassimo dal gioco di tormentare lumache lucertole e millepiedi, a mezzo tra il gelso e l’albero di alloro. Noi due per tutto il giorno, e fino al vivo delle lucciole in montagna, mai ci guardavamo chiedendo, chi ti ha cucito addosso la forma di gatto. La luna ci rubò al sole e qualcosa di noi restò accanto a un giglio.

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Maternità

Io non so di fisica o religione ma è un Big Bang l’amore che accade in forma rotonda. E si crea l’universo, tutto è satellite di una singolarità. Una curvatura perfetta espugna le madri svelando la vera cifra della vita: l’esagerazione, altresì detta abbondanza, qualità della grazia. E ogni madre è madre di Dio, benedetto il suo frutto. Reggerà il vuoto necessario per dare alla luce l’universo ritrovando in sé la scaturigine di questo mistero, nello sguardo nuovo che incrocerà al termine dei nove mesi: nove, se il passato avrà ancora senso e misura; se cioè – creato l’universo – qualcuno crederà ancora a questa favola antica, alla bugia del tempo fatta di quadranti e sabbia che cade nel vetro. Non come il sole che in Artide smette di tramontare, sarà vinto ogni squilibrio, ma come la vita che ai tropici non conosce stagioni e prospera tutto l’anno su dodici ore al giorno di luce.

Fiore d’autunno

La vita ci ha sparsi dall’isola come polline ovunque sul pianeta. E ci siamo pure trasformati, ognuno nel fiore che già conteneva o in quello che voleva diventare andando a cercare il terreno adatto. Come polline, abbiamo incrociato la strada anche di chi ci ha avuti in allergia e scacciati agitando la mano controvento. Ma noi eravamo nel vento: dopo una lieve flessione, la corsa ci ha spinti in avanti. Adesso il mondo profuma anche di noi, ma nessuno direbbe in una giornata di sole che la nostra bellezza geometrica nasconde anche un po’ di mestizia. Perché da casa non possono sentirci né vederci. Da casa l’olfatto non pesca fino in Canada, dove siamo andati a coltivare il nostro genio per la computer grafica. Da casa, figuriamoci, l’olfatto non pesca nemmeno fino a Roma o a Milano, dove siamo andati a coltivare il nostro genio per la scrittura. Eppure, io credo che ogni odore ricostruisce sempre in sé la strada che ridà al giardino di partenza, come una mappa insita nel genio cresciuto di ognuno. In certi casi, addirittura, sembra che alcuni nascondano fin dall’inizio – come ragione propria del volo che li ha posati altrove – il sogno di crearsi ad arte un ponte privilegiato per tornare a casa in ogni momento. Un arcobaleno che, si sa, è più trafficato nei giorni di pioggia o sul nascere d’autunno.

A Palermo

A Palermo quando il camposanto è pieno e non ci vanno più morti, li fanno arrivivere. A Palermo la morte di uno che ha squagliato la vita sui palchi delle borgate fa un calore impassibile perché bravo sì, ma pure finì all’Ucciardone per una coltellata al genero. A Palermo quando piove assai e i tombini non ne vogliono più, c’è Lucio che corre magari per non fare annegare la luna. A Palermo sanno che una vita piena è mostruosa, ma pure che la bellezza è contraria ai nascondimenti e a volte è inguardabile. A Palermo i derelitti si salvano cuntandosi a memoria i cunti chiù belli sempre di tutta la munnizza che può fare sto mondo. E i parole su ciumi, muntagne, ciuri; i parole su cielo, mare. A Palermo c’era ‘na vota Franco, ‘na vota Gigi, ‘na vota io e poi ci lasciarono allo scuro. A Palermo sono secoli che l’apocalisse allatta i sò figghi e a vucca parra tanto pi’ parrare. A Palermo nuddu si scanta di uragani assassini e malacarne coreani perché noatri avemo tutti i paracqua, pu sule e pi l’acqua. A Palermo le ombre antiche sentono i lamenti delle anime che luccicano in ogni piano, salendo scale di grotte e caverne. A Palermo chi ruba come sto facendo io ora gli dicono, almeno così il pane te lo buschi o sei solo cornuto e disonesto? A Palermo gli occhi grandi vedono il sangue amaro che diventa fuoco e i cani abbannìano carità, facìti a carità.

