Di sangue

Cadono giorni di paura e fitte
nel turchese convalescente,
guardare in faccia il mistero
costa una ferita
da frequentare e domande
aperte per sempre.

Come una beffa la primavera
nasce dalla rugiada
delle tue notti insonni, amore mio
dal sole che ti esce
ora con gli occhi al glicine
gonfio di trauma.

Nell’altalena di fulmini
tra la camera vuota e la cucina
quando ti abbraccio
Dio mi attraversa, dice
la vita è più grande
di un solo giorno di sangue.

Perché noi rimaniamo, amore
come una preghiera
assurda sui crolli al telefono,
il vivo della nostra pelle
e questo magone
che inghiotte tutta la terra.

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All’amore che ti ha generato

La mia anima è una salda colonna per il tuo dolore: lasciati cadere inerme, appoggiati, osso di insonnia, lembo della prima carne che ti ha generato. La mia anima ti darà linfa e i gangli attecchiranno ai giorni di nuovo. La colonna allora si dissolverà nella luce e la tua anima tornerà alla corsa: la vita è innegabile, si posa di forma in forma. Alto nel diritto, calmo nella bufera, duro alla fatica e dignitoso, darai fiamma all’amore che, già prima di questa caduta, ti ha generato per la seconda volta: come padre, hai un destino di sapiente nei misteri del buio, impatto di meteora al suolo fecondo. Ti guiderà nel semplice la forma di un cratere sulla superficie di Venere.

Voglio di più

Limerò elegie oniriche negli apolidi recinti di Orfeo. Dirò il tuo nome in versi senza fartene accorgere e, giocando, inventerò orizzonti nuovi, adamantini. Ordinerò le idee volando in altalena e ridesterò i cuori come aulente rosa delle origini. Perché voglio di più. Voglio chiedere di più alle parole, le voglio fatte di lettere magiche di una magia che mi attraversi e poi sfugga al mio controllo. Non lo voglio il controllo, il controllo è il male, è l’illusione peggiore. Allora, alleverò delicati agapanti in attesa del miracoloso angelo e del tuono tropicale – entrambi operosissimi. E mai sazio, rifarò tutto da capo: addestrerò liriche in celesti evoluzioni e, fulmine rapido a nord, cavalcherò elegante sulle cicale ottobrine. Mescolerò albe rubando tanti acquerelli per luminare una cava apollinea dove metterò alle rose in amore spine ovattate lasciando che esistano. Che esistano, tutte. Giuro, a balzi romperò insidie ereditate libando elisir per guidare incontri dove rideranno gli innamorati acerbi. Gestendo tali oneri raccoglierò gigli incantati ovunque e, ancora di più, muoverò alzaie recitando canti oceanìni. Se non dovessi riuscire in niente di tutto questo, so per certo che farò almeno una cosa: aprirò nidi nelle aurore musicando alle nude fate ricami eufonici di infinito.

Margherita (a Firenze)

Mi sono svegliato nel suo cuore e ho consacrato la notte a una fata. Alla fata di un fiore ho consacrato la mia notte fresca di sogno interrotto – Margherita è il nome del fiore, solfeggio d’amore e sua negazione. Felici insieme noi, mi cadeva stanca nelle braccia e poi la curva di un dolore l’adagiava a terra coi petali in torpore. Le mani si chiudevano in cristalli; e le gambe sottili; e il sorriso generoso: lumino basso, sempre più caldo. Nella notte dantesca era infine l’arrivo salvifico di un padre, allora io nel cuore ho aperto gli occhi e così ho visto la fata. Certe volte era falena, certe volte libellula, certe volte era farfalla. Veloce filava nel buio alto dell’ora solare. Un abbraccio è qualcosa da rinnovare, ha detto. E non volevo sognare altro, né più dormire e scordare la mia storia col suo fiore. Come faccio a tornare da Margherita, ho chiesto alla mia fata. Ha detto, a Firenze c’è un palazzo vecchio, un ponte vecchio e una scala antica di tetti che dal portico delle Oblate va alla cupola del duomo, senza passare da basso e nel gran chiasso: bastano due ali di fata, poi un salto e dispàri nel rosa all’imbrunire. Le fate quando ti parlano credono sempre che tu abbia le ali come loro.

Amedea

Il mio liuto è un’acqua profumata d’erba, profumata d’alga: l’acqua irriga e fa suonare tutti i fiori dei vasi. C’è il vaso del mare e il vaso del cielo. Nel vaso del cielo è la luna lucente, ombra che respira e parla della terra arata. Dice di una femmina antica la cui mano e il cui seno furono sangue. L’acqua del verso, versata dalla mia bocca, ricama una vasca color morte che versa sangue umano a terra – lo succhia e lo sputa. E nel viso è arsura, arsura nelle mie vene. Ricordo labbra baciate che poi svanirono, una luna che rodeva le ossa, e ora niente è rimasto che non sia finito in cielo.
Ma questa notte, per il vento erra la sabbia e l’occhio è un deserto a forma di carovana. La fanciulla gioca nella tana senza compagno e la mia anima canta: la schiuma è scalza di mare, la luna è seno e intelletto; la rena che s’alza nell’aria pare un velo – è femmina, è femmina: Amedea! Il suo corpo nudo versa profumi dalla punta delle cosce, dalla nuca del culo – gattina berbera – e dalla cruna fica. Fata, canta l’araba amata e la calce di luna è incantata: con me non devi temere nulla, né il lampo del giorno né la fine della luce. Ora il lume di luna è una testa d’oro volatile e nella notte stellata palpita un atto osceno, misto di sangue e interruzione del tempo.
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Alla fine dei sette

Forse è la domenica sera il punto più lontano
che si possa raggiungere,
la fine di tutte le varianti possibili
stando al paroliere dei giorni
che domani riprendono col nome di lunedì.
Ed è stare insieme, ognuno
con le sue paure, stare insieme
senza risolvere niente
ma insieme fino al punto più lontano
– uniti da risultare pazzeschi
è questo che conta di più alla fine dei sette.