L’ombra di una nuvola

Posso dirti che ieri notte, in balcone, prima di andare a letto ho visto a terra l’ombra camminante di una nuvola, disegnata dalla pioggia che anneriva lenta un’area ancora limitata del cortiletto condominiale. Ma lo definiresti soltanto l’esercizio letterario di guardarmi l’ombelico. Posso aggiungere che il giornalismo è un’accozzaglia sciatta di formulari che stuprano la lingua italiana. Ma resta pure la scrittura che gode maggior ascolto all’esterno, diresti, e più di altre arriva a chi di scrittura non si interessa, certa della fortuna più grande: comunicare all’altro da sé. Sogniamo pure di essere pubblicati su Nuovi Argomenti, rilanciati da Le parole e le cose, recensiti sul domenicale del Sole 24 Ore, intervistati da Fahrenheit sul libro che presenteremo al prossimo Salone torinese. Ma il chirurgo che stamattina ha salvato una vita, uscito dall’ospedale darà un’occhiata alle ultime veline sul Corriere, non al blog del consulente editoriale adorato dagli addetti ai lavori. E non è ignoranza la sua, ma vita vera. Questo dico, aggiungendo solo: prima di coricarsi, il chirurgo, si stupirebbe anche lui nel vedere quell’ombra di nuvola e allora sì che avrebbe il mio dire in cui ritrovarsi. Ecco, la dignità del mio lavoro poggia su un’ipotesi, la fiducia ostinata che un altro da me si continui a stupire.

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Io sono magica

L’altro aspetto che a me piace molto è quello della poesia come principio magico, talismano e magnete, capace di attrarre a sé tramite la musica delle parole, che affascinano, stordiscono e convincono. È un’idea antica della funzione poetica. La poesia nasce orale e, fin dalle origini, alla parola cantata sono stati attribuiti poteri prodigiosi: le formule magiche stesse, presenti in tutte le culture antiche e nelle società tradizionali, sono spesso in rima o usano parole inventate che esaltano certe musicalità e possono essere assimilate alla poesia.
E così le preghiere, che sono una delle forme più alte e antiche di poesia e che hanno, tra le altre funzioni, quella di invocare l’avverarsi di determinate situazioni.
Lo stesso atto creativo, che ancora oggi è all’origine della poesia, da alcuni poeti viene percepito come atto magico.
«Io sono magica» dicevo quando ero piccola e non sapevo ancora leggere e scrivere. E non vedevo l’ora che arrivasse il giorno in cui i miei poteri si sarebbero manifestati in tutta la loro forza. Mi sarei resa invisibile, sarei passata attraverso i muri, avrei potuto leggere l’altrui pensiero, avrei parlato con i morti? No, mi sarei messa a scrivere poesie, sempre portatrici di un’energia atipica.

Francesca Genti, La poesia è un unicorno (2018)

Viatico (a un’amica)

Per il viaggio che stai per fare, sai, non ti auguro niente: carta bianca devi essere; libera, pulita; farti scrivere dal paesaggio, dalle parole che scambierai con tua figlia – siano di circostanza o di importanza; imbarcare negli occhi l’oceano, guardare le stelle e ringraziare anche le nuvole, se dovrai stare per un giorno al di qua dei vetri, ma sempre in navigazione, altrove ogni istante; annotare tutti i pensieri o lasciare invece che albe e tramonti rimangano di nessuno, indietro, sulla scia che di continuo si alza in coda alla nave. Io starò qui, sul molo a darti il cambio, preso dal concreto dei giorni che esigono frutto. Viaggia, e viaggia impreparata come solo in viaggio puoi permetterti di essere: pronta alla calma e allo stupore. L’improvviso ti sia unica guida.

Viso

Ce l’avremo pure scritta tutti qualcosa sul viso. Qualcosa che ogni volta suggerisce alle persone di sorriderci o guardare oltre. La vita finora ha scritto sul mio viso un ringraziamento. L’unico modo per sdebitarmi e appagare la necessità, l’istinto umano di corrispondere al bene ricevuto è generare altra vita a mia volta. E calore da avvolgere e proteggere altri miracoli come miracolo sono stato io per chi mi ha generato. Forse, un giorno qualcuno avrà allora sul viso il suo personale ringraziamento alla vita e nella curva del sorriso una traccia del mio nome.