Attesa

Le nubi galoppano in squadra su un vento scomparso da mesi che ora scalza le maglie antizanzare dai binari, apre a mille bocche i rami asciutti degli oleandri e mi nutre una buona attesa di pioggia. Qui non si è ancora staccata dal cielo, ma un amico mi ha detto che a Palermo piove già da dieci minuti. La mia villa invece fluttua sul pomeriggio come una lancia smarrita davanti all’imbocco del molo. Ti sei portata via il sole, i gatti non trovano più la strada per il cancello e le foglie tremano come endecasillabi, all’idea che il manto rompa un solletico di gocce ormai dimenticato. Ma ancora non piove. L’estate ha seccato ogni riserva e chiesto molto, tutto, alla terra: è fuoco da quattro mesi. Il caldo spietato ha fatto olocausto di lumache: se mai ripioverà, saranno in poche a uscire dalle radici. Allo spasimo degli alberi ora si unisce un pungolo di cicale – scendi, pioggia, fallo per noi! Il vento però è caduto, nell’aria torna una paralisi itterica e non c’è più moto di nubi a spezzare l’equilibrio dell’acqua. Forse a quest’ora ha smesso anche a Palermo. Se il cielo non si commuoverà nemmeno oggi, i fiumi e i laghi saranno cenere in pochi giorni, i campi già scheletrati si ridurranno a un mucchio di sterpi e il mondo rimarrà solo davanti alle aride schiene dei monti uccisi dalla peste umana nel diciassette. Quando ti ho lasciata stamattina, punta Raisi era scossa da un mare bianco. Ti sei portata anche il vento che lo gonfiava? L’attesa è l’ultima cosa che resta. E una sete.

Il segnale

Io ho un wireless potente per la luna, ovunque mi trovo prendo il segnale e, se non la vedo subito alzando la testa, in pochi attimi so dietro quale angolo di palazzo o cresta di monte mi sorgerà davanti se resto fermo ad aspettare che la sua minuscola nebula, dopo aver fatto svanire le stelle in quel nero di cosmo attorno alla mia gravità, diventi aura bianca sempre più nitida e poi curva di falce muta e, in base al ciclo, avida o generosa di forma tonda, sasso galleggiante in questa periferia di materia attratto per mistero dal grano azzurro che immagina par suo silente, ma non sa di che voci e musica può battere al suo levare in orizzonte, sul mare al tramonto e oltre la siepe che restò impigliata al suo volere come a una domanda: che fai tu, in ciel?

La sera

Da che mondo è la mia villa, si sentono quasi ogni sera lontani artifici di fuoco sparato nel cielo. Così, abbiamo preso l’abitudine di favolare dopo cena, immaginando a turno per chi battano i tuoni colorati. Ieri, mio fratello ci ha convinti che era per la festa della Madonna delle Grazie – quest’anno ha fatto il miracolo più grande sorridendo alla scema del paese durante la messa: niente lacrime, solo un sorriso lungo e definitivo. L’altro ieri invece è toccato alla mia versione: la guerra allegra faceva girandole razzi e figure per un mafioso passato ai domiciliari in un tripudio di quartiere – c’è voluto poco, ho usato il materiale letto di mattina sui giornali. A volte capita ancora che il cielo resti immobile e appeso alle stelle nel silenzio. In questi casi, l’ultimo boccone di cena fa scatto alla fuga di ciascuno in direzioni opposte, presi da un furore di luna, dileguati a scrutare da un antro diverso e muto del giardino il sereno che batte da Recanati fino a qui. Questa è una di quelle sere, di passi lenti che misurano la grande casa col soffitto dipinto in penombra; di simulazioni arboree dentro le aiuole a sentire infiniti minuti sulla pelle; di caccia al lume errante fra gli aghi dei cipressi; sera di parole a cui nessuno presta il fiato. Parole che scriverle somiglia a rubare.