Versetti

La mia casa è l’alba, perché tu sei la mia nuova alba. La mia preghiera è l’ascolto dei tuoi primi piccoli versi, figlio mio. Stai scoprendo in questi giorni di avere una voce e di poterla usare. Con te in braccio davanti agli altri, i miei occhi dicono: vedi come viaggio nel tempo? Guarda l’elastico che mi riporterà all’infanzia da un’altra ottica, per poi lanciarmi come testimone oltre la mia corsa sulla terra. D’ora in poi sarò il tuo pontefice, anima carrabile fra te e il mondo, per tutto ciò che immagino d’avere imparato.

La mia casa è l’alba dei tuoi sorrisi col primo canto degli alati, nell’albero dietro la finestra. La mia preghiera è il sole che risorge sul mare al quarto piano della tua casa natale. Stai scoprendo in questi giorni di avere un volto e a volte con le mani non gli dai pace. Ma sei la mia pace, quando ti osservo aprendomi al tutto che ancora non conosco – ignoto che per la prima volta mi invita a entrare, dimora che mi aspetta.

Hai marchiato il mio tempo col fuoco di un atto irreversibile: averti è la certezza di non avere più accesso alla vita di prima. E la guardo come una teca dove brucia senza fine la fiamma del tutto che mi ha portato a te: mi servirà nel buio che dovrò ancora passare sapendo di averti accanto e che mi guardi. Figlio, ti ho dato il nome più simile di tutti alla parola futuro. E già ti vivo, nel presente. E già mi senti, genesi della tua Parola.

L’alba di Roma

L’ora più bella di Roma sono le 5:20. Esci, l’alba è capace di fare appena nata anche lei, cancella i suoi millenni e trasforma ogni angolo di strada in una stanza intima; le luci ancora accese negli archi di Santa Maria Maggiore sono quelle dei comodini che non ha più spento mentre si addormentava. Una bimba smarrita, bisognosa di attenzioni è la città a quest’ora. Alla stazione i vestiti croccanti degli uomini d’affari superano le felpe orizzontali dei senza dimora che ancora dormono a pancia sotto, mentre una vecchia bofonchia qualcosa ai passanti e la parrucca fucsia di una signorina succinta dice che lei il suo turno l’ha appena finito: l’aurora le pulisce il viso prima di darla a un sonno senza sogni. Se potessi decidere chi votare, basterebbe scegliere fra quelli che aspettano un treno prima delle sei per raggiungere il lavoro. Girare la città in moto a quest’ora significa invece schivare i gabbiani insonnoliti che sfiorano il paravento e poi scivolare giù dall’Esquilino sulla lingua ancora glabra di strada fino all’obelisco egizio di guardia sul fianco della basilica di San Giovanni. Prima di infilare un’occhiello della emme che fa l’antica porta alla cinta aureliana, lontano sulla sinistra, dietro le spalle bronzee di san Francesco, vedi il cielo verde arancione sui palazzi di san Lorenzo. Tornando a casa, un’ultima boccata al fresco del mattino ti fa indugiare al portone e, con le chiavi già in mano, alzi la testa: luna diafana sui cornicioni punti dalle rondini. Il bar accanto ha spento le luci e un ragazzo mette fuori i tavolini. Strano, l’edicola è ancora chiusa. La notizia principale del giorno però si è già diffusa: il mondo è di chi si alza a quest’ora.