Accanto

Domenica nei boschi e mari dimenticati
dai tornati in città a impastare
la fatica di domani, lievita
da qui al crescere della notte
e spera chiunque di abbracciare
l’anima compagna trovando
negli occhi del lupo simile accanto
il sorriso del va bene così
vieni più vicino contro la fine del giro
da qui fino alla frana verde del mattino.

La ditta dentro

La fragilità è una ditta che ti rifà la casa mutandola in una sola sala d’attesa. Non ci sono medici dietro le porte, si aspetta solo che arrivi notte. Allora, infine sull’attenti, un sussurro batte ai denti: baciami che muoio. Viene il bacio sull’acqua mossa della faccia e apre gli occhi al buio della sala. Così lo vedi, è fragile anche tutto a terra, il pavimento dell’attesa è molle, com’è giusta la zolla dei campi che ci affondi i semi dentro. Semi di verdure e di ortaggi, di belle piante e alberi da frutto, semi che chiamano l’altra metà di ogni cosa all’intero della carne. E all’intero della casa, che un giorno si ridà così a stanze di nuovo tutte diverse. Una per mangiare, una per giocare, una per l’amore che non aveva fine.

Libretto di transito

Misurate le parole di Franca Mancinelli, continua la loro poesia a risuonare in noi come nel bianco prevalente di ogni pagina. E sembra di continuare a leggere qualcosa per la prima volta: il mondo, lo spazio che abbiamo davanti, il segreto vissuto nei gesti piccoli del tempo. Ogni testo del suo Libretto di transito (Amos Edizioni, 2018) è un trampolino orientato sul miracolo di farci autori dei canti sulle faglie che ci abitano. Crepe da cui soffia il vento nei tentativi di un abbraccio, spiragli che ospitano il transito della luce in entrata o in uscita, verso il buio del non detto o l’aperto della meraviglia. Scrivo questa nota in piena libertà e in gran disordine, come chi esce di casa coi capelli ancora bagnati e le scarpe slacciate per la gioia di andare incontro a un amico. In questo momento, nemmeno ho il testo davanti. Ma ritorna la luce che ieri a villa Borghese accendeva le pagine nell’unica tregua che ha commosso un’intera domenica di pioggia. Libretto di transito è una raccolta di testi in prosa, piena di grate allusioni a elementi e ritmi della natura, abissi tra un punto fermo e l’altro delle pur brevi composizioni; è un ambiente dove ricorre in più varianti il movimento del cadere, un’attrazione lenta verso il basso, precipizio incontro al pastoso nero della terra, irruzione verticale di un ricordo fondativo; scrittura sorgiva, diramante su figure di tumulti, tremori; e rondini, mattine, argilla, pareti, fenditure come nascondigli di bambino, desiderio, foglie e ragnatele del bene; musica sospesa nella radura del petto. Franca Mancinelli, la sua pronuncia del mondo, corta densa e precisa, io la sto ancora cercando. Cerco il suo luogo, ammesso «che un nome possa avere luogo».

Dimostrami

La vita è misteriosa come il colore di tutte le cose, che non si dà mai per assoluto ma asseconda gli umori della luce. La vita asseconda gli umori della luce e tu dimostrami che anche di notte il cielo non è azzurro, che anche di giorno il mare non è nero, che anche nella penultima ora di questo mercoledì io non sono appena arrivato a casa abbracciandoti forte.

Di sangue

Cadono giorni di paura e fitte
nel turchese convalescente,
guardare in faccia il mistero
costa una ferita
da frequentare e domande
aperte per sempre.

Come una beffa la primavera
nasce dalla rugiada
delle tue notti insonni, amore mio
dal sole che ti esce
ora con gli occhi al glicine
gonfio di trauma.

Nell’altalena di fulmini
tra la camera vuota e la cucina
quando ti abbraccio
Dio mi attraversa, dice
la vita è più grande
di un solo giorno di sangue.

Perché noi rimaniamo, amore
come una preghiera
assurda sui crolli al telefono,
il vivo della nostra pelle
e questo magone
che inghiotte tutta la terra.

All’amore che ti ha generato

La mia anima è una salda colonna per il tuo dolore: lasciati cadere inerme, appoggiati, osso di insonnia, lembo della prima carne che ti ha generato. La mia anima ti darà linfa e i gangli attecchiranno ai giorni di nuovo. La colonna allora si dissolverà nella luce e la tua anima tornerà alla corsa: la vita è innegabile, si posa di forma in forma. Alto nel diritto, calmo nella bufera, duro alla fatica e dignitoso, darai fiamma all’amore che, già prima di questa caduta, ti ha generato per la seconda volta: come padre, hai un destino di sapiente nei misteri del buio, impatto di meteora al suolo fecondo. Ti guiderà nel semplice la forma di un cratere sulla superficie di Venere.

