Maia

Ieri si parlava di viaggi, così abbiamo studiato il paramondo per capire dove andare e partire subito, stanchi di rimastare qui come su obbligo di tradizione, s’è sempre fatto e si fa così. Trovata l’isola più distante da tutte le terre emerse, nel Pacifico, abbiamo messo allora la nostra canzone applausando a ritmo di gioia. E questa tosa era bella come una bimba di nome Maia. Io avevo il costume, tu eri tutta duna e ci tuffavamo.

Brutte compagnie

Inizio a frequentare brutte compagnie. Quelle di sempre, i miei cari, gli amici radicali, gli amori che fanno da manto al mio nucleo e trovo sempre nei ritorni estivi sull’isola parlata anche da Omero, la terra dei miei padri, terra a cui ormai faccio da scoglio nella città di Enea. Compagnie che, dicevo, iniziano a portarmi a mala strada. Se non smetto di frequentarli, ho pensato oggi, se continuo così e ostinato mi nutro del loro bene, l’importanza e l’interesse di cui usavo rivestire il lavoro che faccio e il mondo che gli ruota intorno – di libri, parole, vetrine, conventicole – rischiano troppo di mostrarsi per il chiacchiericcio pietoso che sono, o il corpo nudo di una più banale noia, e sgretolarsi del tutto lasciandomi in mano solo un grano d’arena. E questo non è bene, compagnie che non mi fate salvare il minimo di valore necessario per concentrarmi ora sulla nuova traduzione che mi aspetta. Questo non è bene, compagnie che sapete quanto amo suonare e mi dite bravo, suonane ancora una e poi un’altra. Questo non è bene, nuove brutte compagnie care di sempre, che in modi invincibili mi distraete con tutto questo amore. Questo troppo amore di viscere e sicuro che una vita è ben spesa anche solo a ringraziare e dirvi anche io, anche io!

Precipitare

Naturalmente avevo mille cose da fare e il tavolo sommerso di fogli, pronto a scegliere su quale lavorare fino a ora di cena. Ma sono precipitato nella tenerezza. Prima di mettermi a lavoro, ho aperto per caso un album di foto che a fine gennaio aspettai si caricassero tutte prima di vederle, senza più ricordarmene dopo. Così, questa era la prima volta che le guardavo: foto al computer in differita di mesi. Ritratti di famiglia, io col maglione delle renne, persone dell’isola nostra, sorrisi fermi nelle stanze colorate da origami di animali appesi ai lumi. È stato un agguato della commozione, scavato nel petto con tutto l’amore che la nostra vita in movimento riserva alla fissità dei giorni passati. Così un tardo pomeriggio di fine marzo ho sognato di indossare il maglione che avevo a dicembre. Volevo sentirlo sulla pelle, volevo persino sudare. In questo precipizio ho capito quanto siamo belli, sentendo appieno la mitologia intima dei cari a cui ho scelto di stare vicino, sentendola senza i gradi violenti che separano la vita informe dal racconto perfetto. È stato il calore di quando, fermandoti, capisci solo quanto tempo hai perso, benedicendo il cielo e la terra per aver fatto alla fine la cosa più importante. La cosa di stare insieme. Quella che porta il frutto migliore. Un frutto a cui darai un nome e una compagnia dopo la morte.

Vespro alla Cala

La luce cala dal mattino fino a qui
vedi, sul teatro d’acqua
che sarebbe rimasto identico
lo sapevo, davanti al vetro
senza più te nella stanza – ormai
non ti affacciavi da molti anni,
ma scolorendo nella sera
oggi non regala albe agli antipodi
perché si china in cuore
e accende un giorno tutto mio,
devia la tua mano d’aurora
nei suoni che ti sentivo
nascere e mi sapevi nascere
standoti sempre vicino e nel canto.

Falco

Sento pretendo e so di avere occhi di falco. Non per quanto lontano riesca a vedere, fermo in un posto, ma per quanto con lo sguardo sento di volare sulle teste dei cari a cui penso forte, nelle loro vite staccate dalla mia che li raggiunge con certezza. Volo sulla testa di una persona che oggi affronterà una cosa difficile, sulla testa di un’altra che niente di grave ha oggi se non riuscire a far quadrare tanti impegni di lavoro e famiglia, su quella di una terza anima mia che si arriccia di stizza per tutto aggrovigliata in un periodo di atra solitudine. Di me, inchiodato a ritmi diversi nell’aria di un’altra città, conosco gli occhi davvero e, giuro, i miei occhi sono il conforto e la coperta di vigilanza calore affetto e protezione sulle loro teste. Da tanti anni abbiamo ormai dimostrato che c’è un mondo in cui le cose possono comunicare senza fili. Così loro possono certo sentire me, irradiato nei pochi centimetri quadri d’aria che hanno davanti, poco sopra la fronte, rimpetto all’attaccatura e al profumo dei capelli.

Che il trovare non ponga termine

Quando si dica ad uno che sia presente: non ho chiesto di te, vuol dire che non lo si ama. Perché quando si ama qualcuno lo si vuole avere sempre vicino, poiché lo stesso amore teme che egli sia assente. Quando si ama qualcuno, si vuol sapere che egli è presente, anche se non lo si vede, e ciò senza stancarsi. Questo significa il “cercate sempre il suo volto”, così che il trovare non ponga termine alla ricerca interiore che caratterizza l’amore, così che con il crescere dell’amore cresca anche la ricerca nell’intimo della persona amata.

Agostino d’Ippona, Epistola 104 a Nettario (marzo/aprile 409 d. C.)

Io sono

In baccio, dice la bimba che vuole essere presa. Ha una vocetta molle e tenera, come diventa il cuore a sentirla. Ha un nome, che non separa mai dal cognome e, se le chiedi quando è nata, dice: io non sono nata, io sono – e ripete nome e cognome, insieme. A quest’ora le viene la stanchezza sotto gli occhi. Ma di bobò non se ne palla: è arrivata la mamma. Le apiamo la potta? Sì. E cosa si dice in genere alla mamma, quando torna a casa? Mamma, c’è Matto e Lucia!