Mannari

Siamo nello scuro dei lupi, inermi tra i loro denti, a ogni passo dilaniati da zanne microfoniche leste a fissare drammi, fameliche di morti violente. Siamo negli schermi atri: inghiottiti dal branco, ci dicono tuo figlio ha confessato ora, ci mostrano il padre disperato e l’altro pazzo che irrompe – morto di figlia – a chiedere massacro. E vendetta. Cosa vi abbiamo fatto, orridi mannari, per meritarci la vostra notte senza fine? Fino a quando ci morderete pezzo a pezzo? Fino a quando vomiterete urla infernali di genitori? Fino a quando ci dissanguerete di oscenità chiamando per nome vittime e assassini? Pietà, vi imploro. Morirò cercando di scappare dalla radura con un vostro figlio sotto braccio, un cucciolo da allevare con tanto amore da farmi crescere le zanne. Per tornare da voi. Ingannarvi tutti, farvi sbranare a vicenda e, ai rantoli, chiedervi cosa provate, mannari. Nessuna luna vi ha mai illuminato. Nessuna madre vi ha dato al mondo, ma le tenebre soltanto. Nessuna carezza vi darà mai un uomo.

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Persone

Ci sono persone senza manici, che non sai come prendere, e altre che vanno prese con le pinze, sennò finisce che ti bruci. Tutte le altre vengono dette “alla mano”, ma tra loro molte restano fuori portata: sogni da una vita di prenderle ma fuggono sempre dietro un cancello. Alcuni non si riconoscono più, cercano sempre compagnia e, temendo agguati dei mostri, abitano case glabre di vetri e di specchi; altri invece hanno formato il gusto all’unico sangue che gli esce dalle ferite, si infiammano se li disturbi con gioie diverse e la loro speranza più alta è morire di questo languore. Molti esagerano all’inizio planando un giorno su altopiani rigogliosi in equilibrio tra le vette, pareggiando il numero dei molti che al contrario nascono pacati e poi vivono di continui picchi e precipizi. E c’è infine un’altra categoria: persone che credono di poter riassumere mirabilia in un solo capoverso. Felice di non essere tra questi, continuo a cercare i miei centomila, dando a ognuno uno strumento che faccia della mia vita un’orchestra.

Mutande

Qualche anno fa a Palermo un negozio della catena Calzedonia ha sostituito la libreria Flaccovio, nella storica via Ruggero Settimo, teatro di incontri fra alcuni dei massimi genî siciliani del secondo Novecento, da Sciascia a Guttuso. Oggi leggo che, nella stessa via, il megastore Mondadori sarà rimpiazzato da Oviesse. Sarà una novità meno grave per i sostenitori delle librerie indipendenti contro i monopolisti. Però, ho pensato lo stesso con inedito astio di categoria: non resta che aprire una casa editrice e chiamarla Oviesse! O forse, il segreto è mutare tutte le librerie del centro in librerie per stranieri – pochi anni e saranno loro il grosso dei palermitani. Più libri stranieri, sì, e daremo filo da torcere a mutande calze e magliette, patatine gelati e panini. Impareremo l’inglese e lo parleremo a tavola. La domenica ci vestiremo in modi bizzarri e vagheremo per il Cassaro col naso all’insù e un’aria sorniona. Allo Zen decapiteranno la statua di Falcone ma noi, ben lontani, con le Canon metallizzate scatteremo foto anche alle strade che da picciriddi facevamo tenendo la mano di nostra madre. Fingendo che sia tutto nuovo e bello, benché non più nostro. E passando davanti a una vetrina, ci guarderemo con la coda dell’occhio, contrastando ogni volta la tentazione di attingere all’italiano o, nei casi più colti, al dialetto isolano per dirci con aria disponibile: bei pantaloncini, sei già stato a vedere lo Spasimo? Avant’ieri, D&G si accattarono piazza Pretoria per una sfilata inorgogliendo i cittadini; domani, un noto cantante suonerà aggratis per un festivalino sotto casa mia. Ma che lugubre rassegnazione e inavvertita ammissione di resa sento nei miei cari che vivono qui e dicono, convinti, meglio se il centro brulica di turisti, restassero loro senza più palermitani: ora le strade sono più pulite, vivibili, ci passi la sera senza più scanto dei tagliagole. Palermo, non so se augurarti di fare al meglio la buttana, o chiederti di restarmi vicina, riconoscerci e vivere solo del nostro amore.

