Melograni

La chiamano solare, ma quest’ora nuova che spegne tanto presto la luce e i colori ci fa arrivare alla sera come nell’alto mare aperto, a molte miglia scure dalla costa. E la cena si apparecchia che è già buio alto. Fuori, una madre viaggia con sua figlia risalendo l’Italia in treno, per dare un bacio a un altro pezzo di cuore suo migrato al nord e raccogliere, in vista del ritorno, la madre di cui è ancora figlia, partita prima di lei. Sono passate anche da casa mia, fiammella al centro dell’intero paese, faro contro la violenta estraneità del mondo che pure si vuole e si deve conoscere. In questo alto buio aperto, così, guardo i melograni che ci sono arrivati l’altro giorno dalla Sicilia – li ha portati una zia che vive qui ed è tornata dall’isola in macchina. Incastrata nel frutto che nutre le simbologie di tutte le religioni, fissa alla fioritura che detta i tempi dell’amore nel Cantico dei Cantici e mi ravviva le braci dei muscoli nel petto, c’è la nostra terra lontana. E il sole, in guerra contro l’ora che porta il suo nome.

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Antenna

L’antenna non decide quale segnale prendere, li prende tutti. Poi, chi ha il telecomando decide quale canale veicolerà tra tutti i segnali l’antenna. Ora, io non so se qualcuno ha in mano il mio telecomando. Ma so che, come spesso rimbalzo qui canali fecondi, questa sera mi sembra di non poter evitare il rilancio di un dolore a cui non so dare il nome. Dolore del mondo, direi al massimo della precisione. Me ne sto fermo e la città fuori dalla finestra mi parla di quanto freddo fa dopo la pioggia, nei vicoli della suburra crepano i barboni, per una stupida febbre o per i calci dei fascisti. Me ne sto fermo e una galleria fotografica di Marilyn Monroe sul Corriere.it mi dice il dolore nascosto dietro quei sorrisi di angelo tradito. Me ne sto fermo e, come le mie colleghe antenne, questa notte sopra i tetti delle città sogno verdi foglie sui nostri rami di ferro. Non voglio più le carezze dei fulmini, non voglio più del vento i segreti. Il dolore quando è tanto, quando è forse del mondo intero che ti sfiora, si traduce tutto nella parola più abbandonata, con l’interrogativo inutile alla fine. Perché? Puoi ripeterla mille volte ma sarà sempre, mille volte sola; come l’antenna, non risolve, non decide lei. Non decide niente.

Gatti

Ti ho sognata che giocavamo in villa come gatti, presi da avventure solo nostre dentro la foresta e dietro i vasi e le giare della scalinata, mentre gli altri abitanti pure della villa restavano tutti uomini, pettinati da impegni che riguardavano il mondo esterno: spostavano tavoli per imminenti feste con amici, correvano in città per appuntamenti gravi, si fermavano a parlare di quando erano piccoli insieme incrociandosi coi sacchi della spesa in una mano e un figlio nell’altra. Noi saltavamo invece sui nostri cuscinetti tra le foglie secche e il gelsomino nuovo, facendoci il solletico e ridendo al sole, unico padre a chiedersi dove fossimo. Davamo a ogni cosa le spalle, anzi, il dorso tonico ed elastico da cui spiccavamo salti sui rami o tra i ferri della ringhiera appuntita. E non ci premeva il mare a due passi dal cancello, né altra compagnia di cugini o allegria che non cavassimo dal gioco di tormentare lumache lucertole e millepiedi, a mezzo tra il gelso e l’albero di alloro. Noi due per tutto il giorno, e fino al vivo delle lucciole in montagna, mai ci guardavamo chiedendo, chi ti ha cucito addosso la forma di gatto. La luna ci rubò al sole e qualcosa di noi restò accanto a un giglio.

