Liliana in fila

Ho cercato il numero di matricola che misero a Liliana Segre appena entrata nel mattatoio di Auschwitz, volevo vedere se riuscivo ad alzare lo sguardo risalendo a chi stava in fila davanti e dietro di lei. C’è voluto un minuto, non di più, facendo la ricerca per matricole. E la facilità con cui ho trovato le altre due donne mi ha messo i brividi, perché merito esclusivo, frutto ancora vivo della perfetta lucidità di quell’orrore. Una campana ferma da settantacinque anni la cui risonanza non smette di fluttuare ancora nell’aria macabra. In fila davanti a lei c’era Lisa Dresner, vent’anni più grande, figlia di Karl Dresner e Elena Steiner, nata a Vienna il 24 febbraio 1910. Era sposata con Teodoro Elia Rozay e fu arrestata ad Asti. A Lisa toccò il numero 75189. Immagino la tredicenne Liliana studiare ogni gesto di Lisa per imitarla in tutto e darsi forza quando pochi attimi dopo sarebbe toccato a lei stare davanti al banco dell’inferno. Liliana alla fine la imitò così bene da uscire “viva” come lei da quel campo. Laura Sacerdote invece, la ragazza che stava dietro Liliana, non ci riuscì. Laura aveva dieci anni in più di Liliana e dieci in meno di Lisa. Era figlia di Claudio Sacerdote e Ernestina Diana Borgetti, nata ad Alba l’1 ottobre 1920. L’avevano arrestata in provincia di Varese, a un passo dalla frontiera italo-svizzera. Ma queste cose Liliana non le sapeva, perché era già passata oltre, nella buona scia di Lisa. Laura, arrivata ad Auschwitz con un treno partito da Milano il 30 gennaio 1944, fu marchiata col numero di matricola 75191. Glielo misero perché io oggi potessi rintracciarla. E piangere.

Il silenzio positivo

Non è vero che chi tace acconsente: chi tace sta zitto, ricorda Francesco Nuti. Spiazzante, meraviglioso e vero. Oggi pensavo a un altro detto simile: nessuna nuova, buona nuova, e ho visto chiara l’enormità della cazzata che è. Dare il bene per scontato. Parafrasando Nuti invece nessuna nuova, chissà che succede. Mistero, incognita, silenzio, distacco, lontananza, cecità, assenza, mancanza. Eppure, la fortuna di questo detto sta nella atavica convinzione che scrivere (o comunicare in generale) abbia a che fare più col brutto che col bello: scrivo per sfogarmi, capirmi, lasciare memoria ai posteri, eccetera. Tutta roba allegra, insomma. Crescendo, poi, questa cazzata del silenzio positivo prende sempre più spazio nella convinzione degli adulti che, tra mille pensieri e impegni incalzanti, se vale la pena comunicare qualcosa ai loro cari e amici, danno precedenza alle cose spiacevoli. Come fossero quelle che hanno più effetti su di noi. E ci perdiamo il meglio. Non comunicare il bello, fosse anche minimo, come solo un pomeriggio di euforia in mezzo all’alto mare di una stagione buia, fa dimenticare sempre più innanzitutto a noi stessi che c’è anche del buono. Così lui sparisce dall’orizzonte. Lo sguardo invece va allenato, altrimenti ci costruiamo da soli un paio di occhiali atti a vedere solo una cosa o, peggio ancora, ci abituiamo a parlare del bene in forma esclusivamente concessiva, col perenne sottotesto ma sì, dai, in fondo. Ecco, io voglio cavarmelo dal fondo, tutto il minimo bene che incrocio, raccontandolo ai miei cari. Scrivere a uno di loro che è stato bello vederci, volevo dirtelo, perché spesso – non so perché, ma è così – crescendo ci si tiene sempre più tutto per sé, non solo le cose brutte, ma anche quelle belle. Come fossero scontate. Quando invece si paga sempre a prezzo pieno, eccome, la felicità.

Ripicca

La vita come ripicca. Anche solo questo, ripicca al male che batte come una propaganda, un veleno che ramifica insistente. Più grande il male, più forte la ripicca. Ma di pancia, proprio. Notizie di merda dal mondo, irrimediabile farsa in Italia? Nessuno sconforto: solo carezze e abbracci, progetti folli, semina del verde, ricerca dell’altro, cura dei piccoli, indulgenza e autocritica, buona volontà, fiducia. Niente di zuccherino, solo un dispetto finissimo. E più contiamo le bare, le intenzioni mortifere dei reggenti, le iniziative letali dei singoli, più assurda sembrerà la nostra ripicca e mancanza di rispetto. Lo so. Ma non è follia, è pura occasione. Sarà l’esatto opposto di girare la testa altrove. Sarà guardare dritto lo schifo e reagire d’istinto col moto contrario. Raggiungeremo livelli assurdi di lucidità, senza diventare cinici o rassegnati. Solo gente con una voglia di ripicca sempre più grande. Assurda. Come la vita che supera tutte le orecchie sorde del mondo.

