Fatto bene

Penso al parametro di giudizio più usato sulle serie tv: è fatta bene, è fatta male. E mi sento come un utente di Netflix che inizia a stancarsi e vuole spegnere. Mi riferisco al film sulla guerra in corso. Non si tratta più, infatti, di parlare come cittadini che pretendono una buona informazione; si tratta di parlare ormai come spettatori che pretendono una storia fatta bene. Credibile cioè. Fin qui la propaganda (segno lampante che chi deve decidere ha già deciso cosa fare, a prescindere dal nostro volere) se l’è cavata: dalle storie di nozze fra soldati ucraini intrappolati, agli U2 che suonano in una metro a rischio bombardamento. Un racconto non deve essere credibile, dev’essere l’unico. Se non ce ne sono altri, sarà creduto. Per questo si vede un film alla volta in uno schermo solo, e non due in due schermi insieme. Qui assistiamo a un solo racconto in effetti, perciò finora lo abbiamo seguito senza tanti problemi. Ditemi voi però se il film non comincia a stancare. L’altro giorno, la felpa di pile di Zelensky è stata venduta a un’asta londinese per 105 mila euro. Ieri una competizione europea di musica è stata vinta dall’Ucraina, forte dell’appello di Zelensky. I musicisti vincitori hanno dichiarato: ora torniamo a combattere. Il principio di spettacolarizzazione che uniforma i diversi piani della realtà, però, vorrebbe che anche la Russia vincesse qualcosa. Altrimenti, per quanto sia l’unico, anche questo racconto inizia a diventare poco credibile. E noi a dire che non è fatto tanto bene, che i fatti che ci propinano sono fatti e strafatti e a noi, gente perbene, non piacciono gli eccessi. Zelensky, al momento tutto quello che tocchi diventa oro: avrei un dente da sostituire. Senza impegno, quando hai tempo. Tra una guerra e uno show.

Senza pelle

Sapevamo di avere organi e vasi sanguigni, vene arterie e capillari ovunque, tessuti molli tendini e cartilagini, mucose umori e tutto il resto, ma c’era la pelle a coprire, difendeva l’interno dell’organismo e il suo esterno, cioè i nostri occhi. Sapevamo ma non eravamo consapevoli davvero di cosa c’era sotto e c’era sempre stato. Adesso invece io posso vedere il video fatto col cellulare a una donna che spazza il davanzale della finestra raccogliendo i vetri di una casa scossa da una bomba in Ucraina; vedo il raduno di donne e bambini nei sotterranei di una città spettrale battuta dalle sirene antiaereo; vedo la corsa di un carro armato che schiaccia un’auto nella strada grigia bloccando un anziano tra le lamiere. Indietro non si torna, sarebbe inutile dopo aver visto cosa c’è sotto la pelle, sarebbe inquietante riparare la coscienza con il trapianto di nuova pelle o usando una guaina artificiale. Adesso è tempo di gestire questa nuova acquisizione, di imparare come si sta nella chirurgia d’urgenza in cui hanno trasferito il mondo che si vede pulsare senza difese, esposto alla luna e al sole e alla violenza degli elementi, anzi, a quello che siamo e siamo sempre stati. Siamo ancora più vicini alle cose, alle migliori e alle peggiori. Con tutto lo sgomento che dovremo elaborare.

La verità

Un giorno nei dispenser dei luoghi pubblici, ma anche nei personali flaconcini tascabili, non ci sarà più l’igienizzante ma la verità. Metteremo una nocciolina di verità sui palmi e la faremo assorbire sfregando le mani. Normali saranno frasi come ti sei messo troppa verità, si sente l’odore a un metro, oppure scusa, ho finito la verità, me ne dai un po’? O anche: hai provato questa verità? È ottima. Ogni verità avrà percentuali diverse di alcol e diverse fragranze ma serviranno tutte al medesimo scopo e, in ogni caso, anche se scadente, sempre meglio usarla, ché un minimo di protezione la darà comunque. Alcuni, i più attenti, avranno le mani consumate, piagate, rinsecchite dalla verità. Altri la useranno appena, giusto prima di sedersi a tavola, svogliati come i bambini che non vogliono lavarsi mai e, anzi, mettono sempre le mani bocca dopo aver toccato qualunque cosa, il mondo, ovunque.

