L’albero del cotone

Capire finalmente nel chiuso liscio delle pareti a cosa servono quegli alberi antipatici e refrattari col tronco tempestato di spine dure, detti alberi del cotone. Capirlo finalmente, come ancora invece resta buio molto altro e, per dirne una, l’utilità delle zanzare. Capire che saranno questi alberi, gli stessi che nei giorni di libertà teniamo ben lontani dai gomiti scoperti camminando nelle ville, saranno proprio loro il primo indirizzo delle nostre corse, finita la quarantena. Capire che usciremo dalle case, volando altezzosi tra le piante solitamente belle, dritti a palmi aperti per abbracciare fortissimo quei tronchi ispidi. Ogni centimetro di pelle spingerà per tutta la lunghezza degli aculei, dalle caviglie alle guance mescolando il sangue alla resina e agli insetti, come una richiesta di scuse e implorando che il dolore ci rassicuri di non stare più sognando. E più dolore sarà, più avremo certezza del vero. Levandoci poi sulle punte, coglieremo tutti i batuffoli bianchi – dai rami più alti a quelli più in basso – per curare ovunque le ferite spogliando il vivente e assimilandone la consapevolezza: la creazione ti ha reso capace di rimediare al particolare male che non puoi evitare di fare agli altri.

Il nuovo inquilino

Oggi sono uscito per delle commissioni e fra l’una e l’altra ho visto un camion accostato alla strada con un carico verde. Poco fa sono rientrato in casa con due pacchi: in uno, le copie di spettanza degli ultimi libri che ho tradotto; nell’altro, il nuovo inquilino di questa casa. C’è un olmo adesso qui. Avevo già inserito nella lista dei prima o poi la voce “piantare un albero”, ma l’idea di averne uno e conviverci era meravigliosamente fuori da ogni orbita. Non pensavo ai bonsai, piccole anime viventi. Sono le chiome degli alberi a fare il cielo, alzo gli occhi e il tetto che ora condividiamo ha già virato al celeste. È stata una cosa istintiva, un sì mutato in gesto, un acquisto che non lego a compulsione umorale, perché non riguarda solo me e la puntualità di un oggetto che mi soddisfi al momento, ma un’altra vita da curare. Comunque, se tutte le spese con cui ci coccoliamo riguardassero piante, e non vestiti o cibo (o peggio), il mondo sarebbe un posto migliore. Casa mia adesso lo è.