Sul metro dei quanti

Piccolo come diventa, può stare ovunque, nascondersi e non farsi trovare, passare la materia e certo uscire, quando e come vuole, da ogni poro. Invece resta dentro. Ridotto e stretto come niente al mondo, il cuore, la prima volta che porti un figlio al nido. È fisica, elemento più piccolo sul metro dei quanti non esiste. E le traiettorie! Impazzite sghembe nervose, accelerate al millisecondo, battono sulle ossa e sulle pareti di carne. Torni a casa, valuti il da fare, parli col portiere, fai bene le scale, infili la toppa e cedi – un altro vuoto: stavolta è nella mente. Si è staccato dalla mente un ramo intero. Nato da poco ma cresciuto subito forte, divaricato in mille legni verdi sottili per l’esposizione fortunatissima. Così fitta ne era la trama da fare ombra a terra e fresco per l’erba dove giocare. Adesso quel ramo vive ma altrove; altrove ma per poco; e tanto basta al laser del sole per incenerire le farfalle nate lì sotto. Così è l’ennesima novità, l’innumero esilio dal centro. E ogni volta non sai dove ti hanno posato, non sai da dove scrivi, da dove guardi, da dove pensi, tanto la vita ha rapito la vita a te stesso con altra vita mai ferma e lucente. E si scrive poco, sempre da una periferia, mai più dal centro; si guarda mai più dagli occhi; si ascolta mai più dalle orecchie solo nostre – sempre avuti, sempre avute, prima che l’amorino ti riducesse il cuore sul metro dei: “Quanti siete ora nella stessa vita davvero?”

Guerra

Per chi ha più di 300 amici, facebook è una guerra. Non ci credete, non ve ne accorgete ma è una guerra. Su chi è più *qualcosa, e su come essere meglio *qualcuno. Guerra all’ultimo presente: nessuna possibilità di vittoria. Zuckerberg però non vi ha mica costruito una casa ciascuno in cui fare abitare i vostri nipoti e lasciare tracce di voi nei cassetti dello studio con la finestra da cui in estate entra anche la scia del gelsomino. Mark se l’è cavata certo, ma con la sua invenzione non ha fatto la casa a nessuno. A nessuno, dico, con le sue mani. E questa cosa delle mani è fondamentale. A nessuno, con le sue mani ha fatto una casa davanti alla quale puoi farti fare una foto, stamparla e aspettare che ingiallisca. Eppure è ritenuto il padrone di casa nell’acquario blu. Casa senza mattoni, ma fatta di tempo: che ci metti tu. Una casa fatta da lui col tuo tempo, di cui non sei più padrone. Prima, lo abitavi in qualità di capomastro. Ora non più, per il solo vezzo di entrarci ogni giorno. Così si perde una guerra e si muore capendo tardi una grande verità: se si inizia a definire reale una cosa, significa che ce l’hanno rubata.

Notturlabio

La notte è fucina di passione, che il buio si viva come terra di approdo o buonora di una partenza. Di notte chiudi l’ultima pagina di un libro, l’esame è domani ma un po’ ancora ne hai per stendere sul cuscino le mille intuizioni selvatiche fiorite accanto alle glosse. Di notte ti alzi, domani raggiungerai a vela il capo remoto dell’isola, così incontri al porto gli amici e salpate alle quattro per sottrarre al sole dodici miglia di odissea. La notte fonda scalda il gelo delle passioni nere, ricovera i litigi nella fiacca, dona propositi ai refrattari incalliti. Era notte nell’orto che duemila anni fa dischiuse la passione suprema; notte, quando vagai tra i chiari delle piante e le giare cucite da mio nonno; notte, quando mi alzai con un motivo nuovo ancora nell’orecchio. Solo a notte ci corrispondiamo per quelli che siamo davvero, perciò gli amanti di Wagner la invocano risolvendo in un istante armonico di la bemolle la loro impossibile unione. Se il sogno è più bello quanto più sembra realtà, la notte non imita il giorno e mi nutre passioni che il mondo di fuori, a mezzodì, ha meno luce dell’anima mia.

Vocazione

Ieri mi è squillato il cellulare con un numero estero sconosciuto. Penso, ci risiamo coi tafani dei call-center, ma rispondo uguale: una volta su dieci è giusto anche far lavorare questi criceti innocenti. La cosa simpatica è che non cercavano me; ero già pronto a dire no, non mi interessa, e invece mi sono goduto l’equivoco, li ho lasciati parlare e ho capito il motivo della chiamata. In inglese vichingo hanno chiesto di un certo signor Zimmerman. Gli ho detto che avevano sbagliato, che però qualcosina la scrivo anch’io e su, via, la prego, mi dia un indirizzo a cui mandare un paio di testi, posso fare uno stage in sede, chissà, da cosa nasce cosa e vabbè, dai, sono certo che all’accademia servono bidelli, no no, aspetti, senta! Click, chiamata terminata. Un attimo dopo ho pensato: coglione, non gli hai detto che suoni. Credo che mi iscriverò a un corso per fare call-center. E diventare un tafano migliore.