Vi renderemo la vita difficile


Vi renderemo la vita difficile
disse il sottosegretario
alla Salute, non parlando
fantastico a virus e batteri
ma a oltre sette milioni
di contribuenti incensurati,

frase che non stranì affatto
il resto degli italiani, ora
pronti a definire “misure
di sanità pubblica” i vari
deterrenti statali agiti
su motivazione scientifica –

la scienza vuole infatti
che alcune persone, benché
sane in un dato momento
e pur con mascherina
e igienizzate e distanziate
e, volendo, tamponate

non comprino il pigiama
la domenica, non viaggino
non lavorino, non abbiano
più lo stipendio – nessuna
persecuzione dicono, poi
i giuristi confermano: certi

divieti saranno assurdi
ma le norme sono generali
e astratte per definizione
non si possono ideare
a partire da casi limite
hard cases make bad law

bisogna portare pazienza
per il bene generale,
concludono col distacco
dei palloni aerostatici
dalla terra e dal mare
come fosse possibile solo

questa via, questa verità
questa vita che, sì, certo
preferivamo l’obbligo per
tutti ma ci contentiamo
di questa caccia scientifica
alle streghe senza data

di scadenza – sei strega tu?
no, e allora! finché non
si arriva al cento per cento
non gli diamo il pallone,
giochiamo solo noi, i migliori
tra non votati e indiscussi.

La fantasia non lo sa

La fantasia non chiede permessi, non conosce la differenza tra possibile e irragionevole, così mentre io stasera uscivo per il pane, senza chiedere, lei ha sognato per me una città senza più acuti di sirene per le strade, né di ambulanze (poveri malati) o vigili del fuoco (poveri edifici), né di polizia o carabinieri (povera legalità), niente più corse avvilite di lampi blu sul taglio delle piazze, né semafori bruciati per andare ad aiutare qualcuno, a sedare un incendio, a prendere i cattivi, né tantomeno evitare ritardi alle cene dei potenti, nessun allarme sonoro che irrompe come fosse normale perché la normalità è che nessuno ha più bisogno di aiuto e di niente, basta, diciamo almeno per i prossimi due anni e mezzo, ma sì, anche tre – non lo sa, la fantasia, che è impossibile, anche se ragionevole.

Bere

Stamattina in balcone c’era un sole quasi fuori luogo, avevo una bottiglia ormai arrivata al fondo e ho iniziato a bere. A un tratto mi fermo, guardo la piantina nel vaso, verso un po’ d’acqua sulla terra, poi finisco il resto. Quando finirà questa ondata invernale, mi sono detto, cadranno le maschere e allenteremo la corda. Pure non riesco a vedere come potrà unificarsi di nuovo la terra dove l’hanno tanto spaccata, tra i cittadini regolari e i colpevoli di tutto. Se i primi sfiateranno il rancore allevato dal sadismo governativo ritrovando il calore tra simili e mille conferme sociali alla loro buona condotta, ai secondi si staccherà lo stigma dalla pelle e sentiranno l’ustione singolare fin lì attenuata facendo fronte comune. Quasi uno scambio delle parti avverrà nel tempo delle rondini. Temo che non sentiremo lo stesso canto all’imbrunire sul fiume, che vedremo formarsi geometrie diverse nell’aperto celeste. Pure basterebbe bere di nuovo la stessa acqua, per scusarci e ringraziarci a vicenda. Come ho fatto io stamattina, per la prima volta in vita mia.

Una visita

Mi vedi? Sono uno degli ombrelli che camminano sotto la tua finestra. Fra poco citofono. Ho preso qualcosa da spiluccare come aperitivo, resto fino alle sette e mezza. Poi devo andare dai miei, stasera è la vigilia. Ricordami il cognome, sono quasi al portone. Io? Ah, Marco Bisanti, scusa. Non te l’eri segnato? Certo. No, lo capisco, figurati. Mi hanno fermato fino a poco fa, sti controlli sono ovunque. Mai visto tanto zelo per altre forme di crimine, guarda. Crimini veri, che so, spaccio nelle piazze, violenza nei quartieri, attentati, roba così. Dai, ci sono quasi. Ah, senti, non ti ho chiesto se hai cani. No, che paura? Dicevo perché ho un gatto e magari il tuo sente l’odore. Vabbè. Comunque, strana sta cosa – in senso buono, dico. Conoscersi così. Lo faccio perché ci credo. Non possono dirmi chi andare a trovare finché mostro il salvacondotto. Tu puoi uscire solo per la spesa o lavorare. A me non possono ancora impedire di vedere chi voglio. Se mettono altre restrizioni, guarda, mi accollo pure quelle, faccio da cavia a ogni goccia in più senza traboccare, lo faccio quante volte vogliono pur di avere l’ultimo super permesso di uscire. Così come tu devi restare alle tue decisioni. Ormai è una questione di principio. Sì, fondamentale, direi. Sto suonando. Sono davvero contento di aver trovato questa iniziativa. Come? Ah, “Un natale coi lebbrosi”. Non lo sapevi? Sì, non brillano di fantasia. Eh, pure un po’ di cattivo gusto. Ecco, ci sono. Che piano?

