Appuntamento

Io e te ci vedremo nel luogo degli incontri, ovunque sorga l’acqua per la sete accumulata da entrambi – davanti al mare, lungo un fiume o sul bordo di un pozzo. Ci vedremo per bere negli occhi dell’altro tutto quello che ha fatto e amarlo per primi. Saremo il riassunto di chiunque, le nostre anime il riassunto di tutte le anime. Ci ricorderemo di aver convissuto durante la quarantena globale, passando addirittura due o tre giornate intere in camere separate: non per un’evidente stupidità, ma per la verità che io e te siamo il riassunto del mondo in ogni sua forma. Quando ci vedremo sarà poco prima di assistere alla rottura di quell’acqua. Una vita nuova ci camminerà sopra e tutti dovranno riconoscersi un’altra volta, venendo a noi come gli antichi andavano a Gerusalemme o sul monte Garizim. Saremo io e te, il loro appuntamento.

Nella camera

Attendiamo una vita che cresce sempre più nella camera, lasciando al vuoto delle strade la nostra vittoria contro l’infinitamente piccolo e invisibile. Molto viene alla luce durante il riparo da un’epidemia. Nella vigilanza dei primi sintomi, l’attesa di due persone diventa l’attesa del genere umano. Come l’aratro suscita i minerali negli strati fondi del campo, rovesciando zolle al sereno variabile di marzo, così la gabbia dei nostri abbracci rivolta la pelle al primo senso dei legami, antica necessità dei corpi. Galleggia il tempo all’ingresso del porto che dà il nome alla città. Negli ultimi giorni di chiuso, ha iniziato a sfilare sotto il balcone e sempre allo stesso orario, quando scende la sera, una creatura mai vista prima. La puntualità del suo passaggio, dall’inizio dell’epidemia, ricama davanti alla mia finestra l’attesa di un nome: continuerà a passare finché non glielo daremo. Quante volte ho creduto che Adamo ed Eva avessero esaurito il compito per tutti! E invece. Il sole ci chiede ogni giorno un battesimo diverso.

Il giocoliere

Mi sento un gradino poco più in alto del ciccione che chiede soldi palleggiando di testa al semaforo di via Cavour. Ho una laurea con lode, sono iscritto a un albo professionale, ho lavorato regolarmente per un giornale, fatto un master in editoria e da lì continuato un’altra gavetta sui libri, fino a farmi pagare oggi per tradurre romanzi, valutare testi per un’agenzia letteraria, insegnare in più corsi di editoria e privatamente, correggere bozze per piccoli editori, curare libri di altri, pubblicarne anche uno mio. E mi sento poco più in alto del giocoliere che sta al semaforo. Alla mezza dei trentotto, ho fatto pure volantinaggio sotto la pioggia e affisso locandine all’università. Non mi lamento, una boccata d’aria fa sempre bene, visto il lavoro sedentario che ho scelto. Ma da qualche parte nella durata che ho passato fin qui, non ho saputo valorizzare le giuste occasioni – mi ripeto con le mani luride di catena bagnata posteggiando il motorino. Era il concorso Rai, fallito di striscio? Era l’offerta del politico, rifiutata col fiatone? Forse dovrei vantarmi di più. Ma il pavone non mi viene. Potrei iscrivermi a un corso di pavoni e imparare l’arte necessaria dello specchietto. Che non sa riflettere però la bellezza (almeno) esteriore di alcuni fallimenti che sanno di libertà, orecchie ancora aperte e fantasia ben allenata. Guarda il giocoliere, sa fare ciò che oggi serve di più, roba fuori dai campionati del consumo. Roba inutile, meravigliosa. Il prossimo lavoro, com’è già successo altre volte, conterrà di certo anche questa meraviglia: la dignità paziente dei giorni e delle settimane di maggese. Quando sembrava che facessi solo palleggi di testa e invece impedivo al mondo di cadere a terra.

