Gatti

Ti ho sognata che giocavamo in villa come gatti, presi da avventure solo nostre dentro la foresta e dietro i vasi e le giare della scalinata, mentre gli altri abitanti pure della villa restavano tutti uomini, pettinati da impegni che riguardavano il mondo esterno: spostavano tavoli per imminenti feste con amici, correvano in città per appuntamenti gravi, si fermavano a parlare di quando erano piccoli insieme incrociandosi coi sacchi della spesa in una mano e un figlio nell’altra. Noi saltavamo invece sui nostri cuscinetti tra le foglie secche e il gelsomino nuovo, facendoci il solletico e ridendo al sole, unico padre a chiedersi dove fossimo. Davamo a ogni cosa le spalle, anzi, il dorso tonico ed elastico da cui spiccavamo salti sui rami o tra i ferri della ringhiera appuntita. E non ci premeva il mare a due passi dal cancello, né altra compagnia di cugini o allegria che non cavassimo dal gioco di tormentare lumache lucertole e millepiedi, a mezzo tra il gelso e l’albero di alloro. Noi due per tutto il giorno, e fino al vivo delle lucciole in montagna, mai ci guardavamo chiedendo, chi ti ha cucito addosso la forma di gatto. La luna ci rubò al sole e qualcosa di noi restò accanto a un giglio.

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Inaudito

A quest’ora della giornata ormai prossima all’attracco, ma ancora presa nelle manovre di ingresso al porto, anticipo il silenzio che la notte può donare a una città. Già prima di cena, si esaurirà la tosse dell’asciugatrice in funzione perenne nella lavanderia sotto casa. Il suono delle posate sui piatti, poi, sostituirà quello nervoso dei clacson in piazza lasciando le auto libere di scivolare lontano. Più tardi ancora, solo una risata alcolica dal marciapiede o i gomiti del carro netturbino graffieranno l’audio televisivo azionato dopo cena. Messa a tacere ogni scatola collegata alla corrente, la notte si stenderà in balcone sul filo d’acqua della fontana nel giardinetto del condominio. Reciso quell’unico mormorio, sentirei ancora il respiro della città, i lontani echi della veglia romana che fluttua nell’aria ingiallita dai lampioni. Lasciando però tutta questa antichità al buio pesto delle ore più nuove, in glorioso blackout fin oltre il raccordo, e superati i grilli delle campagne mute fino al lido più vicino, riuscirei a sentire il rumore del mare, qui, dalla mia ringhiera urbana. So bene che ci riuscirei. Ma ho paura che ormai ingestibile, questo infinito calando, abolita ogni forma di vita sonora tra il mio orecchio e la costa, non smetterebbe più di ingoiare il suono successivo e a quel punto sì, anche il battito marino, costringendo il moto delle acque salse alla stasi definitiva per il mio languore esagerato. Così il troppo amore, ho sentito dire, spesso uccide l’oggetto amato.

Maia

Ieri si parlava di viaggi, così abbiamo studiato il paramondo per capire dove andare e partire subito, stanchi di rimastare qui come su obbligo di tradizione, s’è sempre fatto e si fa così. Trovata l’isola più distante da tutte le terre emerse, nel Pacifico, abbiamo messo allora la nostra canzone applausando a ritmo di gioia. E questa tosa era bella come una bimba di nome Maia. Io avevo il costume, tu eri tutta duna e ci tuffavamo.

