Nuova alba

La Terra è un globo oculare sgranato sull’universo. Una rete di radiotelescopi sparsi in tutto il mondo ha generato un telescopio virtuale con risoluzione pari a una lente del diametro del nostro pianeta. Si chiama EHT (Event Horizon Telescope). Con quest’occhio celeste gli scienziati hanno ricomposto e diffuso due giorni fa la prima foto di un buco nero. E nero il buco resta: l’interno non si vede. Si vede invece il grido della luce che divampa sull’orlo circolare prima di cadere nell’orrido ignoto dello spaziotempo. La caduta ritratta nella foto risale a 55 milioni di anni fa, quando la Terra passò all’Eocene, la nuova alba: da noi la collisione tra continenti innalzò le Alpi facendo emergere pure la Sardegna, la Calabria, la Puglia, parte della Campania e del Lazio. Tanti anni ha dovuto aspettare la luce per consegnarci il suo grido sull’orizzonte degli eventi. Nemmeno lei può sottrarsi al regime dell’attesa, alla pazienza di un viaggio per mostrarci la nostra nuova alba. Perché allora non dovrei aspettare io, che a lei miro e di lei cerco ogni manifesto? Se ancora non si vede, in fondo ora so con fisica certezza che la nuova alba è già sorta. Era quella mattina, la nostra caduta, il grido comune sull’orizzonte degli eventi.

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Non ce n’è uno

Non ce n’è uno che sfugga alle ferite. Per tutti e più volte nella vita, la notte si accende come un giglio di sangue impalandoci davanti a una cruna. Allargami ad accogliere il pianto e la mia debolezza.
Poteva andare tutto bene fin lì, oppure no: magari il fulmine cade annunciato da un lento cumulo di nubi. L’esigente libertà di cui siamo rivestiti ci chiede comunque se passare dritti per la strettoia o restare al di qua della tagliola a distoglierci creando nuovi fantasmi. Davvero non ce n’è uno che sfugge. Concedimi la grazia della resa, la fioritura della pelle che muta.
Ma io ho la bellezza! dicono molti. Ed ecco, la ferita di questi cercatori di protezione è sanguinolenta come un assedio, è anzi la più dolorosa, perché l’incanto estetico scava un vuoto al centro che rinnova solitudini di ferro, limiti a una relazione di carne con l’altro, il diverso da sé, unica e difficile speranza di vita. Di essere sconfinato, *sottile e forte, stremato e forte, debole e forte… forte*.
Solo questa apertura garantisce una primavera dopo il morso della cruna, non l’oblio della ferita ma il suo opposto: l’arto mutilato si integra nella nostra aura dilatando l’aria che ci accompagna, nutrita dalle nostre scelte. Se si sceglie di ritrovare la vita sfuggendo ai fantasmi, certo. Almeno a quelli. Perché alle ferite no, non ce n’è uno che sfugga. Siamo tutti creature fino alla fine.
Ma insieme si può stare davvero.

* da questa meraviglia di Eufemia.

Di sangue

Cadono giorni di paura e fitte
nel turchese convalescente,
guardare in faccia il mistero
costa una ferita
da frequentare e domande
aperte per sempre.

Come una beffa la primavera
nasce dalla rugiada
delle tue notti insonni, amore mio
dal sole che ti esce
ora con gli occhi al glicine
gonfio di trauma.

Nell’altalena di fulmini
tra la camera vuota e la cucina
quando ti abbraccio
Dio mi attraversa, dice
la vita è più grande
di un solo giorno di sangue.

Perché noi rimaniamo, amore
come una preghiera
assurda sui crolli al telefono,
il vivo della nostra pelle
e questo magone
che inghiotte tutta la terra.

L’immigrato

Anch’io sono un immigrato e sono fiero di esserlo perché, se posso raccontarlo, significa che sono vivo. Credetemi, non è stato facile arrivare qui, non c’era niente di scontato. Niente, fino alla fine. Cercavo condizioni migliori però, non potevo reggere ancora per molto restando dov’ero. Ricordo ancora la difficoltà della partenza, il vincolo che non mi lasciava andare, la strettoia che ho dovuto passare. Saluti, nessuno: meglio partire senza tante cerimonie. Ho fatto un bel respiro e alle prime boccate ho pianto. Tremavo. Restai ferito, qualcuno mi lasciò un segno che porto ancora addosso. Per fortuna, trovai subito chi mi accolse avvolgendomi in una coperta calda e pulendomi dalle scorie della traversata. Credevo di non farcela. Poi, passando da un controllo all’altro della nuova frontiera, fui investito da un odore. Era la pelle della mia nuova casa, e mandava un suono che più tardi riconobbi come la mia lingua, la terra madre che madre era sempre stata. Per nove mesi.

Allargando

Se darò mai alle mie canzoni un vestito per pose da album, in almeno una cornice metterò il canto dei grilli nelle notti estive. L’ho pensato ascoltando Serbitoli di Toni Bruna ma, allargando, intanto esprimo qui il desiderio semplice di ascoltare una canzone nuova al giorno, poter essere sempre disponibile al raccolto quotidiano e, allargando, vivere con orecchie aperte pronte e bianche da scriverci sopra le impensate meraviglie degli altri e, allargando, favolare che la mia offerta sia accolta di rimando nei padiglioni sconosciuti delle miriadi umane ancora manco nate ma continuamente sul nascere, adesso come nel mistero del tremila. Potenza maggiore non so immaginarla, di quella nata dal tremolo dei parlanti nelle notti al calore.

Metà sopportazione

Il mare è salato, il sudore è salato. Il mare è il sudore della Terra e aumenta sempre di più: le acque già iniziano a coprire le spiagge nel maggese letale dei ghiacci che si riducono ai poli. La Terra fatica, da madre cerca ancora di contenere il nostro do re mi, ma canterà molto più a lungo di noi: cinque miliardi di anni le restano, finché dura il ciclo del sole che è arrivato a metà. Metà sopportazione. Poi la stella diventerà rossa – l’ho letto giorni fa – e questo granello celeste che ci dà respiro, e noi glielo togliamo, si aggiungerà alla polvere cosmica nelle anse del tempo. Avverrà una domenica perché, una volta iniziato, il conto è reperibile all’infinito. Non ci saranno più uomini a contare, ma sarà certo domenica. Una domenica come questa, il mare annegherà il cuore superstite del deserto africano. E noi saremo finalmente chiusi, completi in una storia fatta di luce solare, terra fin quando ce n’era, vita cosiddetta intelligente e altra ancora migliore: tra le rovine, vita di alberi in fiore.

All’amore che ti ha generato

La mia anima è una salda colonna per il tuo dolore: lasciati cadere inerme, appoggiati, osso di insonnia, lembo della prima carne che ti ha generato. La mia anima ti darà linfa e i gangli attecchiranno ai giorni di nuovo. La colonna allora si dissolverà nella luce e la tua anima tornerà alla corsa: la vita è innegabile, si posa di forma in forma. Alto nel diritto, calmo nella bufera, duro alla fatica e dignitoso, darai fiamma all’amore che, già prima di questa caduta, ti ha generato per la seconda volta: come padre, hai un destino di sapiente nei misteri del buio, impatto di meteora al suolo fecondo. Ti guiderà nel semplice la forma di un cratere sulla superficie di Venere.