Un altro motivo

Gli esami del mondo non finiscono mai ma io oggi consegno il foglio bianco con dentro più me stesso di ogni merito o risposta pretesi, che guardo fuori dalla finestra i gesti del paninaro sul marciapiede alle prese col banchetto per l’intervallo delle 11:15, che penso alla grande palestra ancora vuota dove all’ultima ora vedrò la ragazza dai capelli rossi e le dirò: oggi c’era il tema di fine trimestre ma io sono venuto qui a scuola per un altro motivo.

Gomiti

Morirò senza gomiti. Quando si occuperanno del mio corpo si renderanno conto che per tutta la vita mi è mancata una parte anatomica. Capiranno che non ho mai avuto intenzione di farmeli crescere. Che sono arrivato alla fine facendo a meno di loro. Senza gomiti è difficile ma non impossibile abbracciare: puoi farlo chiedendo alla persona cara di mettersi parallela alla linea delle braccia. Per lavarti le mani basta allontanarti un po’ dal lavandino. Per guidare basta arretrare tutto il sedile e usare il cambio automatico. Non puoi mangiare e bere; non puoi vestirti da solo, né rifare il letto. Senza gomiti non puoi prendere in braccio tuo figlio, puoi solo fargli fare vola vola. Morirò senza gomiti però. Senza gli spigoli utili nelle competizioni della vita – competizione professionale, sociale, sentimentale e così via. Preferisco. Vivere nelle condizioni della sottomissione e della competizione provoca depressione. Senza nulla togliere a chi si fa il mazzo adeguandosi alle regole formali e informali di una particolare comunità. Anzi, onore al merito e alla loro fatica, dico davvero. Solo che io preferisco così; e non escludo nemmeno che non sia sintomo di stupidità: morire senza gomiti ma intero.

Deserti

Avanzano i deserti: è la vita adulta com’è sempre stata, o una descrizione dell’oggi per tutte le età? Gli anni aumentano la siccità e l’attuale situazione climatica è perfetta per descrivere l’immenso fossato che il tempo ci scava attorno da adulti – e sempre di più. Magari i ventenni di oggi hanno ancora un fiume di meraviglia a due passi e una rigogliosa ombra di relazioni alla loro portata. Spero che la retorica dei bei vecchi tempi andati sia solo una stronzata – come ho voluto credere finora – e l’avanzata dei deserti valga solo per me; spero che non sia verità anche per i più giovani, spero che vivano tra loro belle cose impossibili per me da immaginare. Perché crescere somiglia all’inesorabile spoliazione degli alberi intorno, e tu bruci al sole senza riparo; somiglia al cuneo salino che invade la foce seccando chilometri di entroterra, e tu sei flora fauna e raccolto compromessi. Somiglia, crescere, a un bagaglio sempre più pesante di consolazioni. Ieri, per esempio, ho visto tre pappagalli verdi volare da un balcone a un albero mentre tornavo a casa e ho pensato a Gino Strada: c’è un suo libro con questo titolo, non l’ho mai letto, Roma è piena di pappagalli verdi, ma quel volo mi ha fatto pensare a lui, a ciò che rappresentava e abbiamo avuto la fortuna di conoscere, perché avevo bisogno di pace. Oggi, altro esempio, nella mia ora di fila alle poste, ho rifiutato l’invito a entrare in un tipico litigio fra poveri facendo il populista, perché avevo bisogno di indicare chi ha una colpa più grande: quella situazione non si doveva a nessuno dei presenti, ho detto, ho smesso di prendermela con chi soffre i miei stessi disservizi, basta massacrarci fra noi! Basta, tifare il cattivo meno cattivo da sostenere per sentirsi dalla parte giusta; basta, essere stupiti dal consumismo bellico americano che ci trascina nel baratro. Io vedo ovunque gente stanca. Io pure sono stanca. E non c’entrano le nostre fatiche personali, è una stanchezza globale. L’ingiustizia è istituzionalizzata e gli accordi sporchi si fanno ormai stringendo la mano ai dittatori in diretta TV. L’impotenza ci sfinisce. Sia che ne siamo consapevoli sia che non lo siamo. Questo dice Giulia, un’amica che ho la fortuna di conoscere e riconoscere oasi nel deserto dell’età. Che avanza come una catastrofe, cara catastrofe.

