Più amore

Serve più amore di prima, più amore di sempre. Più amore per gestire tanta conoscenza degli altri, tanto potere nelle nostre mani. E non esserne schiacciati in forma di giudizio e autoesilio. Come l’amore necessario a gestire bene i difetti peggiori e immodificabili che solo noi conosciamo dei nostri cari più intimi. Così serve più amore, per gestire al meglio le brutture del sistema umano collettivo uscite molto più allo scoperto negli ultimi decenni. Posso usare il potere per rinnovare critiche e giudizi, confermando a loro e a me stesso una distanza utile a definirmi. Oppure, userò il potere per lasciare che la genesi a me nota delle irriducibili brutture altrui mi faccia da balsamo per le ustioni immediate sapendo che ne provoco anche io negli altri e, finché posso contare sul bene di fondo che ci lega, posso scegliere di mantenere una vicinanza insostituibile. La vicinanza insostituibile e non eterna dei miei più cari amori val bene l’assimilazione dei loro tratti peggiori, quelli che conoscono in pochi e sono esposti al solo possibile peggioramento con gli anni. Per questo serve più amore di prima, più amore di sempre. Per chi, almeno, pensa che sia possibile ancora una vicinanza col mondo, una parola che nasca e venga restituita al presente così com’è, e non come vorremmo che fosse. Amore per il presente, anche nel furore più acceso di una proposta alternativa – ma in positivo, appunto, per migliorare la vicinanza reciproca – finché possiamo contare sul bene di fondo che ci lega all’esistenza, possibilità aperta di farci vivi ogni tanto.

L’ultima variante

Il virus è decisamente mutato, con l’ultima variante ha preso sembianze umane: ora si chiama no vax. Le case farmaceutiche hanno già pronto il vaccino, la somministrazione sarà appannaggio del governo non eletto dal popolo e avverrà in forma di decreto. L’iniezione al braccio del corpo sociale conterrà una percentuale di annullamento del diritto al lavoro, una di stigma propagandistico, una di statistiche taroccate, una di “vi alziamo le bollette ma l’importante è la salute”. Possibili effetti collaterali: scomparsa di persone che coltivano il dubbio e violenza immediata sugli ambigui residuali, nella cerchia amicale e in quella familiare; trasformazione delle chiese in ricettacolo virale finché pure loro non vieteranno le messe agli sguarniti di tessera verde. Possibile necessità di un richiamo dopo sei mesi o, con dose maggiorata da una percentuale di mercenari fascisti, nel caso di recrudescenze anticipate sotto forma di manifestazioni di piazza (come espressione di opinione e volontà popolare il diritto di voto ha infatti già perso interesse e credibilità, stando ai dati sull’affluenza alle ultime amministrative, ma non siamo qui per vantarci).

La terza parola

Comunicazione di servizio al me stesso del futuro, come un promemoria: oggi, giorno in cui è stato assegnato il Nobel per la Letteratura, mio figlio ha detto la sua terza parola completa: penna! Visti i festeggiamenti, da circa mezz’ora gira per casa con una penna in mano dicendo: penna! La prima parola è stata banana; la seconda camion; la terza penna. Prima cibarsi, poi guadagnare, poi scrivere. Giusto.