Brutte compagnie

Inizio a frequentare brutte compagnie. Quelle di sempre, i miei cari, gli amici radicali, gli amori che fanno da manto al mio nucleo e trovo sempre nei ritorni estivi sull’isola parlata anche da Omero, la terra dei miei padri, terra a cui ormai faccio da scoglio nella città di Enea. Compagnie che, dicevo, iniziano a portarmi a mala strada. Se non smetto di frequentarli, ho pensato oggi, se continuo così e ostinato mi nutro del loro bene, l’importanza e l’interesse di cui usavo rivestire il lavoro che faccio e il mondo che gli ruota intorno – di libri, parole, vetrine, conventicole – rischiano troppo di mostrarsi per il chiacchiericcio pietoso che sono, o il corpo nudo di una più banale noia, e sgretolarsi del tutto lasciandomi in mano solo un grano d’arena. E questo non è bene, compagnie che non mi fate salvare il minimo di valore necessario per concentrarmi ora sulla nuova traduzione che mi aspetta. Questo non è bene, compagnie che sapete quanto amo suonare e mi dite bravo, suonane ancora una e poi un’altra. Questo non è bene, nuove brutte compagnie care di sempre, che in modi invincibili mi distraete con tutto questo amore. Questo troppo amore di viscere e sicuro che una vita è ben spesa anche solo a ringraziare e dirvi anche io, anche io!

Precipitare

Naturalmente avevo mille cose da fare e il tavolo sommerso di fogli, pronto a scegliere su quale lavorare fino a ora di cena. Ma sono precipitato nella tenerezza. Prima di mettermi a lavoro, ho aperto per caso un album di foto che a fine gennaio aspettai si caricassero tutte prima di vederle, senza più ricordarmene dopo. Così, questa era la prima volta che le guardavo: foto al computer in differita di mesi. Ritratti di famiglia, io col maglione delle renne, persone dell’isola nostra, sorrisi fermi nelle stanze colorate da origami di animali appesi ai lumi. È stato un agguato della commozione, scavato nel petto con tutto l’amore che la nostra vita in movimento riserva alla fissità dei giorni passati. Così un tardo pomeriggio di fine marzo ho sognato di indossare il maglione che avevo a dicembre. Volevo sentirlo sulla pelle, volevo persino sudare. In questo precipizio ho capito quanto siamo belli, sentendo appieno la mitologia intima dei cari a cui ho scelto di stare vicino, sentendola senza i gradi violenti che separano la vita informe dal racconto perfetto. È stato il calore di quando, fermandoti, capisci solo quanto tempo hai perso, benedicendo il cielo e la terra per aver fatto alla fine la cosa più importante. La cosa di stare insieme. Quella che porta il frutto migliore. Un frutto a cui darai un nome e una compagnia dopo la morte.

Vespro alla Cala

La luce cala dal mattino fino a qui
vedi, sul teatro d’acqua
che sarebbe rimasto identico
lo sapevo, davanti al vetro
senza più te nella stanza – ormai
non ti affacciavi da molti anni,
ma scolorendo nella sera
oggi non regala albe agli antipodi
perché si china in cuore
e accende un giorno tutto mio,
devia la tua mano d’aurora
nei suoni che ti sentivo
nascere e mi sapevi nascere
standoti sempre vicino e nel canto.

Falco

Sento pretendo e so di avere occhi di falco. Non per quanto lontano riesca a vedere, fermo in un posto, ma per quanto con lo sguardo sento di volare sulle teste dei cari a cui penso forte, nelle loro vite staccate dalla mia che li raggiunge con certezza. Volo sulla testa di una persona che oggi affronterà una cosa difficile, sulla testa di un’altra che niente di grave ha oggi se non riuscire a far quadrare tanti impegni di lavoro e famiglia, su quella di una terza anima mia che si arriccia di stizza per tutto aggrovigliata in un periodo di atra solitudine. Di me, inchiodato a ritmi diversi nell’aria di un’altra città, conosco gli occhi davvero e, giuro, i miei occhi sono il conforto e la coperta di vigilanza calore affetto e protezione sulle loro teste. Da tanti anni abbiamo ormai dimostrato che c’è un mondo in cui le cose possono comunicare senza fili. Così loro possono certo sentire me, irradiato nei pochi centimetri quadri d’aria che hanno davanti, poco sopra la fronte, rimpetto all’attaccatura e al profumo dei capelli.