Fisicamente

Ho la finestra chiusa ma ogni goccia di pioggia sull’asfalto finisce lo stesso dietro la nuca. Negli occhi mi sfrigola un soffritto di paprika e cipolla da stamattina. Le spalle sono tiranti di un aratro che pettina il campo per la stagione della coltura. Se giro il collo le ossa cantano come noccioline in un bastone della pioggia. Sulla testa il covone dei capelli allungati per evitare il barbiere si fa piombo a ogni asciugatura e mi sbilancia di lato. Il fiato corto dà ritmo sincopato all’ansia che arrovella i subbugli dello stomaco vuoto. Ogni gesto accavalla sui muscoli fiacchi l’ennesima piega come sulla carta per cavarne un aereo affilato. La gola è un pozzo che non guardo ma forse al fondo c’è polvere di vetro. Mi dico: è metà novembre, è sempre stato così, le noie fisiche dell’umido, il fastidio oculare del grigio nuvoloso, lo schiaffo dello sbalzo termico tra fuori e dentro. Cosa batte nella testa iperbarica? Il sonno arretrato, la scaletta degli impegni, il richiamo dell’orologio, la voglia di non fare niente, la telefonata di ieri sera, e ben altro che più compone l’essere vivi. Sorrido, ma non si vede. Non si deve vedere: è il patto tra gli orsi felici e il letargo.

La cancellata

Settembre, tempo dell’occasione, soglia molle tra due stagioni, avvicendarsi di nostalgia del vivere all’aperto e immaginazione dell’anno a venire. Il nono mese invita a spingere fuori qualcosa di nuovo, generato infine dal periodo meno strutturato di tutto l’anno. Sembra questo il mese più in linea con la gomma che ha cancellato nei molti appena trascorsi tante parole a noi familiari, lasciandoci l’incertezza di un foglio quasi tutto bianco. Sento di avere i mezzi per scrivere una vita che valga ancora e anzi più di prima, conferma delle mutazioni avvenute e ancora da esplorare. Credo di avere salvato un paio dei vecchi strumenti, e certo ne ho uno nuovissimo benché ad oggi tutto da imparare: un futuro appena nato. Per inventare di nuovo ogni cosa, chiunque dovrà volersi e volere. Volersi bene e voler bene, non c’è altro in gioco. Sarà la prima cosa da tradurre sul foglio nuovo, portandola da questa parte della vita accecante come il sole che rimbalza sulla carta bianca, vuota e senza macchia: la “cancellata” di settembre.

Vite al limite

Siamo tornati ieri da una settimana al mare, sull’altro versante dell’isola. Mi mancano il silenzio e la vicinanza della nostra camera alla riva: di giorno, possibilità sempre aperta di fare un tuffo; di notte, ninnananna di spuma sotto le stelle. Ma questa casa di città in cui siamo tornati, in fondo, è una delle più vicine di Palermo al mare, benché la Cala sia interdetta ai bagni e certo silenziosa solo prima dell’alba. Appena arrivati qui, a febbraio, a ogni stretta di timore per il futuro imminente mi rifugiavo nella possibilità di controllare dal balcone le navi che ogni giorno vanno e vengono da Napoli o Genova. Questa visione – sentivo – mi ridarà sempre in bocca il gusto di essere appena arrivato e di restare in uno dei punti di questa città idealmente più “vicini” a Roma, non mi farà mai dimenticare la sensazione di avere le spalle ancora leggere e, se ne avrò proprio bisogno, asseconderà l’illusione di poter prendere il largo allungando un passo sul ponte della nave. Anche durante la quarantena, nel silenzio immobile del porto, ogni sabato a mezzanotte si muoveva il traghetto della GNV, bucando l’idea di essere tutti in gabbia e aprendo misteri sulla sua attività inconsueta. È la fortuna di chi vive al limite, non per collaudare le possibilità estreme del corpo, ma rubando invece qualche sogno a uno scenario di confine, zona molle del paesaggio che vive di transiti. Stasera mi affaccio sulla piazza e mi chiedo: di cos’è fatta la bellezza dei tuffi non programmati, cosa fa scattare la meraviglia delle ninnananne marine? La permeabilità dell’ambiente, forse, e il ricamo possibile di un segreto: caratteri di ogni vita al margine. La spiaggia, così, è lontana; il silenzio è una chimera. Ma ho in tasca un po’ dell’oro che lùce sull’altro verso dell’isola.

