Il segnale

Io ho un wireless potente per la luna, ovunque mi trovo prendo il segnale e, se non la vedo subito alzando la testa, in pochi attimi so dietro quale angolo di palazzo o cresta di monte mi sorgerà davanti se resto fermo ad aspettare che la sua minuscola nebula, dopo aver fatto svanire le stelle in quel nero di cosmo attorno alla mia gravità, diventi aura bianca sempre più nitida e poi curva di falce muta e, in base al ciclo, avida o generosa di forma tonda, sasso galleggiante in questa periferia di materia attratto per mistero dal grano azzurro che immagina par suo silente, ma non sa di che voci e musica può battere al suo levare in orizzonte, sul mare al tramonto e oltre la siepe che restò impigliata al suo volere come a una domanda: che fai tu, in ciel?

La sera

Da che mondo è la mia villa, si sentono quasi ogni sera lontani artifici di fuoco sparato nel cielo. Così, abbiamo preso l’abitudine di favolare dopo cena, immaginando a turno per chi battano i tuoni colorati. Ieri, mio fratello ci ha convinti che era per la festa della Madonna delle Grazie – quest’anno ha fatto il miracolo più grande sorridendo alla scema del paese durante la messa: niente lacrime, solo un sorriso lungo e definitivo. L’altro ieri invece è toccato alla mia versione: la guerra allegra faceva girandole razzi e figure per un mafioso passato ai domiciliari in un tripudio di quartiere – c’è voluto poco, ho usato il materiale letto di mattina sui giornali. A volte capita ancora che il cielo resti immobile e appeso alle stelle nel silenzio. In questi casi, l’ultimo boccone di cena fa scatto alla fuga di ciascuno in direzioni opposte, presi da un furore di luna, dileguati a scrutare da un antro diverso e muto del giardino il sereno che batte da Recanati fino a qui. Questa è una di quelle sere, di passi lenti che misurano la grande casa col soffitto dipinto in penombra; di simulazioni arboree dentro le aiuole a sentire infiniti minuti sulla pelle; di caccia al lume errante fra gli aghi dei cipressi; sera di parole a cui nessuno presta il fiato. Parole che scriverle somiglia a rubare.

Maia

Ieri si parlava di viaggi, così abbiamo studiato il paramondo per capire dove andare e partire subito, stanchi di rimastare qui come su obbligo di tradizione, s’è sempre fatto e si fa così. Trovata l’isola più distante da tutte le terre emerse, nel Pacifico, abbiamo messo allora la nostra canzone applausando a ritmo di gioia. E questa tosa era bella come una bimba di nome Maia. Io avevo il costume, tu eri tutta duna e ci tuffavamo.

La villa e i falò

Qui in villa non abbiamo colture, ma cipressi oleandri e fogliami caduti a terra d’altra parentela bruciano al vespro, imitando le stoppie arse nei falò sotto la luna aperta dei campi, dove è semplice favolare che qualcuno abbia mondato le cose secche e rimorte con la falce diafana a cui ora muovono odori antichi e per la finestra, a rompere ogni vena di fiume in corpo, se ripenso alla vastità usata da Cesare per immaginarsi felice, al cuore che lo ingannava sull’ipotesi di poterla raggiungere davvero, la luna brunita dai falò sul basso continuo degli animali pastori che abbaiano all’uomo contro ogni visione e gli dicono, Tu sei come una terra – Tu tremi nell’estate.

Fatti vivo

Figlia dell’inverno / la lettura / offre la storia / e il silenzio, / il nero del legno / e il bianco della neve. / Il silenzio tra le parole / permette alle parole / di procedere / e come il silenzio / degli animali / e dei ricordi, / attivo e fertile, / non cospira / con l’infelicità / di dire sempre / solo quello che sai già. / Ho bisogno delle parole / degli altri per scandagliare / le mie. Ascoltando / scrivendo / scopro cosa so. / Le parole / sono la casa del mondo / lo straccio che lava / le cose. / Leggendo / più che comprendere / faccio / scioccamente parte / della dolcezza d’essere. / Leggo per abitare / scrivo per traslocare.

Chandra Livia Candiani, La lettura da Fatti vivo (2017)

Accadde oggi

Il passato è una terra di video rimossi o non disponibili, andarci sarebbe una violazione di copy – era bello ma non è nostro: ce ne staremo fissi davanti alla polvere tremula di uno schermo nero, a ricordare i singoli frame legati da una musica lontana, o non sarà meglio caricare nell’etere dolcissimo un tempo nuovo? Superiamo lo sconforto e il muro grigio di questo sabato mattina che trattiene la pioggia in gola. Il nostro cielo avrà luce e non sarà mai rimosso, disponibile sempre perché mia e tua costruzione. Saremo noi, un avanzamento continuo. E senza pensiero, lo stiamo già facendo. Accade: domani.