Chagall

Chissà che sta facendo Chagall, come pura materia trasformata, intendo da buon erede del progresso scientifico, mica lo penso col cappello e le mani impiastrate di colore, no; ma chissà cosa farà in questo momento la sua metamorfosi, intendo, magari evaporata e già passata dall’aria al vuoto interstellare secondo la fisica quantistica ma pur sempre col suo nome finché ne esiste ancora la materia. Ecco, sì, allora cosa fa strano a dirsi: una polvere con un nome.

La bianchezza

Call me Ishmael (Herman Melville);
Chiamatemi Ismaele (Cesare Pavese, Adelphi);
Ishmael – chiamatemi così (Ruggero Bianchi, Mursia);
Diciamo che mi chiamo Ismaele (Bernardo Draghi, Frassinelli);
Chiamatemi pure Ismaele (Giuseppe Natali, UTET);
Chiamami Ishmael (Alessandro Ceni, Feltrinelli);
Chiamatemi Ishmael (Ottavio Fatica, Einaudi).

Tante sono le strade aperte dal naufragio del senso, una soltanto la bianchezza della balena; discutibile la musica di ciascuna soluzione, inconfutabile il mistero di una beltà primigenia. Cosa, nella vita, non è frutto di una traduzione?

Massimamente sogni

Negli ultimi giorni mi capacito di questa città Palermo che ti fa inabissare, sprofondare in precipitosa rovina di sensi mentre ci cammini a piedi infilzandoti nelle resurrezioni architettoniche dei vecchi palazzi bucati dalla seconda guerra; mentre vedi facce che facce sconosciute non sembrano esistere, ma solo volti infuocati che dicono famiglia ai tuoi occhi pronti a partire; mentre credi vera l’epifania che dà un senso a tutto, persino al nautoscopio visto da un palazzo con la faccia sulla Cala; persino al fine vita della tua scaturigine; persino all’ultimo alito di burattino che soffia dal ventre di uno scantinato nel teatrino delle beffe. Tutto questo ti stanca ma ne vuoi ancora; ne vuoi ancora ma ti stanca. E massimamente sogni di dormire in un cantuccio solo tuo con questi tesori brulicanti sul cuscino.

Nota

Poco fa suonavo per i fatti miei, così, in pace. A un tratto ho sentito una voce che mi ha detto ricorda, non è perché suoni, non è perché suoni bene e sei intonato che la gente potrà perdonarti sempre tutto. Non è perché suoni e quando canti sembri un angelo che i tuoi devono sopportare a forza le tue bizze. Ho pensato no, certo, forse la musica aiuta; ma è il loro amore – non il mio canto – che spero mi accolga sempre. Il loro amore.

Farsi vivi

Rare volte, la morte si fa viva in modo generoso e alle persone speciali regala un tempo aggiuntivo per educare chi resta al suo abbandono, come ultimo gesto d’affetto. La mente si annebbia con una lentezza che dura anni e riserva sporadici lampi d’amore forse già inconsapevole, ma sinceramente provato e dimostrato a ogni occasione di un contatto delle mani, una carezza sulle tempie, uno sguardo tenerissimo. Il tempio non si ciba più da solo e i devoti passano gli ultimi anni accanto a Elena, che si curi di farla mangiare e la pulisca, solo questo; il cuore è forte e batte una musica d’acciaio, i valori sono incredibilmente stabili. La pianista non soffre e non ha un solo tubo attaccato per stare in vita, respirare meglio o alimentarsi. Niente: è libera. Continua a leggere “Farsi vivi”

Istruzioni

Le istruzioni per nascere al giorno come un filo d’erba che trama vita al quoziente fra sogno e resto del mondo sono: alzarsi di prima mattina, leggere da un libro di poesie e ricopiarne una, due – quelle che più ti sembrano cantare i versi del drago e arruffare le sillabe di capriole. Poi, nell’odore del caffè sentire la città nascere dalla coda della notte, o tornare a letto se vuoi: ti sveglierai di nuovo da un calcolo mai inventato per segnare il tempo delle coperte e ti scoprirai su un foglio, in parole vissute prima di te, come una traccia da seguire, bacio di rugiada all’ultima stella.