A cosa serve l’amore

Gravidi invero, o Socrate, sono tutti gli uomini, e nel corpo e nell’anima, e quando sono giunti a una certa età, la nostra natura brama di partorire. Ma nel brutto non può partorire, nel bello invece sì […]. Perciò, ogni volta che un essere gravido si avvicina a ciò che è bello, si dispone alla benevolenza, e rallegrandosi si diffonde e partorisce e procrea; quando invece si avvicina a ciò che è brutto, allora, incupito e rattristato, si contrae, cerca di scostarsi, si rinchiude e non procrea, e piuttosto, trattenendo in sé la creatura concepita, la sopporta penosamente. Onde sorge appunto, in un essere gravido e ormai turgido di latte, la violenta emozione a riguardo di ciò che è bello, poiché questo libera chi lo possiede da grandi doglie. L’amore infatti, o Socrate, non ha come fine ciò che è bello, come invece tu credi.
– Ma che cosa allora?
– La procreazione e il dare alla luce in ciò che è bello.

Platone, Simposio

L’artista minore

Ma ai nomi massimi si accompagnano, ad aiutarli, a incoraggiarli, a preannunciarli, o a costruire in purezza e a parte un loro mondo, maestri in qualche modo minori: minori per quella convenzione che dà, a chi è interprete di stati d’animo più semplici e miti e privi, per innocenza, di “distacco”, un posto più basso di chi è preda di divoranti ardori. [Nei quadri di Cima] il paese e l’uomo parlano con la familiarità di una circoscritta giornata di pace quotidiana. Il bene metafisico è tenuto un po’ in ombra, in ombra il senso di un trionfo: quella quotidianità è intessuta di mille “ruscelletti di salute”, di mille sobri fili; di quel bene lascia tralucere le forze attenuandone le prospettive immense. Tutto è qui, tutto si affratella a noi, è per noi. […] Questo “stare fianco a fianco” per una legge accettata istintivamente sarebbe dunque minore e diverso dal rapporto proposto dai massimi? Forse. Ma non è minore né diverso nella stessa misura in cui, pur rimanendo se stesso, prepara, integra, costituisce variazione. Abbiamo qui le figure e le terre che si ritrovano o più o meno negli altri grandi, ma qui la fantasia vagamente ariostesca che anima le linee dei colli e mobilita le minime vite dei personaggi di sfondo, s’acqueta nel tenace colloquio con una realtà amatissima e impellente alla quale il maestro rimaneva sempre ancorato, nel suo affetto nativo affinato talvolta dal vagheggiamento del ricordo. E i colori delle immagini “portanti” sono da cogliere come frutti. Questo mondo non ci intimidisce, ne sentiamo il respiro, ne sentiamo battere il calmo cuore.
L’armonia veneta si atteggia qui in un suo sogno di onesta fanciulla, sogna se stessa come agreste e soda vitalità, che non vuol nemmeno sapere di quali fatiche e rischi vinti sia testimonianza: e i castelli premono pingui di logge finestre e torri, le stradicciole e le mura gironzolano per balze a misura d’uomo, la chiesetta conversa col querciolo che le fa compagnia, i dirupi si sciolgono in serenate accessibilità, le piante sono quelle che ci donano ombra e che portano dovizia sulla nostra tavola; le donne i giovani i bambini i vecchi vengono dalla campagna di sempre: salute baldanza grazia dignità immediate. È quella di Cima, la variante in cui la realtà veneta appare come “distesa” in un mito benigno e terrestre, senza ieri né domani: da godere ora in questa rifrazione, che non è tutto, ma che, non tremando nemmeno di segrete proposte di superamento, non trema di nulla, è certezza di universale concordia, di un primato in nessun modo discutibile della vita, è pane offerto umilmente come se per diritto dovesse appunto essere “quotidiano”: forse il più difficile.

Andrea Zanzotto (da Un paese nella visione di Cima, 1962)

Geografia

Se non ho perso il computo delle arti e l’ultima certificata è quella del grande schermo, prevedo con certezza che l’ottava arte sarà la Geografia. Averlo capito mi diverte, perché alla fine del ginnasio – forte del fatto che non avrei dovuto più studiarla – dichiarai con gusto all’insegnante che la ritenevo la materia più inutile e noiosa di tutta la scuola. Oggi invece ripenso alla saggistica fantastica (di cui si annovera qualche zoologia qua) e, favolando sulla bellezza delle antiche rappresentazioni topografiche, capisco che è possibile disegnare una carta geografica per ogni aspetto della vita: luoghi in cui ho fatto una cosa per la prima volta; luoghi d’ispirazione o persino citati nelle poesie che ho scritto; luoghi in cui ho saputo di essere felice; luoghi che reputo di aver già visitato per l’ultima volta, benché per la statistica dovrei vivere ancora una metà abbondante di cammino, e così via. La Geografia sarà un’arte visiva, derivata dal naturale primato che già vanta l’immagine, ma insieme sarà l’ultimo e più struggente legame dell’uomo con lo spazio non virtuale. La compilazione di queste carte presume infatti una diversità di luoghi fisici, effettivi scenari nel tempo del tema che li unisce: la parte di globo compresa tra questi luoghi rientrerà nella carta geografica perfettamente realistica. Quando l’ottava arte poi scomparirà, rinvenuti in mezzo a punte di grattaceli negli scavi di Singapore, i pochi esemplari di queste carte conquisteranno tutti presso l’archeologo del 3000 questa descrizione: homo Y, variazioni di Atlantide.

A una primavera

C’era una volta un catafalco in tessuto e animella d’acciaio che doveva fare un viaggio, trasportato imballato fragile alto maneggiato con cura. La ragazza che veniva dalla luna l’aveva richiamato alla sua forma, convocato a titolo di primavera decisiva in nome dell’eros che altri chiamano vita. La ragazza era lisa, non meno logora del cucito rosso prima di diventare catafalco in viaggio e anzi, tra le righe, ormai giunto a destino da un canale di laguna a fine ottobre, cioè qui e ora, se non l’hai capito. Lo spacchettarono, tipo visita medica militare, per vedere se era pronto o no alla trincea degli sguardi sulle facce di carne che avrebbero cercato di vedere nuda la ragazza. La ragazza che il suo lavoro le faceva anche paura, e lo faceva spesso come in trance, andando quasi lontano dalle sue mani che toccavano le forme; la ragazza che veniva dalla luna. Sì, e io vengo dal sole, le dissi quando litigammo, una volta, per capire come si rinasce.

Continuamente

Io ci ho delle parole che le cerco continuamente e ogni tanto le trovo. Altri cercano continuamente delle note, delle forme, dei colori e altri ancora delle cose che nemmeno (ancora) io ci ho delle parole ma le troverò. Perché io come quegli altri una cosa: continuamente – senza dividerla da me pure quando mi sembra inutile o dannosa – e chi non continuamente dispiace per lui: c’è, non c’è.