Oggi non ho risposto

Alle soglie del terzo disastro mondiale, nella Terra dei muri che si alzano e dei ponti che crollano sulle autostrade, migliaia di cuori pulsanti continuano a chiamare ogni giorno da Milano a Palermo per proporre contratti vantaggiosi di qualunque servizio, chiusi nelle loro cellette di plastica, davanti a un segnatempo che scatta quando al numero composto risponde una voce, che è la voce di un loro simile, con la stessa paura della guerra e della morte. Gli squilli a vuoto del telefono, oggi, per me hanno fatto da sfondo al miraggio della luce che ancora filtra da certe fughe di nuvole come da un pavimento sconnesso, come uno specchio paziente che trattiene il diluvio aspettando di riflettere l’ultimo miracolo o la ripetizione di quello più grande. Gli uomini che si guardano sono altri uomini.

Lamento su Idlib

Chi uccide bambini non è mai stato figlio, pur essendo nato. Non ha mai avuto un figlio, pur essendo padre. Non ha mai amato, pur avendo abbracciato. Non è mai stato ricambiato, pur essendo sposato. Non è mai stato umano, pur essendo uomo o donna. Non ha mai fatto altro che un suicidio, pur avendo massacrato il mondo intero dall’alto. Sparisce malgrado continui a sorridere, a parlare; è cancellato nell’irrecuperabile abisso che fischia ai piedi della Geenna, malgrado uccida ancora e ancora e ancora spietato. E ancora. E la vita di tutti dovrebbe essere quella delle api che, usato il pungiglione, smettono di volare, di respirare, di fare male. Invece siamo delle vespe, il mondo è il nostro nido. Muoiono bambini.

Grazie per l’amicizia

Nell’antichità tribale poteva piovere a seguito di una richiesta danzante, ed era cosa buona per estinguere la sete del terreno. Poi la pioggia si è fatta cosa negativa da associare al governo ladro, nella Firenze che tassava il sale pesandolo sempre nei giorni in cui era gravato d’acqua piovana. Oggi invece è il fisiologico risultato di uno sfogo del cielo che, periodicamente, non riesce più a trattenere nelle nuvole tutte le volte che qualcuno scrive sulla bacheca di un nuovo contatto “grazie per l’amicizia”. Rendetevene conto, smettetela e non pioverà più, mai più la domenica, lo giuro sui miei jeans.

Fiumi

Oggi è la prima giornata del paesaggio indetta dal ministero dei Beni culturali e noi non ci stupiamo più delle città coi fiumi. Roma, qui, dà la misura della nostra millenaria capacità di plasmare il territorio a nostra immagine iniettandoci un’infondata idea di onnipotenza sul pianeta che angustia qualsiasi meraviglia residuale sulla presenza dei fiumi in città facendoli dare ormai per scontati, di valore pari a qualsiasi elemento urbanistico eretto a bella posta dai nostri macchinari. Eppure, ricordo che quel fiume è lì da molto prima che Romolo e Remo litigassero; che tutti i fiumi – esclusi i dotti creati dalla sapienza contadina per addomesticare gli indirizzi dell’acqua nei campi – stanno dove stanno da molto prima che tagliassero a metà i centri abitati; e che il tempo scorre da molto prima che l’uomo lo arginasse nelle sue favolose tassonomie. Ma il tempo attende il nostro arrivo, mentre il paesaggio ci ha come comparse.