Sul metro dei quanti

Piccolo come diventa, può stare ovunque, nascondersi e non farsi trovare, passare la materia e certo uscire, quando e come vuole, da ogni poro. Invece resta dentro. Ridotto e stretto come niente al mondo, il cuore, la prima volta che porti un figlio al nido. È fisica, elemento più piccolo sul metro dei quanti non esiste. E le traiettorie! Impazzite sghembe nervose, accelerate al millisecondo, battono sulle ossa e sulle pareti di carne. Torni a casa, valuti il da fare, parli col portiere, fai bene le scale, infili la toppa e cedi – un altro vuoto: stavolta è nella mente. Si è staccato dalla mente un ramo intero. Nato da poco ma cresciuto subito forte, divaricato in mille legni verdi sottili per l’esposizione fortunatissima. Così fitta ne era la trama da fare ombra a terra e fresco per l’erba dove giocare. Adesso quel ramo vive ma altrove; altrove ma per poco; e tanto basta al laser del sole per incenerire le farfalle nate lì sotto. Così è l’ennesima novità, l’innumero esilio dal centro. E ogni volta non sai dove ti hanno posato, non sai da dove scrivi, da dove guardi, da dove pensi, tanto la vita ha rapito la vita a te stesso con altra vita mai ferma e lucente. E si scrive poco, sempre da una periferia, mai più dal centro; si guarda mai più dagli occhi; si ascolta mai più dalle orecchie solo nostre – sempre avuti, sempre avute, prima che l’amorino ti riducesse il cuore sul metro dei: “Quanti siete ora nella stessa vita davvero?”

Un bell’aspetto

Sei visite al blog nell’ultimo mese confermano che non sono diventato un market h 24 o un’emittente nazionale. L’albero aspetta mesi per dare foglie verdi, gemme croccanti, frutti maturi – che possono piacere o meno, è chiaro. La desertificazione delle visite mi dice: sei più simile a un vivente, forse un’oasi, che a una insostenibile ruota da criceto. Quasi insieme ho smesso di annotare in agenda le mie giornate, dopo due anni. Me ne sono accorto solo dopo, recuperando il fiato che la disciplina di cronaca e la vita mi avevano spezzato. Ma è stato bello. Bellissimo anche perché non infinito. L’interruzione non voluta, semplicemente accaduta, darà più valore alle pagine che rileggerò ogni tanto, a breve o chissà fra quanti anni. Frutti caduti che non marciranno mai. Esagerato, in questo caso, è continuare a tenere aperto il blog – come certamente farò – aspettando sempre che qualcosa mi punga nel modo in cui deve per arrivare fin qui. Aspetto, ed è respirare, e mi piace così.

L’aquilone

C’è un bambino, di un anno e poco più, a mollo in piscinetta, ride sguazza gioca schiaffa e risponde occhi socchiusi per la luce, le mani ormai di carta, la pelle una muta d’acqua, spiccando urletti di gioia su infinite variazioni di una sillaba, “ca”, sempre la stessa. Così guardando ogni tanto di lato, dal tavolo di lavoro in terrazzo, si sente meno caldo, meno attrito, meno peso e gravità arrivando su, alla fetta di fresco con la vista alta sul mondo – è un bel tappeto che non parla, vibra solo e sai di cosa: felici bimbi a mollo per tre ore, colla palla e il leone, mentre tu fai l’aquilone.

Un futuro da bestia

Farò come la più piccola delle bestie, tutta istinto di vita e cura dei cuccioli, ricerca del minimo, star bene con poco e di guardia alla tana, nelle notti accese al lume di fuoco, finché non saremo stretti a fuggire e cercare altro rifugio. Senza indagare la fonte del male che ci stana, senza pretese copernicane di cambiarlo, estirparlo, invece seguendo una vita al più naturale e senza rancore, spenta di giudizio, priva di sicumera, ebbra di ferite solo mie, diffidente ma acuta all’intuito del bene. La mia vita sarà breve umile grata dolente, stupita, davanti ai soli occhi dei miei tesori. La mia vita selvatica sarà il loro insegnamento, offerta di senso da ricalcare o rigettare con la stessa libertà, ma all’unica insegna di altra vita possibile. Passerò fino all’ultimo dagli altri non visto, né complice né salvatore, lontano da questa pornografia del buon esempio, tra incendi letali ai vivi animali e vegetali, guerre virali tra umani e altri umani, cimiteri sommersi a miriadi tra le zolle d’Africa e Europa e ogni altra intenzione di questa feroce primavera della paura.