Ciliegie

Ciliegie avvelenate ai soldati russi. Così, un titolo del Messaggero. Sono i dettagli che mi fanno impazzire. Al di là dell’uso che la propaganda fa di questa storia – a dimostrare che gli ucraini (categoria monolitica di individui) non vogliono i russi, contro quanto si dice invece in ambienti “putiniani”, che appartengano cioè allo stesso grande popolo, ogni ucraino avendo almeno un paio di parenti nella federazione – io penso alle ciliegie. Se la storia è vera, come solo certi dettagli inducono a credere, immagino i contadini di Melitopol che escogitano il piano. Immagino il rapporto quotidiano e la fiducia che essi hanno guadagnato, dopo settimane di occupazione, agli occhi del nemico. Finché un giorno, qualcuno pensa di avvelenarli e lo dice ai suoi. Da lì, inizia forse una discussione su quale cibo si adatti meglio come veicolo del veleno. Alcuni propongono verdure e ortaggi usati per le zuppe, ma no: ci sarebbero troppi passaggi in mezzo – la cottura, garantirsi di mettere il veleno prima di servire la pietanza, vedere quanta ne mangiano, capire quanto sia il minimo per causarne la morte – e poi chi lo dice che, ottenute le materie prime, i russi non vadano a cucinarsi la zuppa nel loro capanno? No, serve qualcosa di più immediato, qualcosa di plausibile come consumazione improvvisata, pasto del momento, magari un’offerta ai soldati direttamente dalle mani dei contadini, in segno di ristoro e acclarata accettazione di convivenza. Dobbiamo saltare il passaggio della cottura. A quel punto, qualcuno propone: usiamo la frutta. Un altro dice potremmo usare le ciliegie, hanno un sapore deciso, buono per mascherare l’eventuale gusto o retrogusto del veleno. E poi una tira l’altra, potremmo darne una normale dopo quella letale per nascondere subito l’eventuale sapore del veleno. Illuminati, i contadini annuiscono tutti. Sorridono? Non credo. Sono oltre, ormai. Fanno quello che va fatto. Uno di loro si guarda intorno, fino al tavolo di fòrmica. Fa due passi, afferra il cesto vuoto.

Borotalco

Ieri sera ho rivisto Borotalco (ma vale per ogni altro “documento” fino agli anni Duemila) e ho provato un’invidia mista a impressione dolorosa nel misurare la libertà in cui abbiamo vissuto quando la gente usciva di casa e, davvero, non c’era più, stava solo dove stava fisicamente; solo con chi stava fisicamente. Rispettando il tempo necessario all’altro per coprire le distanze. I legacci della reperibilità capillare hanno fatto ormai crollare tutto un sistema di “fiducia dovuta” nei confronti dell’altro, sostituendola con un sistema di “controllo legittimo” e immediato per cui, oggi, poter sapere ci induce a voler sapere (così, le dinamiche del desiderio in molti altri campi: se ormai posso, allora io voglio). Rispetto al precedente bisogno di tenerci legati ritrovando l’altro in un sistema di fiducia dovuta, da passare poi al vaglio fisico, oggi è la tecnologia che ci tiene potenzialmente legati, liberandoci dal bisogno di un successivo vaglio fisico. La vertigine provocata dalla sua capillarità è tale, anzi, e a essa abbiamo così associato il rilascio di endorfine, che siamo noi – oltre quella prima mutazione, in cui ancora eravamo solo inquisiti – a voler dire ormai agli altri, pure sconosciuti, dove siamo, che facciamo, senza più aspettare che ce lo chiedano loro alla nostra prima scomparsa. Così, certo, è ancora possibile che due sognatori fuggano insieme da una quotidianità opprimente ma ecco che, davanti al mare di Castel Porziano, tra una domanda sul segno zodiacale di Dio e le prime carezze clandestine, verrà voglia di fotografare il paesaggio o sé stessi, non per diffonderli necessariamente subito agli altri, ma già solo a garanzia di un potenziale futuro controllo di sé su sé stessi. Controllo che non faremo mai: nessuno rivede le mille foto inutili che scattiamo. Viviamo l’istinto di controllo sul presente, senza poi esercitarlo mai perché a nulla serve, se non come garanzia invece di una presa stessa sul presente, attenzione esclusiva che non riusciamo più a esercitare. Garanzia di starlo vivendo davvero quel momento, come per l’inconfessabile dubbio di esserci, presenti qui e ora, con la nostra sola cifra di carne e fiato attestabile, in passato, e già ben soddisfatta ad esempio dall’improvviso canto stonato di un brano di Dalla in coppia a squarciagola contro i pesci sott’acqua che manco si vedono. Ma ci fidiamo: nuotano lì sotto, che è tanto profondo.