Questo nome

Questo è un pomeriggio islandese. In verità è un periodo islandese, molto più grande di quest’unico pomeriggio – più grande all’indietro e in avanti. Ma affiora soltanto adesso. Perciò decido di lasciargli questo nome, come una traccia. È un pomeriggio di scarsa luce ma vitalità certa, il disarmo e la gioia si mordono di continuo e tu capisci tutti: sia quelli che qui si annoierebbero a morte, sia Borges che definì l’isola sinonimo di felicità. In giro non c’è quasi nessuno, lo spazio invita al rimescolo del mazzo interiore. È un pomeriggio di frontiera, a un passo dai miei passi cadono i gorghi della terra estrema. I gesti sono tutti ultimi, penultimi al massimo, in equilibro tra il languore dei saluti e l’impazienza di arrivare sull’altra placca. Nel fiato condensato dal gelo come carta velina si aprono i miraggi degli altri periodi sottili, gli altri rari pomeriggi già vissuti simili a questo. Quale foto necessaria o canzone importante avrò infilato nello zaino? Da lontano l’orso polare sembra una pallina bianca, puoi stare anche un giorno intero a cercare di dargli un calcio, come recita una canzone inventata da mia nipote – sarà stato ieri, o forse l’altro ieri. Il tempo sfumato, sfumato nel gioco per nostra signoria su di lui: servirà anche questo nel sereno di una vita concepibile.

Mancare

Mi mancheranno, dice dei ragazzi l’insegnante alla fine dell’anno; mi manchi, dice lui a lei che è già partita per tre mesi di lavoro; mi manca, dice il nipote pensando alle mani di sua nonna; mi mancano, si dice all’amico dei pomeriggi consumati a giocare nel cortile; mi mancava, dice chi torna dopo un anno intero al rifugio estivo di una villa al mare; mi manco, dice il poeta pensando a tutto ciò che non sarà mai; ci mancava, dice chi nota solo ora un vuoto colmato da una gioia collettiva. Dal latino «màncus», debole, monco, imperfetto; non essere a sufficienza, far difetto e anche venir meno, spiega il dizionario, e aggiunge: restar di fare. Generoso l’esempio finale, mancar poco: non esser lungi, esser vicino. Quasi arrivare, quasi cantare, ecco.

Nuova alba

La Terra è un globo oculare sgranato sull’universo. Una rete di radiotelescopi sparsi in tutto il mondo ha generato un telescopio virtuale con risoluzione pari a una lente del diametro del nostro pianeta. Si chiama EHT (Event Horizon Telescope). Con quest’occhio celeste gli scienziati hanno ricomposto e diffuso due giorni fa la prima foto di un buco nero. E nero il buco resta: l’interno non si vede. Si vede invece il grido della luce che divampa sull’orlo circolare prima di cadere nell’orrido ignoto dello spaziotempo. La caduta ritratta nella foto risale a 55 milioni di anni fa, quando la Terra passò all’Eocene, la nuova alba: da noi la collisione tra continenti innalzò le Alpi facendo emergere pure la Sardegna, la Calabria, la Puglia, parte della Campania e del Lazio. Tanti anni ha dovuto aspettare la luce per consegnarci il suo grido sull’orizzonte degli eventi. Nemmeno lei può sottrarsi al regime dell’attesa, alla pazienza di un viaggio per mostrarci la nostra nuova alba. Perché allora non dovrei aspettare io, che a lei miro e di lei cerco ogni manifesto? Se ancora non si vede, in fondo ora so con fisica certezza che la nuova alba è già sorta. Era quella mattina, la nostra caduta, il grido comune sull’orizzonte degli eventi.

Sempre la pelle

Continuo a leggere Franco Scaldati, ricopio i suoi pezzi più belli e si ricama la stanza di luce viva. I teatranti adattano le parole ai loro corpi, mi dice, alle loro voci. I teatranti provano in eterno, sai? Adattano parole costruite da angeli operai all’ombra della luna. Parole come, Il mio amore è un eterno giglio. Parole come, Le mani dei vecchi mutano in coltelli. E non mi libero del Sarto, come lui non si libera di me che dono i giorni alla sua compagnia diafana, tra un recupero e l’altro della mia carne e del fiato tremando nelle prove del gran tempo libero. Intanto, anche io come lui inizio a conservare i miei ritagli – eccone uno fresco di sera, impupato in corsivo. Prendono aerei le mamme coi piccoli al seno in mezzo alle nuvole: chi fa coraggio a chi? È la pelle che fa coraggio. Sempre la pelle.

