Palomar

Ieri sono andato a letto tardi e, prima di spegnere il lume alle tre, lento e grave come gli occhi miei di sonno, m’è venuto un pensiero: la cena di ieri con gli amici è stata carina. Era vero, se non per il fatto che alludessi a una cosa avvenuta quel giorno stesso, che solo non avevo ancora dato a Morfeo. Sentivo netta l’appartenenza di quella cena a un giorno ormai passato, ma non lo registravo come archiviato perché ero rimasto sveglio. Era ancora un giorno aperto, lo stesso, ma passato. Niente di strano, capita a tutti nella vita. Per tutti, cercare di capire dove finisca ieri e inizi oggi è come osservare il mare cercando di isolare un’onda da tutte le altre e distinguere, da quella precedente, la gobba successiva che rimbocca sulla vasta tavola d’acqua salsa. Per tutti, il sogno è l’unico mezzo che abbiamo per isolare le onde del mare e intendere la differenza tra ieri e oggi: se oggi è diverso da ieri è perché ho sognato; se io invecchio è solo perché esistono i sogni, che mettono ordine alla veglia e inventano il tempo che passa. E lo fanno senza farsi notare, spesso senza farsi ricordare la mattina, agendo per molti nella notte simile al buio che avvolge il traduttore agli occhi di chi legge un autore straniero. Volevo solo annotare questa cosa che capita a tutti e io non smetto di sapere.

Ardere

Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture? Yeshùa non se n’è andato: stava per farlo ma i viaggiatori l’hanno trattenuto per la sera. Rimanendo, poi, alla lettera è solo diventato impossibile da vedere e i due, che all’inizio litigavano sulle cose accadute, alla fine si trovano col cuore caldo e convertono la rotta. Non arriveranno mai a Emmaus, il luogo mancato più famoso del mondo, ma faranno ritorno alla città del tempio. Oggi anche io sono tornato al tempio, che qui a Roma mi pare in mano a presbiteri scelti in base a una scala carismatica rovesciata: più innocua è la loro retorica, disincarnata con gran mestiere in automatismi rodati che non danno fastidio alla comunità residua di anziani, più in alto arrivano nella capitale di tutte le parrocchie. Oggi però ho sentito pure io ardere il cuore. Saranno state le letture, vive, tutte scelte dal libro nuovo e non dal vecchio. Ogni tanto (dico, non sempre) mi capita di rompere il gesso dell’omelia alienante e così, nell’intimità di oggi, un calore mi ha fatto accostare le mani al petto nel discernimento fra ritualità e memoria. Un ardore che mi teneva sveglio, presente a me stesso, senza più cura o pena per il gesso che di certo aiuta a evitare le fratture imposte dalla libertà, tanto raccomandata ma dolorosa da abbracciare. È stato allora che ho sentito veramente di concelebrare la messa, come è pure definita dall’istituzione l’opera di ascolto e risposta dell’assemblea, immaginando poi – tornato a casa – di rispondere così alla domanda, com’è stata la messa: celebrazione scarsa, concelebrazione potente. Emmaus può aspettare.

Ladri

Andarsene via come ladri, ratti e silenziosi, improvvisi, lapidari di congedo, né guardare negli occhi i rimanenti, né voltarsi per vedere la stanza o il pianoforte un’altra volta, la luce che ora entra nella veranda. Ecco l’unico modo per lasciare i posti a cui siamo più legati e non ci abituiamo mai a salutare. Il luogo che attende i ladri, tuttavia, non può essere una casa: prima o poi dovrebbero lasciarla allo stesso modo. Perché i ladri sono ladri, loro dalle case fuggono e il luogo che li attende è sempre un covo, un rifugio, un nascondiglio. Casa, i ladri non ne hanno. Chi allora partendo lascia una casa per andare in un’altra casa, non può andarsene via come un ladro. E questa impossibilità crea lo strappo che riapre la pelle sempre nello stesso punto a tutti gli onesti che abitano in una città diversa da quella in cui sono nati. Io sono una persona onesta. A volte, faccio di tutto per mascherarmi da ladro. Un giorno mi arresteranno per reato di vita altrove.

Oggi non ho risposto

Alle soglie del terzo disastro mondiale, nella Terra dei muri che si alzano e dei ponti che crollano sulle autostrade, migliaia di cuori pulsanti continuano a chiamare ogni giorno da Milano a Palermo per proporre contratti vantaggiosi di qualunque servizio, chiusi nelle loro cellette di plastica, davanti a un segnatempo che scatta quando al numero composto risponde una voce, che è la voce di un loro simile, con la stessa paura della guerra e della morte. Gli squilli a vuoto del telefono, oggi, per me hanno fatto da sfondo al miraggio della luce che ancora filtra dalle fughe di nuvole come da un pavimento sconnesso, come uno specchio paziente che trattiene il diluvio aspettando di riflettere l’ultimo miracolo o la ripetizione di quello più grande. Gli uomini che si guardano sono altri uomini.

Agli orti

Muovono visita agli orti
gelati dal globo lunare
poi che l’ultimo vespro
ha fatto lavanda alle piaghe
ultime degli uomini
mondi amati sino alla fine.
Il pane e il vino compresi
nel limite dei corpi
costeranno a uno l’orecchio
a un altro il rimorso,
e i grilli dileguano in canti
il riscatto sognato.
Ma sotto i chiari d’ulivo
resta la polvere alzata
dalle calighe dei soldati
e dalle ginocchia
che hanno afferrato
il suo nome per sempre.

La poesia è un fatto

La scrittura è quasi sempre e solo un dito che indica la luna, il fatto, l’evento perché gelosa dello stesso e, più che il mare, la luna o il sole, racconta la smania di sostituirsi al mare, prendere il posto della luna o del sole e i globi intorno intorno. Quando invece diventa un fatto, è poesia. La scrittura che diventa fatto è poesia, voce e musica, fa nascere alla luna un dito per indicarla, dalle acque un’isola asciutta per ascoltarla, qualcuno crederà di poter anche mangiarla perché sarà pane che risana le viscere, ti sfiora i capelli, riscalda in un fiato. La poesia realizza il vero sogno della scrittura. Ma questo lo sai. Vero che lo sai? Se l’hai visto accadere, lo sai. Non per ciò che è scritto qua, dunque, ma per quello che è successo altrove. In te, che sto cantando.

Ti ho vista

Uscendo di casa poco fa, ti ho vista sui tetti e sui pini che gemono nell’aria quadrata dei cortili e finalmente ho capito che fai tu in ciel. Impazzire, mi fai. E accorgere adesso che è come una tempesta ormonale l’improvviso desio di trasfigurare la tua perfezione muta in mille e più rivoli scomposti di poesia eterna, non perché degna di te, ma perché in eterno rinnoverei ogni sera la prova di agganciarti all’amo coi miei fili terrestri, finché guardarti non mi farà più sentire questa tigre in gabbia e rotta di smania per te, bella indifferente particola vietata alla bocca degli uomini, amante dei lupi, signora dei boschi.