Maternità

Io non so di fisica o religione ma è un Big Bang l’amore che accade in forma rotonda. E si crea l’universo, tutto è satellite di una singolarità. Una curvatura perfetta espugna le madri svelando la vera cifra della vita: l’esagerazione, altresì detta abbondanza, qualità della grazia. E ogni madre è madre di Dio, benedetto il suo frutto. Reggerà il vuoto necessario per dare alla luce l’universo ritrovando in sé la scaturigine di questo mistero, nello sguardo nuovo che incrocerà al termine dei nove mesi: nove, se il passato avrà ancora senso e misura; se cioè – creato l’universo – qualcuno crederà ancora a questa favola antica, alla bugia del tempo fatta di quadranti e sabbia che cade nel vetro. Non come il sole che in Artide smette di tramontare, sarà vinto ogni squilibrio, ma come la vita che ai tropici non conosce stagioni e prospera tutto l’anno su dodici ore al giorno di luce.

Fiore d’autunno

La vita ci ha sparsi dall’isola come polline ovunque sul pianeta. E ci siamo pure trasformati, ognuno nel fiore che già conteneva o in quello che voleva diventare andando a cercare il terreno adatto. Come polline, abbiamo incrociato la strada anche di chi ci ha avuti in allergia e scacciati agitando la mano controvento. Ma noi eravamo nel vento: dopo una lieve flessione, la corsa ci ha spinti in avanti. Adesso il mondo profuma anche di noi, ma nessuno direbbe in una giornata di sole che la nostra bellezza geometrica nasconde anche un po’ di mestizia. Perché da casa non possono sentirci né vederci. Da casa l’olfatto non pesca fino in Canada, dove siamo andati a coltivare il nostro genio per la computer grafica. Da casa, figuriamoci, l’olfatto non pesca nemmeno fino a Roma o a Milano, dove siamo andati a coltivare il nostro genio per la scrittura. Eppure, io credo che ogni odore ricostruisce sempre in sé la strada che ridà al giardino di partenza, come una mappa insita nel genio cresciuto di ognuno. In certi casi, addirittura, sembra che alcuni nascondano fin dall’inizio – come ragione propria del volo che li ha posati altrove – il sogno di crearsi ad arte un ponte privilegiato per tornare a casa in ogni momento. Un arcobaleno che, si sa, è più trafficato nei giorni di pioggia o sul nascere d’autunno.

Fine stagione

La capanna dei due cuori non c’è più. Uno è il mio, l’altro è blu del mare che già hanno smontato, aprendo la sabbia a un disordine temporale: il quindici settembre è sì finita la stagione balneare ma non ancora l’estate, che invece muore domani aprendo la via ai brividi autunnali. Questo lieve smottamento di una settimana sul cambio di nome al paesaggio lascia sempre un varco aperto per l’intero autunno, sulla dorsale marina che a sud risalgono i corsari nelle giornate ancora di sole, per rubare anche in ottobre o a novembre un tuffo a Mondello che riunisca i due cuori, ma breve e senza il tempo di costruirci di nuovo la capanna. Solo restare avvolti in un telo che apparecchia il ricordo della stagione finita e il sogno del mare prossimo in cui ridestarmi fra un anno. Con tutta la vita in mezzo e inesplorata ancora da attraversare.

Mannari

Siamo nello scuro dei lupi, inermi tra i loro denti, a ogni passo dilaniati da zanne microfoniche leste a fissare drammi, fameliche di morti violente. Siamo negli schermi atri: inghiottiti dal branco, ci dicono tuo figlio ha confessato ora, ci mostrano il padre disperato e l’altro pazzo che irrompe – morto di figlia – a chiedere massacro. E vendetta. Cosa vi abbiamo fatto, orridi mannari, per meritarci la vostra notte senza fine? Fino a quando ci morderete pezzo a pezzo? Fino a quando vomiterete urla infernali di genitori? Fino a quando ci dissanguerete di oscenità chiamando per nome vittime e assassini? Pietà, vi imploro. Morirò cercando di scappare dalla radura con un vostro figlio sotto braccio, un cucciolo da allevare con tanto amore da farmi crescere le zanne. Per tornare da voi. Ingannarvi tutti, farvi sbranare a vicenda e, ai rantoli, chiedervi cosa provate, mannari. Nessuna luna vi ha mai illuminato. Nessuna madre vi ha dato al mondo, ma le tenebre soltanto. Nessuna carezza vi darà mai un uomo.