Si chiameranno padri

Tutti i politici dovranno essere genitori di almeno un bambino compreso tra zero e dieci anni. Finito questo periodo abbandoneranno il settore, se non per meriti riconosciuti di onorabilità nel servizio pubblico svolto. E la politica sarà improntata veramente al futuro e alla pace. Nelle aule dei palazzi si parlerà anche di notti in bianco per la fame o gli incubi dei piccoli, di sistema scolastico e importanza degli insegnanti, di comunità nuove che imparano a conoscersi, di rispetto per l’autorità e senso del dovere, di saggi di fine anno e tenerezza, di gite scolastiche e cura dell’ambiente, di pericolosità delle armi e di ogni forma di bullismo, di eredità continuamente aggiornata all’insegna del bene. Sarà così finalmente trasformata l’Italia – e il mondo intero, su questo modello – in una Terra dei figli. Si chiameranno dunque padri e madri, all’occorrenza, non più politici, questi operatori di giustizia e nuovi educatori della casa comune, com’è sempre stato il nome dei più alti fra i politici nella storia: padri fondatori, padri costituenti, padri nobili. È il sogno che ho fatto stamattina, dopo essermi svegliato.

Una fiducia immensa

In questa notte freddissima e serena di lucide stelle, c’è pure il vento che scuote camicie e lenzuola stese negli interni condominiali. Segnali concreti di una fiducia immensa: gli uomini di quelle case le prevedono asciutte entro domani, anche se dal mio balcone adesso è chiaro solo quanto stiano gelando, isteriche di umido. Chissà, forse a pochi metri da quegli orli si effonde un alito di lavanda. Appoggiato a questa fiducia non mia, sposto gli occhi di un metro e il ritmo di due balconi allumati per Natale mi domanda: per quale pubblico speciale si addobbano gli affacci interni dei palazzi? Forse, per chi ha bisogno di mutuare una fiducia, la stessa di quei lavandai che non conosco. Così mi preparo all’innesto imminente nella terra del ritorno, dove proveremo un’altra volta ad accordare le nostre mute alle mute vissute da altri quando noi non c’eravamo. E a un tratto, la fiducia che riusciremo a tradurci la pelle cambiata è tale da sovvertire anche ogni pretesa di canonica bontà: sosterrò il cattivo, se ha freddo e a Natale sogna un po’ di carbone per scaldare l’addiaccio di una ferita. Sarà bello già così, lasciare per qualche giorno la vita senza risposte e nella sua forma più autentica: l’abbraccio di un amico, il sostegno di un fratello.

Carezza fraterna

Con le nuvole sull’intero paese, questo lunedì mattina somiglia a una domenica notte generosa che ha deciso di allungarsi e diluire il giorno dopo, farlo gentile agli occhi per non abbagliare di violente riprese lavorative la testa che ancora pensa a cosa ho sognato ieri, come risolvere spigoli e dolori che seguitano irrisolti rischiando di diventare scuse, nascondigli per non cambiare mai. La caligine di inizio settimana funziona allo stesso modo: cambia poco la notte da cui esce e pare una tregua del cielo, supplemento che smussa il ritorno alla battaglia; generosa più del dovuto, complice immeritata e perciò molto più efficace, vera empatia, carezza fraterna. Oggi nascondersi è lecito come il sole, è giorno ancora tra due mondi, occasione per vedere le cose dall’alto. Respira, fai il tuo e poi torna a dormire.

Una stanza d’aria

Perché abbiamo smesso di scrivere il luogo da cui mandiamo le lettere, ormai lettere al computer? È solo cambiato il tempo di ricezione – definito reale – non certo i connotati dello spazio, il luogo da cui ogni volta siamo seduti a comporle. Abbiamo azzerato il tempo, ma lo spazio che ospita il corpo (in maniera ancora più fondante e reale del nuovo tempo) non si può azzerare, come scrivessimo da una stanza d’aria che galleggia in cielo. Eppure, a nessuno più importa dove siamo quando gli si dedica il pensiero, a motivo di lavoro, affetto o burocrazia. Non si scrive più. Dove siamo non importa.