Vigilia

[domani mi sono laureato dieci anni fa, con il professore Gianfranco Marrone e una tesi sulla struttura del tempo (narrativo) in Borges; qualcuno ogni tanto dal mondo visita ancora quelle pagine forse acerbe ma sature di giardini potenziali sul sito di Academia; oggi mi proverò il vestito dentro al quale non sapevo ancora cosa mi aspettava e sarà come intendere la differenza tra tempo e divenire, illusione e materia; incontrare il me stesso di dieci anni fa su una panchina davanti a un fiume; farsi sbranare da una tigre, pur essendo io la tigre; divorare da un fuoco, pur essendo io il fuoco e il nome che porto] Poche sono le domande che non ho mai smesso di farmi, il dubbio frequente di vivere una costante vigilia, la tenerezza che ognuno da solo può farsi. E ringraziare.

L’esageratOre

Volendo esagerare è passato un anno. Un anno fa ho aperto questo diario dandogli titolo e licenza di esagerazione, per invitare il lettore a guardare oltre il modo inconsueto o la consapevole parzialità con cui posso esprimermi e indirizzarlo al punto che c’è sempre dietro, sia esso il tema proposto o solo l’arrangiamento del verbo che lo compone o, come sogno sempre, l’intreccio compiuto fra i due elementi. Esagerare è un tratto tipico dei meridionali, dicono; nel mio caso, una dichiarazione di appartenenza. Pensando poi che è già passato un anno dal capoverso iniziale, capisco che il primo esageratore – perciò, meridionale anche lui – l’esageratore per eccellenza, sì, è il tempo, che produce mutamenti anche in realtà stimate immobili, cura ferite che nessun medico può, macina lustri che paiono giorni, veste di secoli pochi mesi cruciali, esiste però non c’è mai – sempre lontano, dietro le spalle o già oltre il colle. Ma il tempo, come si è detto, è figlio del Sud, è mio fratello e per questo, dalla sua eterna distanza, mi scrive ogni giorno una cartolina dicendo che gli manco da morire, che non può stare senza me, che non possiamo incontrarci a metà strada e se non mi raggiungi, ieri o domani, mi tolgo di mezzo, non rispondo di me. Il solito esagerato.