Gli insepolti

Le oltre mille bare ammassate in un capanno al cimitero dei Rotoli, da anni in attesa di sepoltura, la notte escono e scivolano tra gli alberi pizzuti a prendere il fresco.
Salgono le pendici del Pellegrino per vedere le lampare davanti alla costa, giocano a rallentare i gatti svelti appresso ai ratti e, se c’è la luna, al chiaro si stricano l’un l’altra per togliersi qualche verme o insetto che le solletica troppo. Sembrano lumache ma al posto della bava spernacchiano l’olezzo di decomposizione che poi, per tutta la giornata successiva, si raccoglie di nuovo nel capanno visitato dai parenti e da rari giornalisti.
Il guardiano che all’alba apre i cancelli non capisce come mai la mattina presto non c’è puzza dentro quell’inferno vergognoso. Non si capacita. Come potrebbe? Non gli sfiora il cervello che di notte quelle tampasìano liberando il feto nostro nel cielo su Palermo.
“Il bello è che tutti si chiedono come mai ancora il Comune non ha risolto”, pensa tra sé ogni tanto. “Che fa, non lo sanno lo schifo dei politici? Ditemi invece com’è che colla mattinata, prima che arrivano le vecchie, puzza non ce n’è. Ditemi questo, amunì”.
– Tatò, tu niente sai, vero?
– Miaaoo, meoww, puurrrr.

Fatto bene

Penso al parametro di giudizio più usato sulle serie tv: è fatta bene, è fatta male. E mi sento come un utente di Netflix che inizia a stancarsi e vuole spegnere. Mi riferisco al film sulla guerra in corso. Non si tratta più, infatti, di parlare come cittadini che pretendono una buona informazione; si tratta di parlare ormai come spettatori che pretendono una storia fatta bene. Credibile cioè. Fin qui la propaganda (segno lampante che chi deve decidere ha già deciso cosa fare, a prescindere dal nostro volere) se l’è cavata: dalle storie di nozze fra soldati ucraini intrappolati, agli U2 che suonano in una metro a rischio bombardamento. Un racconto non deve essere credibile, dev’essere l’unico. Se non ce ne sono altri, sarà creduto. Per questo si vede un film alla volta in uno schermo solo, e non due in due schermi insieme. Qui assistiamo a un solo racconto in effetti, perciò finora lo abbiamo seguito senza tanti problemi. Ditemi voi però se il film non comincia a stancare. L’altro giorno, la felpa di pile di Zelensky è stata venduta a un’asta londinese per 105 mila euro. Ieri una competizione europea di musica è stata vinta dall’Ucraina, forte dell’appello di Zelensky. I musicisti vincitori hanno dichiarato: ora torniamo a combattere. Il principio di spettacolarizzazione che uniforma i diversi piani della realtà, però, vorrebbe che anche la Russia vincesse qualcosa. Altrimenti, per quanto sia l’unico, anche questo racconto inizia a diventare poco credibile. E noi a dire che non è fatto tanto bene, che i fatti che ci propinano sono fatti e strafatti e a noi, gente perbene, non piacciono gli eccessi. Zelensky, al momento tutto quello che tocchi diventa oro: avrei un dente da sostituire. Senza impegno, quando hai tempo. Tra una guerra e uno show.