Esseri antichi

Ci hanno buttato fuori da molte vite, abbiamo acquisito un’antichità e ora siamo già alla terza, quarta mano di restauro. L’età arcaica si è interrotta con la guerra di mafia e le stragi. L’età classica è iniziata con internet. L’età moderna è esplosa con le torri gemelle. Il contemporaneo ci ha polverizzati con la crisi e la pandemia. Abbiamo quaranta anni, siamo nel mezzo. Pochissimi riescono a fare la vita che più o meno facevano i loro genitori. Molti hanno avuto un figlio in calcio d’angolo, con buona consapevolezza ma poco tempo per il secondo o per vedere il primo oltre i suoi trent’anni. Moltissimi portano il bagaglio tra solitudine e lampi di creatività.

Salvano le relazioni, quelle che sopravvivono alle scelte personali, allo stigma sociale imperante; salva fuggire dall’Italia, per dove ancora non sei capro espiatorio o combustibile politico per il fuoco fatuo degli “adesso basta” o “servono riforme”; salva il caso, che agli ostinati può anche far trovare un lavoro o l’amore, come pepite di fiume. Non credevo possibile che in un paese dove “si conoscono tutti”, come diceva Longanesi, si alzasse con tale efficacia nel discorso pubblico e in quello più dolorosamente privato uno spartiacque di paura, odio e sufficienza verso una minoranza di persone, lavoratori contribuenti incensurati trattati come ultima variante di un male che da due anni tutto giustifica, tutto muove, tutto cancella, tutto confonde.

Dal contemporaneo non si esce. Ma ho voglia di partecipare alla ricerca di nuovi modi, microsociali o anche solo privati, per frantumare ogni mattone edificato a isolamento di categorie intere dietro un muro di giudizi precotti e un’etica ministeriale basati sulla pornografia del buon esempio, che alimentano la disperata difesa del capitale dando lustro vacante ai cinque minuti di popolarità dei sudditi. Saranno modi e linguaggi compositi, nati dalla stratificazione di stili e buone pratiche appartenuti a ogni età vissuta finora – da quella arcaica all’attuale – ma dosati nella trasparenza lieve di un sorriso, un gesto, una parola, un silenzio, una compagnia più forte di qualsiasi muro.

Saranno modi e linguaggi che mi faranno toccare la pelle distante o mi daranno una ragione nei casi di obbligata rinuncia per abbandono altrui della vita. Sarà qualcosa, un esercizio nuovo della presenza che mi farà essere ancora reperibile. Non impaurito, né sparito, né depresso, né sordo, né invincibile, né avaro o senza mani ancora per molto tempo. Ancora per mezza vita, si presume. Ancora fino a domani, si riassume. Ancora e in ogni momento, si desidera.

Un futuro da bestia

Farò come la più piccola delle bestie, tutta istinto di vita e cura dei cuccioli, ricerca del minimo, star bene con poco e di guardia alla tana, nelle notti accese al lume di fuoco, finché non saremo stretti a fuggire e cercare altro rifugio. Senza indagare la fonte del male che ci stana, senza pretese copernicane di cambiarlo, estirparlo, invece seguendo una vita al più naturale e senza rancore, spenta di giudizio, priva di sicumera, ebbra di ferite solo mie, diffidente ma acuta all’intuito del bene. La mia vita sarà breve umile grata dolente, stupita, davanti ai soli occhi dei miei tesori. La mia vita selvatica sarà il loro insegnamento, offerta di senso da ricalcare o rigettare con la stessa libertà, ma all’unica insegna di altra vita possibile. Passerò fino all’ultimo dagli altri non visto, né complice né salvatore, lontano da questa pornografia del buon esempio, tra incendi letali ai vivi animali e vegetali, guerre virali tra umani e altri umani, cimiteri sommersi a miriadi tra le zolle d’Africa e Europa e ogni altra intenzione di questa feroce primavera della paura.

Agguato

Senza andare nei boschi, senza abitare nei boschi e dormirci la notte, senza essere una bestia che insieme vigila e dorme nella tana – fuori è l’orchestra furtiva dei fruscii predatori – senza nemmeno abitare in una campagna isolata o ripararsi tra i ruderi di un paese fantasma sotto le stelle, si può sentire la paura, si può vivere la paura nella camera di una casa in centro città, lo stesso abbandono a sé stessi, la stessa incognita sul domani e la violenza in agguato dell’unica vera comune condizione dei viventi: la precarietà. Nascondi il filo meglio che puoi, un giorno lo troveranno comunque e non sarai più appeso, tenuto voluto sentito nutrito cullato. Dov’è il sorriso, dove l’abbraccio, dove la rassicurazione, dove il calore che ci faceva chiudere gli occhi sottraendoci alla notte? Siamo nella notte adesso, si deve scegliere come affrontarla. Il meglio è quando riesci ad accendere un fuoco. Più spesso sono solo occhi aperti al buio nell’antro o stretti sugli alberi in sospeso.