Leda e il cigno

A Pompei giorni fa gli archeologi hanno ridato Leda e il cigno al celeste raggio, all’aperto, come dissepolto scheletro dall’antico oblio. Questi doni del tempo remoto che affiora dalle case rotte, meritarli sarebbe vivere meglio di così, meglio: sarebbe avere una prospettiva fertile di magnifica operosità, che intuendosi già antica muova il presente a occasione di cura sul futuro – veggenza di figli e di tutta la specie, oggi sorda alla guerra comune e sempre più mendìca di morte contro se stessa. La natura farà dei nostri angoli, come ha fatto in passato, vacui teatri e templi deformi. Leda, oggi hanno trovato te insieme al cigno, e come sei bella nel tuo amore scabroso. Domani, qualcuno riavrà dalla terra scavata l’attuale miseria e allora sì – incredibile a dirsi – per moto d’avarizia o pietà, il nostro giorno sarà inestimabile oro ai suoi occhi di pòstero.
Vedessimo oggi noi stessi l’oro che siamo
e ci frana continuamente
di mano.

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Margherita (a Firenze)

Mi sono svegliato nel suo cuore e ho consacrato la notte a una fata. Alla fata di un fiore ho consacrato la mia notte fresca di sogno interrotto – Margherita è il nome del fiore, solfeggio d’amore e sua negazione. Felici insieme noi, mi cadeva stanca nelle braccia e poi la curva di un dolore l’adagiava a terra coi petali in torpore. Le mani si chiudevano in cristalli; e le gambe sottili; e il sorriso generoso: lumino basso, sempre più caldo. Nella notte dantesca era infine l’arrivo salvifico di un padre, allora io nel cuore ho aperto gli occhi e così ho visto la fata. Certe volte era falena, certe volte libellula, certe volte era farfalla. Veloce filava nel buio alto dell’ora solare. Un abbraccio è qualcosa da rinnovare, ha detto. E non volevo sognare altro, né più dormire e scordare la mia storia col suo fiore. Come faccio a tornare da Margherita, ho chiesto alla mia fata. Ha detto, a Firenze c’è un palazzo vecchio, un ponte vecchio e una scala antica di tetti che dal portico delle Oblate va alla cupola del duomo, senza passare da basso e nel gran chiasso: bastano due ali di fata, poi un salto e dispàri nel rosa all’imbrunire. Le fate quando ti parlano credono sempre che tu abbia le ali come loro.

Sempre la pelle

Continuo a leggere Franco Scaldati, ricopio i suoi pezzi più belli e si ricama la stanza di luce viva. I teatranti adattano le parole ai loro corpi, mi dice, alle loro voci. I teatranti provano in eterno, sai? Adattano parole costruite da angeli operai all’ombra della luna. Parole come, Il mio amore è un eterno giglio. Parole come, Le mani dei vecchi mutano in coltelli. E non mi libero del Sarto, come lui non si libera di me che dono i giorni alla sua compagnia diafana, tra un recupero e l’altro della mia carne e del fiato tremando nelle prove del gran tempo libero. Intanto, anche io come lui inizio a conservare i miei ritagli – eccone uno fresco di sera, impupato in corsivo. Prendono aerei le mamme coi piccoli al seno in mezzo alle nuvole: chi fa coraggio a chi? È la pelle che fa coraggio. Sempre la pelle.

Pacifico

Ieri sera ho fatto la prima lezione del corso, evento che regala sempre al giorno dopo il sapore di una domenica settimanale. Oggi porterò il motorino dal meccanico, cambierò il filtro anticalcare alla caldaia, telefonerò all’assistenza che ha in ostaggio la lampada difettosa, continuerò a spulciare l’archivio di Franco per il mio progetto, limerò degli acrostici che voglio regalare per Natale, svuoterò la lavapiatti prima che la maestra torni da scuola, mi chiederò ancora come rispondere al mio lavoro che implora novità, masticherò l’attesa per la gita a Firenze dove il 16 novembre racconterò il mio libro alla Sit’n’breakfast, andrò a comprare almeno le casse d’acqua al mercato più vicino e, tra una cosa e l’altra, mi siederò al piano giocando fuori dal tempo per smettere un attimo di farmi domande. Sarà una giornata di quieta vigilanza, semplice su attività proprie dell’esserci nel tempo e nello spazio, pacifica com’è pacifico l’oceano a te adesso più vicino – beato il sole che il giro del mondo lo fa tutti i giorni, mi hai scritto nella mia notte matura aspettando che la tua notte neonata attenuasse gli ori e i rossi del lontano ovest; anche queste, parole tue. Nudo contro l’azzurro o spento dal fitto di nuvole, beato è il sole e pacifico, pacifico il mio giorno.