Era normale

Era normale non sapere di voi. Niente, di voi. Era normale dare acqua al mio giardino di affetti e amicizie soltanto. Incontravo poi uno sconosciuto con cui volevo entrare in contatto? Gli facevo sentire il buon odore dei miei fiori, a scelta dalle aiuole luminose. Nessuno di voi mancava all’appello del controllo quotidiano, non esistevate: non mi interessava sapere come la pensavate sulle cose, se avevate mangiato la sera prima in un locale, o il concerto che aspettavate il mese prossimo, la presentazione in libreria che secondo voi mi interessava, l’articolo assurdo che volevate denunciare. C’erano già la mail e il cellulare – non parlo di carta e penna, per carità – ma era normale usarli per dire a Federico del primo romanzo che avrei tradotto o raccontare a Monica quando sarei tornato per le vacanze. Era normale non sapere di voi. Ora invece mi costerebbe un senso di esclusione dal gioco di tutti e un grande oscuramento della mappa mentale del mondo che da allora mi si è allargata in testa; certo, un mondo pesto di superfluo e atomizzato in algoritmi inodori. Non sarebbe più normale, è chiaro. Ma più vivo e curato, dedicato.

Mi hai insegnato tutto

Caro Roberto,

sono le 4 di notte di giovedì 30 e ho finito il disco. Avrei voluto parlarti questa sera ma sono solo nella casa di Roma e non ho il tuo numero a Teramo. Avrei voluto parlarti per dirti un sacco di cose, sul tuo disco, sul lavoro che hai fatto. Il disco è tuo. Mi hai insegnato tutto: ad aver rispetto e paura nello stesso tempo e amore per il mio lavoro; rispetto perché le responsabilità sono tante, l’impegno è totale le possibilità infinite, paura perché ho terminato da quattro ore e mi manca già. Mi sento un vuoto incredibile e una grande sensazione di insoddisfazione futura (vorrei ricominciare domani stesso) amore perché non venderei questo disco neanche per la vita di mia madre (forse ho esagerato) perché lo proteggerò anche a costo della mia vita, perché mi sento di cantarlo e suonarlo davanti ai re (se ce ne sono ancora) e davanti agli straccioni, ai sindaci ai matti e ai santi, perché fra debolezze congenite fra piccoli calcoli e squallide operazioni è timidamente nata in me una coscienza al di là di ogni sospetto, una coscienza che cancella ogni ritorno alla dolce tranquillizzante mediocrità che in modo grottesco e cialtronesco aveva, fino a poco tempo fa, bloccato ogni operazione creativa. Ho fatto, suonato pensato e cantato più musica in questi quindici giorni che in tutta la mia vita. Tu dovevi esserci. Ogni nota ogni accordo ogni inflessione della voce la verificavo fra me e me ma soprattutto tenendo presente quello che tu avresti voluto preferito o scelto e cantato. Il buffo è che avevo la sensazione che avresti cantato benissimo anche tu, ti saresti trovato al millesimo di battuta in modo perfetto e questo mi consolava e mi divertiva. Pensa che in questi quindici giorni non ho passato un solo momento di tristezza o di rassegnazione, mi sono sempre divertito ho riso con tutti e mi sono anche sentito molto buono. Ora è nato il grosso problema del sonno: non riesco più a dormire, mi sembra molto stupido e la notte cretino. Non vedevo il momento che arrivasse la mattina per cominciare a lavorare a cantare a tradurti e a tradurre in suoni sentimenti grida e anche battiti ritmici di cuore le tue idee. Credo che sia meglio parlarti un poco del disco: prima di tutto debbo dirti che i ragazzi del complesso sono stati formidabili instancabili e soprattutto pieni di convinzione direi quasi ideologica, praticamente quasi un miracolo!! Dopo i primi due giorni tutto sommato vissuti da noi tra l’indifferenza e anche lo scherno degli addetti ai lavori vi è stato un crescendo di interesse che ha coinvolto un poco tutta la gente della RCA (e anche gente che veniva da fuori) ed è stato un pellegrinaggio continuo dai fonici ai tecnici ai capilinea ai dirigenti gente che stava nel nostro studio sospendendo i propri lavori per sentire le canzoni. Era anche molto interessante tanto è vero che ho dovuto levare il cartello di “vietato l’ingresso” per non fare lo stupido e per non fare la figura del fesso. Alle dieci di mercoledì è venuto anche Melis con un altro pagliaccio che si chiama Fanti (uno che è stato nella legione straniera) e fra una serie di battute ironiche e di provocazioni nei miei confronti (vedi il titolo da lui proposto) ha dovuto ammettere la validità della cosa, e ti dirò che lo ha fatto anche con visibile piacere. Ora è chiaro che il disco non è tutto perfetto, la perfezione è ancora l’isola più lontana da raggiungere per me, ma con tutta l’umiltà che mi sento e con quella che purtroppo non ho penso che potrà piacere e anche molto. Sono le 5 e proverò di dormire. Spero che tu sappia perché ti ho scritto e spero che la mia follia da ex grafomane sgrammaticato non ti abbia stancato e infastidito. Vorrei abbracciarti e stare con te sulla tua poltrona (che ci sarà anche a Teramo) e bere il caffè di Elena (che saluto tanto) per tutta la vita. Al prossimo lavoro.

Lucio