Franco Battiato

Se è vero che diventi l’Egitto prima delle sabbie, anticipando in vita l’arrivo comune di non esserci, ti guarderemo ancora come nel silenzio dei figli si guarda il vulcano che, ti dico, offrì l’erta alla tua dimora: spettacolo senza nome, immemore del fuoco lavorato, scia caduta nel mare senza carattere o appartenenza altra che il non tempo, chiuso in un triangolo di musica.
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Sono e voglio essere

Sono e voglio essere un’eta: in greco, il pronunciamento di una e aperta e lunga, una congiunzione. Non dividere, ma unire. Fare da congiunzione. Nei limiti del possibile, certo. Devo rispettare i miei valori, il mio senso. Sarò quindi un’eta per quelli che intuiranno in me (e io in loro) una stessa provenienza e una meta comune; anche, se necessario, contro partiti, movimenti o fazioni che lotteranno per valori o idee in contrasto con le mie – fascisti o razzisti per esempio. Quindi non sarò del tutto un’eta, non certo un’eta universale, ecumenica sovrumana e cieca, no: sarò un’eta solo in parte. Sarò un po’ eta.

Era normale

Era normale non sapere di voi. Niente, di voi. Era normale dare acqua al mio giardino di affetti e amicizie soltanto. Incontravo poi uno sconosciuto con cui volevo entrare in contatto? Gli facevo sentire il buon odore dei miei fiori, a scelta dalle aiuole luminose. Nessuno di voi mancava all’appello del controllo quotidiano, non esistevate: non mi interessava sapere come la pensavate sulle cose, se avevate mangiato la sera prima in un locale, o il concerto che aspettavate il mese prossimo, la presentazione in libreria che secondo voi mi interessava, l’articolo assurdo che volevate denunciare. C’erano già la mail e il cellulare – non parlo di carta e penna, per carità – ma era normale usarli per dire a Federico del primo romanzo che avrei tradotto o raccontare a Monica quando sarei tornato per le vacanze. Era normale non sapere di voi. Ora invece mi costerebbe un senso di esclusione dal gioco di tutti e un grande oscuramento della mappa mentale del mondo che da allora mi si è allargata in testa; certo, un mondo pesto di superfluo e atomizzato in algoritmi inodori. Non sarebbe più normale, è chiaro. Ma più vivo e curato, dedicato.

Sugli animali

Ho visto un documentario sugli animali, diceva che hanno paura di venire in città perché l’uomo è violento – non per forza contro di loro, ché anzi le bestie utili le ha già nei campi e negli allevamenti – ma perché potrebbero finirci in mezzo come danno collaterale. E non vogliono prendersi una coltellata mentre passano sotto un manifesto elettorale o una giostra di pugni la sera nelle vie del centro. Tranne i cinghiali, ogni tanto. I cinghiali non li convince mai nessuno a evitare la città, devono sbatterci la testa loro, è inutile. A volte tornano nel bosco con delle storie orribili. Orribili davvero, diceva il documentario – sugli animali.

Ja

A quattordici anni Enzo Camerino fu caricato a Roma con tutta la famiglia sul vagone piombato diretto a Auschwitz, insieme a una cinquantina di altre persone. Era l’ottobre del 1943. Scesi dal treno, trovarono solo tedeschi e cani: chi può lavorare si metta da una parte, chi non può si metta dall’altra. Suo padre aveva combattuto i tedeschi nella prima guerra e capiva un po’ la lingua; sarebbe morto sotto i calci di un soldato, irritato da una sua caduta a terra per sfinimento e denutrizione. Appena arrivati, come prima cosa li portarono a fare il bagno e poi gli fecero il numero. Su richiesta, ora Enzo rimbocca la manica della giacca e mostra la pelle: 158509. Non è un tatuaggio, è il suo marchio da bestia: aiutava i muratori a portare i mattoni. È il suo numero, ribadisce il giornalista. Ja, scatta Enzo allagando l’universo. Ha 84 anni e vuole – vuole, ha detto – che tirino fuori un libro per gli studenti, che lo studino, che no che glielo fanno leggere, ma lo devono studiare e devono pensare a quello che abbiamo passato e che può essere che ripasserà. Dopo quanto le è successo, ha creduto ancora, ha continuato a credere? Ja, questo sì. Il giornalista nota con scandalo quel secondo ricorso automatico alla lingua contratta nel campo e lui dice, Oh scusi, mezzo sorridendo. È perché parlavo il tedesco, prima; adesso parlo l’inglese e il francese; per due anni e mezzo ho parlato il tedesco, e me l’ero imparato bene, i giovani prendono subito la lingua. Dopo, nel 1957 sono andato in Canadà, dove ho trovato lavoro e ci sono ebrei che parlano anche il tedesco e allora ho continuato a parlarlo, il tedesco. Un giorno ho detto, basta col tedesco, e mi sono messo a parlare inglese. E si può capire perché, chiude il giornalista ringraziandolo e passando ad altro. Altro, che alla lingua di Enzo non sempre riesce.

Il dolorismo

Per mutare la fede in religione, la vita in dottrina e la comunità dei fratelli in istituto gerarchico millenario, hanno solo dovuto cambiare una preposizione. Da malgrado (la sofferenza) a tramite (la sofferenza). Madonne che piangono, cilicio stretto alle carni, digiuni inutili allo spirito, penitenze elargite come caramelle. Ma dov’è scritto nel libro su Gesù che se non si soffre non è bello? Il veleno cattolico, le ragioni della struttura sacra, le promo del sacrificio, come nel “per sempre” ideologico e non esperienziale in fatto di sposalizio, si innescano piallando le complessità relazionali, semplificando i nodi e ignorando le metamorfosi personali, le vicende particolari che mutano il cuore. Sono carri armati che entrano nelle stanze del dolore e dicono: è così che deve andare, è così che acquisti punti e medaglie al valore edenico. Il dolorismo – superstizione sorella dell’idea magica di preghiera e merceologica di compravendita indulgenze – aiuta molto chi non sa cosa fare della propria libertà invitando a restare fuori da sé per restare dentro l’istituzione, vivendo e perfino patendo secondo dottrina. Maggiore è il sacrificio, maggiore è l’amore, no? E se non si è felici, perché il senso di scelte che sono solo nostre è stato appaltato a ragioni non nostre, lasciamo tutto com’è ma preghiamo Gesù, che di certo aiuterà, soprattutto se restiamo immobili, mansueti. Gesù, lo ritraggono sempre coi capelli lunghi. Quante volte ci avrà messo dentro le mani!

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Questo dito che indica la luna non mi convince fino in fondo. La sta indicando perché l’ha indicata un suo collega prima di lui. E poi, perché la indica dopo tutti questi anni che l’hanno scoperta? Finché non gli conveniva non l’ha fatto; anzi, per cinque anni ha scavato per lei gli stessi crateri che ora denuncia. Perché ora gli serve, certo, ma così è troppo facile. Lo fa per puro esibizionismo e per farsi allungare le falangi di qualche millimetro. Molte altre dita sì che l’hanno indicata davvero, curando bene le unghie e piegando le nocche nel modo, nell’ordine e al momento giusto, subito: quei casi sono da rispettare, anzi da prendere a esempio, ma questo, dai. La luna, dici? Che c’entra, quella ci sta solo precipitando addosso. Cadrà in Asia, farà tremare d’argento vivo le montagne.