L’inutile previsione

A volte mi manca la quarantena. L’avevo inutilmente previsto, è realmente successo. In quarantena ogni cosa è giustificata e tu accetti molto di più gli eventi, nel bene e nel male. La quarantena è un’educazione ai desideri semplici, un invito a guardare la tua anima sulla piazza vuota, la fecondità scandalosa del silenzio, la meraviglia della città nuda, il collante umano dell’incertezza. Come durano poco gli insegnamenti della quarantena! Durano come il ricordo di un sogno che non supera l’ultimo sorso di colazione. Siamo di nuovo affamati di tutto. Anzi, siamo iper-affamati: vogliamo avere il possibile attuale e recuperare il possibile interdetto in quarantena. Che buffi! Pensavamo davvero di saper rinunciare a qualcosa. Pensavamo di poter imparare qualcosa. Pensavamo davvero che ci mancassero gli amici. Invece, era la nevrosi di star dietro a tutto che ci mancava; ci mancavano le mille occupazioni utili per non ascoltare; la possibilità di negarci alle chiamate degli amici. La finestra della clinica ostetrica davanti al mare, ricordo, era sempre accesa nella notte come un faro che guidava nel buio l’approdo delle nuove vite su questa terra. Adesso la finestra è una luce fioca tra le altre della gelateria davanti, della panineria spagnola in franchising a destra, delle mille macchine che corrono sulla strada accanto alle barche. Da quella finestra il battito dei tracciati ecografici usciva sotto gli alberi della piazza con la fontanella unendosi al canto degli uccelli e ai grilli elettronici del semaforo solitario. Ora il battito e i calci delle vite in arrivo sono soffocati dalle grida dei palermitani a passeggio nell’estate. Solo, ogni tanto, un piccolo gruppo aspetta davanti al portone della clinica e tu sai che non è in fila per il gelato; non fa il turno in panineria; non cerca un buco dove parcheggiare l’auto nella selva di lamiere che ha soffocato la piazza. Quel piccolo gruppo vive ancora un’attesa, una personale quarantena dal superfluo. Così, in mezzo alla volgarità del fracasso umano, continua lo sbarco della vita nuova. Ma è più difficile sentirlo, più complicato vederlo, quasi impossibile raccontarlo.

 