Nella vastità

Le nostre vite procedono qui alla costante velocità del tempo, tra mare piatto, lente salite e cadute di schianto per i muri alti delle onde. È già successo di chiederci, con lo sguardo cambiato, hai più saputo niente di cosa sono diventato ogni volta che ho preso altre decisioni? Ma nella vastità oceanica che ogni giorno misura la nostra distanza di abissi sempre più umani, e ci fa sentire perduti in creature ben diverse l’una dall’altra, io so che la mia stella e la tua sono rimaste vicine: nate dallo stesso fuoco, la notte brillano ancora accanto sulle acque generose del pianeta, e così pure faranno quando saremo polvere che fruga le radici degli alberi. Un mistero senza nome ci ha fatto compagni nella luce che fulmina i corridoi dell’universo.

Un vento esagerato

Il vento di oggi non accenna a smettere e detta nell’aria vortici di rabbia contro ogni materia. Non ricordo furia simile da quando sto nella città del fiume: l’asfalto potrebbe alzarsi da un battito all’altro imitando le colombine che nascono a mare sulle creste eccitate. Nessuno si è ancora fatto legare ai pali per ascoltare il canto meccanico delle sirene in corsa ovunque. Violento il vento ha vinto sul vetro della finestra contro ogni fermo uncinato che avevo teso alla persiana, costringendomi a chiudere fuori il cielo ocra di deserto. Poco fa uno schianto di cocci ha concluso la ribalta di un cassonetto lasciato ancora colmo dalla notte, per l’immonda stasi dei servizi di raccolta. Gli alberi cadono come bottiglie vuote sui muri di cinta e sulle auto, in una sincope frenetica di antenne curve sui palazzi. Il reticolo dei cavi tranviari ha fatto pesca di rami ora sospesi a mezz’aria sui binari, e in giro si vedono immagini da ultimo giorno sulla terra. Ma si finisce e si comincia allo stesso modo. E il presente è una possibilità: ricalcare il tempo lontano in cui tutto nasceva, in cui venivano dati i nomi alle cose e l’umanità cercava di trovare se stessa, i suoi princìpi, e già di consolare il futuro. Correrà allora questo vento ai rifugi antiaerei sotto le grandi ville e per i cunicoli, alla risalita nelle vie sollevando la terra giusta a coprire buche e voragini; darà corpo al sogno che volino via per sempre gli affaristi dell’odio impiegati nella guerra tra le mafie spezzapollici dello spaccio; e farà tutto da solo, senz’altra mano a deviare la sua corsa, la sua direzione, la pura fatalità, il caso: ultima ragione di una speranza che batte alle murate.

Amedea

Il mio liuto è un’acqua profumata d’erba, profumata d’alga: l’acqua irriga e fa suonare tutti i fiori dei vasi. C’è il vaso del mare e il vaso del cielo. Nel vaso del cielo è la luna lucente, ombra che respira e parla della terra arata. Dice di una femmina antica la cui mano e il cui seno furono sangue. L’acqua del verso, versata dalla mia bocca, ricama una vasca color morte che versa sangue umano a terra – lo succhia e lo sputa. E nel viso è arsura, arsura nelle mie vene. Ricordo labbra baciate che poi svanirono, una luna che rodeva le ossa, e ora niente è rimasto che non sia finito in cielo.
Ma questa notte, per il vento erra la sabbia e l’occhio è un deserto a forma di carovana. La fanciulla gioca nella tana senza compagno e la mia anima canta: la schiuma è scalza di mare, la luna è seno e intelletto; la rena che s’alza nell’aria pare un velo – è femmina, è femmina: Amedea! Il suo corpo nudo versa profumi dalla punta delle cosce, dalla nuca del culo – gattina berbera – e dalla cruna fica. Fata, canta l’araba amata e la calce di luna è incantata: con me non devi temere nulla, né il lampo del giorno né la fine della luce. Ora il lume di luna è una testa d’oro volatile e nella notte stellata palpita un atto osceno, misto di sangue e interruzione del tempo.
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