Senza pelle

Sapevamo di avere organi e vasi sanguigni, vene arterie e capillari ovunque, tessuti molli tendini e cartilagini, mucose umori e tutto il resto, ma c’era la pelle a coprire, difendeva l’interno dell’organismo e il suo esterno, cioè i nostri occhi. Sapevamo ma non eravamo consapevoli davvero di cosa c’era sotto e c’era sempre stato. Adesso invece io posso vedere il video fatto col cellulare a una donna che spazza il davanzale della finestra raccogliendo i vetri di una casa scossa da una bomba in Ucraina; vedo il raduno di donne e bambini nei sotterranei di una città spettrale battuta dalle sirene antiaereo; vedo la corsa di un carro armato che schiaccia un’auto nella strada grigia bloccando un anziano tra le lamiere. Indietro non si torna, sarebbe inutile dopo aver visto cosa c’è sotto la pelle, sarebbe inquietante riparare la coscienza con il trapianto di nuova pelle o usando una guaina artificiale. Adesso è tempo di gestire questa nuova acquisizione, di imparare come si sta nella chirurgia d’urgenza in cui hanno trasferito il mondo che si vede pulsare senza difese, esposto alla luna e al sole e alla violenza degli elementi, anzi, a quello che siamo e siamo sempre stati. Siamo ancora più vicini alle cose, alle migliori e alle peggiori. Con tutto lo sgomento che dovremo elaborare.

La verità

Un giorno nei dispenser dei luoghi pubblici, ma anche nei personali flaconcini tascabili, non ci sarà più l’igienizzante ma la verità. Metteremo una nocciolina di verità sui palmi e la faremo assorbire sfregando le mani. Normali saranno frasi come ti sei messo troppa verità, si sente l’odore a un metro, oppure scusa, ho finito la verità, me ne dai un po’? O anche: hai provato questa verità? È ottima. Ogni verità avrà percentuali diverse di alcol e diverse fragranze ma serviranno tutte al medesimo scopo e, in ogni caso, anche se scadente, sempre meglio usarla, ché un minimo di protezione la darà comunque. Alcuni, i più attenti, avranno le mani consumate, piagate, rinsecchite dalla verità. Altri la useranno appena, giusto prima di sedersi a tavola, svogliati come i bambini che non vogliono lavarsi mai e, anzi, mettono sempre le mani bocca dopo aver toccato qualunque cosa, il mondo, ovunque.

Vi renderemo la vita difficile


Vi renderemo la vita difficile
disse il sottosegretario
alla Salute, non parlando
fantastico a virus e batteri
ma a oltre sette milioni
di contribuenti incensurati,

frase che non stranì affatto
il resto degli italiani, ora
pronti a definire “misure
di sanità pubblica” i vari
deterrenti statali agiti
su motivazione scientifica –

la scienza vuole infatti
che alcune persone, benché
sane in un dato momento
e pur con mascherina
e igienizzate e distanziate
e, volendo, tamponate

non comprino il pigiama
la domenica, non viaggino
non lavorino, non abbiano
più lo stipendio – nessuna
persecuzione dicono, poi
i giuristi confermano: certi

divieti saranno assurdi
ma le norme sono generali
e astratte per definizione
non si possono ideare
a partire da casi limite
hard cases make bad law

bisogna portare pazienza
per il bene generale,
concludono col distacco
dei palloni aerostatici
dalla terra e dal mare
come fosse possibile solo

questa via, questa verità
questa vita che, sì, certo
preferivamo l’obbligo per
tutti ma ci contentiamo
di questa caccia scientifica
alle streghe senza data

di scadenza – sei strega tu?
no, e allora! finché non
si arriva al cento per cento
non gli diamo il pallone,
giochiamo solo noi, i migliori
tra non votati e indiscussi.