Un fatto eclatante

Com’è assodata la nuda altezza delle Dolomiti così, a un certo punto della loro vita, alcune persone diventano semplicemente fatti e, ogni volta che li abbiamo davanti, ci basta guardarli per essere certi (almeno) di qualcosa. Una di queste è padre Pitarresi che ancora, ben oltre gli ottant’anni, dice messa nella chiesa in via delle Croci, a Palermo. Sobrio, asciutto, sorridente, quando lo guardo sono certo di essere stato bambino, riconosco la strada lunghissima che può fare un’anima semplice e mi stupisco di quanto la salute dello spirito riesca a mantenere quella del corpo. Sulle prime, alla mancata compiacenza del suo ministero è facile preferire tanti che spiccano per eloquio roboante, attivismo febbrile, finezza intellettuale o carisma comunitario: esplorazioni decisive, il cui massimo valore resta però quello di illuminare il ritorno all’essenziale. Nei vari lustri, così, rivedi ogni tanto don Giuseppe – il giusto per ripeterti c’è ancora, come le montagne – e alla fine il suo antidivismo brilla come brilla il vincitore di una maratona che per tutta la corsa era sembrato il più lento. La costanza rocciosa di alcune sue caratteristiche è svettata in tarda età su ogni altro fuoco d’artificio pastorale, assegnandogli per me il raro status di “fatto eclatante”; esempio di come si possono scoprire gusti sempre nuovi nello stesso piatto di minestra e tesori sempre più preziosi solo scavando nello stesso punto della miniera che pare esaurita; specchio di una lunga vita ormai più eloquente di qualsiasi parola possa dire egli stesso. Non che abbia smesso di ascoltarlo, anzi! L’apparente immutabilità della sua predicazione è il contrario della stasi spirituale: è scalpello che toglie ancora il superfluo, esercizio continuo di ascolto filiale, scalata verso la semplicità della proposta ai fratelli. Da lui arrivano meditazioni e spunti che hanno la bellezza della nudità, come di una fede ormai faticosamente senza vestiti e tanto ridotta all’osso, ma sentitissima, da risultare quasi fuori dal tempo, quindi calzante in ogni tempo. La mascherina che oggi per la prima volta gli vedevo sul naso era l’unico segno contemporaneo che portava addosso, fondamentale conferma del suo esserci ancora, nel presente, ma con tutta l’affidabilità e la serenità di un’esperienza che non è più in gara con niente, né con un glorioso passato né col desiderio insoddisfatto di avere di più – lui ormai (o forse da sempre) è solo ringraziamento. La familiarità della sua voce e dei suoi intercalari all’udito di molti basta per sciogliere tra i banchi un po’ di gelo nel petto. Padre Pitarresi ricorda che la vita è fatta di cinque o sei eventi fondamentali al massimo e, per la maggior parte invece, quasi sempre cioè, di mille e mille piccoli gesti tra noi e i nostri cari: sono questi ad aver bisogno di una cura costante. Come dire, don Giuseppe, non la capriola più alta ma il pane quotidiano è il segreto di una vita felice.

Grammatica dei talenti

La vita di chi crede in qualcosa, la vita di chi ha affrontato la propria libertà e paga consapevolmente il prezzo delle sue scelte, suscita sempre negli altri una gamma di sensazioni che oscillano fra due estremi: pena e ammirazione. Da Gesù a Freddie Mercury, da Galileo a Paolo Borsellino, da me a mio cugino. Pena, per la solitudine rispetto alle pur valide alternative a cui la persona libera ha rinunciato; ammirazione, per la compagnia di luce che vive ai margini dell’unico sentiero scelto. Lucio Dalla una volta disse che il musicista è l’incrocio perfetto tra un angelo e un rottame. Siamo da quelle parti, ammirazione e pena. Spesso mi è capitato di pensare a volte con grande ammirazione, altre volte con un pizzico di pena nel cuore, a uno stesso artista o a un conoscente che ha fatto della sua vita un’opera d’arte. Ammirazione, per l’immensa dignità che riveste le persone libere; pena, per il prezzo che costa la gestione di quella libertà in maniera totale. Se Gianni Rodari scrisse un’intera grammatica della fantasia a partire da un binomio fantastico, è possibile dunque fissare da questo binomio realistico – pena / ammirazione altrui – la misura di una vita adulta, feconda, che chiameremo grammatica dei talenti: promemoria sulla necessità di ospitare dentro di noi sia l’angelo che il rottame. Perché serve talento per vivere davvero, il coraggio di restare a mani vuote confidando nel ritorno moltiplicato delle poche monete iniziali.

