Una fiducia immensa

In questa notte freddissima e serena di lucide stelle, c’è pure il vento che scuote camicie e lenzuola stese negli interni condominiali. Segnali concreti di una fiducia immensa: gli uomini di quelle case li prevedono asciutti entro domani, anche se dal mio balcone adesso è chiaro solo quanto stiano gelando, isteriche di umido. Chissà, forse a pochi metri da quegli orli si effonde un alito di lavanda. Appoggiato a questa fiducia non mia, sposto gli occhi di un metro e il ritmo di due balconi allumati per Natale mi domanda: per quale pubblico speciale si addobbano gli affacci interni dei palazzi? Forse, per chi ha bisogno di mutuare una fiducia, la stessa di quei lavandai che non conosco. Così mi preparo all’innesto imminente nella terra del ritorno, dove proveremo un’altra volta ad accordare le nostre mute alle mute vissute da altri quando noi non c’eravamo. E a un tratto, la fiducia che riusciremo a tradurci la pelle cambiata è tale da sovvertire anche ogni pretesa di canonica bontà: sosterrò il cattivo, se ha freddo e a Natale sogna un po’ di carbone per scaldare l’addiaccio di una ferita. Sarà bello già così, lasciare per qualche giorno la vita senza risposte e nella sua forma più autentica: l’abbraccio di un amico, il sostegno di un fratello.

Annunci

Tenere

Sono ore che interrogo i fili che mi legano alle persone importanti rimaste sull’isola; fili che non smetto di tenere pur non capendo ancora di che materia siano fatti, per essere tanto forti da tenere anche dopo anni di lontananza, lievi sul mar Tirreno la notte; da tenere contro ogni bufera o terremoto abbia scosso la mia casa centrale che somiglia a un faro dove, per impararlo a memoria e muovere al destino i miei messaggi, ho inciso l’alfabeto dei gabbiani sul petto. Li tengo ancora perché di questi fili io sento la tensione di risposta, la vita che parte dalle mani delle mie persone rimaste al sud, a farmi da meridiana. È strano tenere qualcosa di cui non riconosci altrove la fibra, che non puoi nominare. Se il talento della scrittura è dire bene ciò che resta pure inspiegabile, io ci rinuncio, esagero in semplicità e solo, questa fibra che non smetto di tenere, la chiamo adesso tenerezza.

Enza

C’era questa povera donna, Enza, Enza D’affetto, amava moltissimo spedire e ricevere lettere, si può dire vivesse solo per quello, ma in trentacinque anni ancora nessuno le aveva risposto mai, nemmeno due righe su una cartolina o un telegramma. Aveva scritto al mondo intero: parenti vicini e lontani, amici vecchi e nuovi, bei ragazzi di cui si innamorava e altri che sapeva amanti di grafia a mano e corrispondenze, colleghi di lavoro, vicini di casa e sconosciuti presi a caso da ogni tipo di elenco. Immune a ogni genere di lusinga, il mondo intero continuava a tacere perché non voleva ammettere la sua grave mancanza, dovendo iniziare qualsiasi risposta con le parole Cara Enza D’affetto. Enza lo sapeva bene ormai, non si illudeva, e sapeva pure che per riuscire a parlare col mondo le bastava cambiare nome: che sarà mai, un paio di pratiche, mezzora di coda all’anagrafe e avrebbe ricevuto dal mondo intero tutto quello che lei gli aveva già corrisposto. Il dramma di Enza però, di questa povera donna, stava nel fatto che se c’era una cosa, una sola a cui teneva più della corrispondenza, quella cosa era il suo nome, e non perché fosse proprio quello, ma perché quello le avevano dato alla nascita. E lei non poteva essere un’altra da quella che era, no: il mondo allora avrebbe risposto a un’altra, non più a lei per come si era firmata mille volte con tanta speranza. Il primo che mi risponderà, continuava a dirsi, diventerà mio marito e allora sì che avrò un nome diverso. Un giorno partì per chissà dove, in cerca di nuove persone a cui scrivere, e dopo alcuni anni ci giunse voce che Enza non c’era più, che era morta. Nessuno di quelli che erano con lei conosceva nessuno di queste parti, per avvisare direttamente della sua scomparsa, così oggi non sappiamo che vita conducesse ormai, se fosse riuscita a sposarsi o meno, quindi nemmeno se sia morta “naturalmente” o si sia invece tolta la vita per lenire il dolore di tanto silenzio. Sappiamo solo che Enza se n’è andata col sorriso sulle labbra e ogni giorno, ci chiediamo, con quale nome.