Pacifico

Ieri sera ho fatto la prima lezione del corso, evento che regala sempre al giorno dopo il sapore di una domenica settimanale. Oggi porterò il motorino dal meccanico, cambierò il filtro anticalcare alla caldaia, telefonerò all’assistenza che ha in ostaggio la lampada difettosa, continuerò a spulciare l’archivio di Franco per il mio progetto, limerò degli acrostici che voglio regalare per Natale, svuoterò la lavapiatti prima che la maestra torni da scuola, mi chiederò ancora come rispondere al mio lavoro che implora novità, masticherò l’attesa per la gita a Firenze dove il 16 novembre racconterò il mio libro alla Sit’n’breakfast, andrò a comprare almeno le casse d’acqua al mercato più vicino e, tra una cosa e l’altra, mi siederò al piano giocando fuori dal tempo per smettere un attimo di farmi domande. Sarà una giornata di quieta vigilanza, semplice su attività proprie dell’esserci nel tempo e nello spazio, pacifica com’è pacifico l’oceano a te adesso più vicino – beato il sole che il giro del mondo lo fa tutti i giorni, mi hai scritto nella mia notte matura aspettando che la tua notte neonata attenuasse gli ori e i rossi del lontano ovest; anche queste, parole tue. Nudo contro l’azzurro o spento dal fitto di nuvole, beato è il sole e pacifico, pacifico il mio giorno.

Inizio

Inizio a tendermi come un arco, per il lancio che avverrà domani verso ora di pranzo: la scocca mi userà forza sufficiente (spero) per atterrare in Norvegia. In serata, dopo cena, faremo un’escursione a Capo Nord. Ulivi, gelsi, cipressi, pini, palme, oleandri e ogni altro spirito verde che risponde sempre al mio saluto prima di andare a letto, non ne vedremo al sole di mezzanotte. Non ci sarà nulla di questo, saremo davvero spostati di pianeta. Staremo a precipizio su una falesia nera di trecento metri alta sul mar glaciale artico. Lo scrivo e inizio già a captare questa bellezza diversa, a prenderne la forma aliena. Lo scrivo e inizio già a contemplare il bianco foglio di cui ho bisogno dopo il forte vivere degli ultimi mesi. Non porterò nessun libro in questo viaggio, sarà la natura sublime e ultima a leggermi dentro. Tornerà poi l’estate familiare e il paesaggio fatto di sabbia, grilli e vigne, come ogni anno. Ma sarà dopo questo passaggio a nord, dopo questo ascolto in purezza, questo inizio che stasera mi costa una corona di tremori.

I salvati

Aspettano qualcuno che venga a salvarli. Contro ogni retorica del volontarismo, contro ogni invito a metterci del proprio, zero faber fortunae suae. Immobili aspettano. Senza tendere la mano a chi offre il braccio, né soffiare appelli a chi passa accanto. Aspettano fermi e di peso che li prendano. Come statue di sale, diverse da quelle finte che salutano al primo obolo per ridere ai turisti. Aspettano e basta, niente, fatti sale che non respira. A volte non aspettano più neanche d’essere presi senza invito, fatti oggetto di rimproveri e commozioni, di carezze; a volte si perdono e basta, mirando la culla fatta dal vento alle verdi cime degli alberi. I salvati, da loro stessi sono salvati: come pretendere che facciano loro il primo passo, magari il secondo, per convincersi a sciogliere il sale che li tiene sotto? Servono dieci cento mille passi, fatti prima tutti e solo da chi decide di pescarli, mentre loro stanno morti, posati, fedeli alla radice di loro stessi. E la pesca è una danza di cervici dure e sparizioni, preludio a cento ritorni che scavino luce utile a farli fidare, farli sognare senza tema di cadere. Tutti sono invidiosi dei salvati perché niente, dicono, gli è dovuto: questa feccia è rimasta ferma senza chiedere, collaborare, né volere. I salvati hanno voluto solo aspettare, persino più di quanto hanno voluto essere salvati. Ma è questo il loro merito più grande, inarrivabile, l’attesa ferma contro ogni canto di sirena. E il merito vale ai salvati lo stacco dalla pelle mondana tormentata di grigi, natura tradita, psiche aggirata, cuore ignorato, budella ritorte, fronte abbuiata, fiato gravato, schiena incurvata. Qualcuno, di carne fiato e presenza, li ha salvati.