Senza Franco Scaldati

A Palermo, la sera di sette anni fa ci ronzavano le orecchie di belle parole su Franco, per le voci degli amministratori in tv: lodi sperticate e mea culpa per una città che non l’aveva saputo valorizzare. Promesse a tinchitè. A Palermo, oggi manco Franco se lo ricorda che è morto sette anni fa. A Palermo, io ho ancora un progetto su di lui che voglio portare avanti ma la vita si è messa in mezzo. Intanto però ho avuto il tempo di chiedermi cose come: ma a Franco gliene fotteva di essere riconosciuto e ricordato? Gli ultimi venti anni passati a fare teatro di comunità in borgata, le mille carte sparse dei suoi spettacoli in perenne ricucitura, la lingua fatta di calli che incagliano nel dialetto lo schifo e la bellezza insieme, inestricabili, sono solo alcune tracce di un’ipotesi: la sua voglia di non restare, voglia di incidere sì, tagliare la faccia dello stupore a chi incontrava, ma senza restare. Non era un suo problema, sarebbe stato un problema dei suoi compagni e dei suoi tanti orfani artistici. Non era un suo problema, restare, perché Scaldati non c’era mai stato nel presente. Può essere? A me pare che siamo stati sempre senza Franco Scaldati e che al suo posto c’era una finestra su un mondo privo di confini tra qui e lì, vivo da prima di lui e fino alla fine di tutti noi. Il suo mondo, le voci a cui dava corda nei testi popolati da vecchi cartonai e fate dei limoni, animali parlanti e ciclisti perdenti, sangue amaro e ironia apocalittica, versacci disumani e canti poetici, giochi violenti e legami vitali, erano lumini pescati in un pozzo scavato da sempre. Che gliene fotteva a Franco di rimanere, se già lui era preso altrove e la cosiddetta attualità non faceva che nausearlo? Eppure, Franco, quante volte mi sono detto già dalla tua morte meno male che non c’è, accussì non fa più bile, davanti a una cornuteria nuova del mondo. Certo, per la città mica pareva che c’eri ormai, anche nella tua vita prima di morire. Sparito sembravi, spettro mmiscato cu niente – buttato nella cuna ostinata dell’amore, alla pesca miracolosa nell’Albergheria dei marginali, spettri loro e tu con loro, all’estrema fine di tutto. Chiunque o nessuno parla di te e io ci vado sempre, quando posso, solo solo per rinfrescare la pelle con la tua poesia e vedere cosa dicono, se sgarrano o se l’hanno capito chi non sei tu davvero.

Palermo è un incendio

Il sangue dei monti è fuoco e urla di notte davanti ai vetri della grande città sigillata alla sabbia dello scirocco: gli incendiari hanno fatto vulcano del colosso di rocce che guarda i palazzi. Il monte Cuccio è striato di fiamme sotto i due pinnacoli che qui chiamano le minne dando attributo femmineo al gigante che ha nome di maschio, conferma che tutte le cose al sud sono mescola di opposti – a volte sublime concilio, altre guerra violenta. E la cenere galleggia nell’aria desertica sopraffatta dal crimine e dall’ignoranza, dall’inverosimile ottusità del bene che pure c’è e riempie i gesti degli sconosciuti, le lacrime dei muti. Furioso, il vento di stanotte a Palermo unisce il fuoco aperto sui monti al metallo forsennato delle drizze nel porto che imitano le campanelle di un pascolo. Non è normale tanta aria calda alzata a quest’ora, non è naturale il fischio della sua corsa, pensano gli insonni al balcone sullo spettro delle piazze. Poi, gli alberi di vedetta sul gomito della Cala si piegano facendo una lingua dei segni che dice: non è naturale solo ciò a cui non sei ancora pronto – sgomento di bassi esplosi da una Golf al semaforo rosso come il bagliore nel cielo su Baida. Chi corre sfidando questo vento di fiamme? Gli ignoranti scattano al verde come faville dal monte acceso alla riva nera del mare. Il giorno dopo, questo giorno, è un sabato mattina convalescente, risveglio dopo due notti di febbre innaturale del paesaggio – le foto confermano la diagnosi: gli incendiari hanno fatto vulcano del monte più alto di Palermo. E come il magma scorre alla conca mutilata della città così scorre la morte nel sangue dei palermitani che bruciano la loro madre, perché la morte di ogni cosa per denaro è l’ossigeno che li tiene in vita. E li terrà certo nel tormento di pensieri suicidi, ogni volta che le pause dal crimine daranno loro il tempo per pensare al nulla di cui sono servi. Serva della vita, invece, la natura si rinnova nel tempo lunghissimo che all’uomo non è dato e non servirebbe nemmeno.