Voglio di più

Limerò elegie oniriche negli apolidi recinti di Orfeo. Dirò il tuo nome in versi senza fartene accorgere e, giocando, inventerò orizzonti nuovi, adamantini. Ordinerò le idee volando in altalena e ridesterò i cuori come aulente rosa delle origini. Perché voglio di più. Voglio chiedere di più alle parole, le voglio fatte di lettere magiche di una magia che mi attraversi e poi sfugga al mio controllo. Non lo voglio il controllo, il controllo è il male, è l’illusione peggiore. Allora, alleverò delicati agapanti in attesa del miracoloso angelo e del tuono tropicale – entrambi operosissimi. E mai sazio, rifarò tutto da capo: addestrerò liriche in celesti evoluzioni e, fulmine rapido a nord, cavalcherò elegante sulle cicale ottobrine. Mescolerò albe rubando tanti acquerelli per luminare una cava apollinea dove metterò alle rose in amore spine ovattate lasciando che esistano. Che esistano, tutte. Giuro, a balzi romperò insidie ereditate libando elisir per guidare incontri dove rideranno gli innamorati acerbi. Gestendo tali oneri raccoglierò gigli incantati ovunque e, ancora di più, muoverò alzaie recitando canti oceanìni. Se non dovessi riuscire in niente di tutto questo, so per certo che farò almeno una cosa: aprirò nidi nelle aurore musicando alle nude fate ricami eufonici di infinito.

Margherita (a Firenze)

Mi sono svegliato nel suo cuore e ho consacrato la notte a una fata. Alla fata di un fiore ho consacrato la mia notte fresca di sogno interrotto – Margherita è il nome del fiore, solfeggio d’amore e sua negazione. Felici insieme noi, mi cadeva stanca nelle braccia e poi la curva di un dolore l’adagiava a terra coi petali in torpore. Le mani si chiudevano in cristalli; e le gambe sottili; e il sorriso generoso: lumino basso, sempre più caldo. Nella notte dantesca era infine l’arrivo salvifico di un padre, allora io nel cuore ho aperto gli occhi e così ho visto la fata. Certe volte era falena, certe volte libellula, certe volte era farfalla. Veloce filava nel buio alto dell’ora solare. Un abbraccio è qualcosa da rinnovare, ha detto. E non volevo sognare altro, né più dormire e scordare la mia storia col suo fiore. Come faccio a tornare da Margherita, ho chiesto alla mia fata. Ha detto, a Firenze c’è un palazzo vecchio, un ponte vecchio e una scala antica di tetti che dal portico delle Oblate va alla cupola del duomo, senza passare da basso e nel gran chiasso: bastano due ali di fata, poi un salto e dispàri nel rosa all’imbrunire. Le fate quando ti parlano credono sempre che tu abbia le ali come loro.

Amedea

Il mio liuto è un’acqua profumata d’erba, profumata d’alga: l’acqua irriga e fa suonare tutti i fiori dei vasi. C’è il vaso del mare e il vaso del cielo. Nel vaso del cielo è la luna lucente, ombra che respira e parla della terra arata. Dice di una femmina antica la cui mano e il cui seno furono sangue. L’acqua del verso, versata dalla mia bocca, ricama una vasca color morte che versa sangue umano a terra – lo succhia e lo sputa. E nel viso è arsura, arsura nelle mie vene. Ricordo labbra baciate che poi svanirono, una luna che rodeva le ossa, e ora niente è rimasto che non sia finito in cielo.
Ma questa notte, per il vento erra la sabbia e l’occhio è un deserto a forma di carovana. La fanciulla gioca nella tana senza compagno e la mia anima canta: la schiuma è scalza di mare, la luna è seno e intelletto; la rena che s’alza nell’aria pare un velo – è femmina, è femmina: Amedea! Il suo corpo nudo versa profumi dalla punta delle cosce, dalla nuca del culo – gattina berbera – e dalla cruna fica. Fata, canta l’araba amata e la calce di luna è incantata: con me non devi temere nulla, né il lampo del giorno né la fine della luce. Ora il lume di luna è una testa d’oro volatile e nella notte stellata palpita un atto osceno, misto di sangue e interruzione del tempo.
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