Io e Leopardi

La differenza tra me e Leopardi è che io so cosa c’è dietro il colle, eppure dall’esclusione dello sguardo che fa la gobba al già conosciuto traggo comunque l’infinito, che invece a lui nasceva proprio dalla mancata informazione. Dietro il mio colle romano – per dirne una – c’è Palermo, l’infinito spaesante di una città che ancora mescola i suoi confini coi miei ogni volta che ci torno. E mi perdo, di nuovo: si sovrappone l’idea di me stesso al carattere del luogo. Se rimango invece al di qua del colle, di vedetta nel mio avamposto qui a Roma, posso ancora cantare il mondo con l’infinita mia voce, che è sì palermitana ma unicamente mia, non più della città porto. E questa voce la tengo in mano, mi fa da bussola ovunque per sondare i misteri e i caratteri esteri di ogni cosa. Il mare in cui l’azzurro poeta annega io lo conosco, ne vivo ogni goccia al dormiveglia sulla cuccetta della Florio o della Rubattino. Così navigo l’infinito che mi unisce e separa le camere dell’essere, che è mare notturno dalla chiglia pieno di lucciole smosse.

Agguato

Senza andare nei boschi, senza abitare nei boschi e dormirci la notte, senza essere una bestia che insieme vigila e dorme nella tana – fuori è l’orchestra furtiva dei fruscii predatori – senza nemmeno abitare in una campagna isolata o ripararsi tra i ruderi di un paese fantasma sotto le stelle, si può sentire la paura, si può vivere la paura nella camera di una casa in centro città, lo stesso abbandono a sé stessi, la stessa incognita sul domani e la violenza in agguato dell’unica vera comune condizione dei viventi: la precarietà. Nascondi il filo meglio che puoi, un giorno lo troveranno comunque e non sarai più appeso, tenuto voluto sentito nutrito cullato. Dov’è il sorriso, dove l’abbraccio, dove la rassicurazione, dove il calore che ci faceva chiudere gli occhi sottraendoci alla notte? Siamo nella notte adesso, si deve scegliere come affrontarla. Il meglio è quando riesci ad accendere un fuoco. Più spesso sono solo occhi aperti al buio nell’antro o stretti sugli alberi in sospeso.

Uno spettro ingestibile

Quanto è grande la nostra miseria, quanto è lontana la stella che tocchiamo! Non c’è altro animale capace di spandersi tanto dall’estremo dell’infelicità a quello della gioia. Nessun altro cammina sulla terra con uno spettro così ingestibile di stati d’animo coscienti. A volte muore, addirittura, quell’animo; altre volte, da spettro, torna a impattare la luce. Dove è possibile collocarci davvero? Nel mezzo, sempre. Quando è possibile dire: eccomi? Nel presente, costante. Siamo il mare di notte che unisce le terre ma non appartiene alle coste. Le coste però tremano a ogni fulgore di luna. Si aprono molte frane e in sogno corriamo a vederle sul fondo, coperte di alghe come capelli nel vento. Ogni mattina risaliamo e ci riconosciamo, siamo un respiro lento e ipnotico o biancheggiamo levando colombine irregolari. Il sole ci trasforma in tanti spilli che bucano gli occhi dei viaggiatori nella nostra vita: all’inizio credono sia tutta luce. Col passare del tempo imparano che spesso tanto calore fa evaporare l’anima lasciando il viso corroso di sale. Aspettiamo la notte, ma nessuna notte torna: è sempre una notte nuova, quella a cui si chiede ristoro dal bruciore. Ogni tanto, nel suo cuore di fragilissima calma, lo tocchiamo davvero il fresco della stella. Ma è un ricordo troppo bello per farsi misura del resto e del giorno, perché è più facile basare il metro di una aspettativa accettabile su miseria e infelicità. Per non essere così facilmente traditi dai pensieri alti, forse. Ma vivere nell’autentico è vivere per essere traditi, allora, ogni volta con un bacio peggiore. Il futuro non è dei vincitori, è di chi ha la capacità di vivere. Una sconfitta di straordinaria bellezza.