Liliana in fila

Ho cercato il numero di matricola che misero a Liliana Segre appena entrata nel mattatoio di Auschwitz, volevo vedere se riuscivo ad alzare lo sguardo risalendo a chi stava in fila davanti e dietro di lei. C’è voluto un minuto, non di più, facendo la ricerca per matricole. E la facilità con cui ho trovato le altre due donne mi ha messo i brividi, perché merito esclusivo, frutto ancora vivo della perfetta lucidità di quell’orrore. Una campana ferma da settantacinque anni la cui risonanza macabra ancora non smette di fluttuare nell’aria. In fila davanti a lei c’era Lisa Dresner, vent’anni più grande, figlia di Karl Dresner e Elena Steiner, nata a Vienna il 24 febbraio 1910. Era sposata con Teodoro Elia Rozay e fu arrestata ad Asti. A Lisa toccò il numero 75189. Immagino la tredicenne Liliana studiare ogni gesto di Lisa per imitarla in tutto e darsi forza quando pochi attimi dopo sarebbe toccato a lei stare davanti al banco dell’inferno. Liliana alla fine la imitò così bene da uscire “viva” come lei da quel campo. Laura Sacerdote invece, la ragazza che stava dietro Liliana, non ci riuscì. Laura aveva dieci anni in più di Liliana e dieci in meno di Lisa. Era figlia di Claudio Sacerdote e Ernestina Diana Borgetti, nata ad Alba l’1 ottobre 1920. L’avevano arrestata in provincia di Varese, a un passo dalla frontiera italo-svizzera. Ma queste cose Liliana non le sapeva, perché era già passata oltre, nella buona scia di Lisa. Laura, arrivata ad Auschwitz con un treno partito da Milano il 30 gennaio 1944, fu marchiata col numero di matricola 75191. Glielo misero perché io oggi potessi rintracciarla. E piangere.

Il silenzio positivo

Non è vero che chi tace acconsente: chi tace sta zitto, ricorda Francesco Nuti. Spiazzante, meraviglioso e vero. Oggi pensavo a un altro detto simile: nessuna nuova, buona nuova, e ho visto chiara l’enormità della cazzata che è. Dare il bene per scontato. Parafrasando Nuti invece nessuna nuova, chissà che succede. Mistero, incognita, silenzio, distacco, lontananza, cecità, assenza, mancanza. Eppure, la fortuna di questo detto sta nella atavica convinzione che scrivere (o comunicare in generale) abbia a che fare più col brutto che col bello: scrivo per sfogarmi, capirmi, lasciare memoria ai posteri, eccetera. Tutta roba allegra, insomma. Crescendo, poi, questa cazzata del silenzio positivo prende sempre più spazio nella convinzione degli adulti che, tra mille pensieri e impegni incalzanti, se vale la pena comunicare qualcosa ai loro cari e amici, danno precedenza alle cose spiacevoli. Come fossero quelle che hanno più effetti su di noi. E ci perdiamo il meglio. Non comunicare il bello, fosse anche minimo, come solo un pomeriggio di euforia in mezzo all’alto mare di una stagione buia, fa dimenticare sempre più innanzitutto a noi stessi che c’è anche del buono. Così lui sparisce dall’orizzonte. Lo sguardo invece va allenato, altrimenti ci costruiamo da soli un paio di occhiali atti a vedere solo una cosa o, peggio ancora, ci abituiamo a parlare del bene in forma esclusivamente concessiva, col perenne sottotesto ma sì, dai, in fondo. Ecco, io voglio cavarmelo dal fondo, tutto il minimo bene che incrocio, raccontandolo ai miei cari. Scrivere a uno di loro che è stato bello vederci, volevo dirtelo, perché spesso – non so perché, ma è così – crescendo ci si tiene sempre più tutto per sé, non solo le cose brutte, ma anche quelle belle. Come fossero scontate. Quando invece si paga sempre a prezzo pieno, eccome, la felicità.