La terza parola

Comunicazione di servizio al me stesso del futuro, come un promemoria: oggi, giorno in cui è stato assegnato il Nobel per la Letteratura, mio figlio ha detto la sua terza parola completa: penna! Visti i festeggiamenti, da circa mezz’ora gira per casa con una penna in mano dicendo: penna! La prima parola è stata banana; la seconda camion; la terza penna. Prima cibarsi, poi guadagnare, poi scrivere. Giusto.

Sul metro dei quanti

Piccolo come diventa, può stare ovunque, nascondersi e non farsi trovare, passare la materia e certo uscire, quando e come vuole, da ogni poro. Invece resta dentro. Ridotto e stretto come niente al mondo, il cuore, la prima volta che porti un figlio al nido. È fisica, elemento più piccolo sul metro dei quanti non esiste. E le traiettorie! Impazzite sghembe nervose, accelerate al millisecondo, battono sulle ossa e sulle pareti di carne. Torni a casa, valuti il da fare, parli col portiere, fai bene le scale, infili la toppa e cedi – un altro vuoto: stavolta è nella mente. Si è staccato dalla mente un ramo intero. Nato da poco ma cresciuto subito forte, divaricato in mille legni verdi sottili per l’esposizione fortunatissima. Così fitta ne era la trama da fare ombra a terra e fresco per l’erba dove giocare. Adesso quel ramo vive ma altrove; altrove ma per poco; e tanto basta al laser del sole per incenerire le farfalle nate lì sotto. Così è l’ennesima novità, l’innumero esilio dal centro. E ogni volta non sai dove ti hanno posato, non sai da dove scrivi, da dove guardi, da dove pensi, tanto la vita ha rapito la vita a te stesso con altra vita mai ferma e lucente. E si scrive poco, sempre da una periferia, mai più dal centro; si guarda mai più dagli occhi; si ascolta mai più dalle orecchie solo nostre – sempre avuti, sempre avute, prima che l’amorino ti riducesse il cuore sul metro dei: “Quanti siete ora nella stessa vita davvero?”

L’aquilone

C’è un bambino, di un anno e poco più, a mollo in piscinetta, ride sguazza gioca schiaffa e risponde occhi socchiusi per la luce, le mani ormai di carta, la pelle una muta d’acqua, spiccando urletti di gioia su infinite variazioni di una sillaba, “ca”, sempre la stessa. Così guardando ogni tanto di lato, dal tavolo di lavoro in terrazzo, si sente meno caldo, meno attrito, meno peso e gravità arrivando su, alla fetta di fresco con la vista alta sul mondo – è un bel tappeto che non parla, vibra solo e sai di cosa: felici bimbi a mollo per tre ore, colla palla e il leone, mentre tu fai l’aquilone.

Olfattivo

L’odore di pomodoro che hai ovunque sul viso dopo aver pranzato con le mani. Odore di matita nella camera dei tuoi primi tentativi coi colori. Odore di sudore condensato sulle punte dei riccioli rossi dopo una giostra di giochi in casa. Odore di terra e marciapiede che fai quando torniamo dall’infinito della villa. Odore di saliva che ti fanno le mani infilate sempre in bocca per il pizzico del quinto dente in arrivo. Odore di stoffa sintetica e bisogni stantii che esplode aprendo il cestino dei pannolini. Odore di sapone senza sapone e crema alla calendula dopo il bagnetto. Odore di caldo che ti investe da più lati quando ti accovacci su di me al momento temuto desiderato del fon. Odore di cuoio e gomma che fanno i sandaletti appena comprati per i prossimi mesi estivi. Sei luce così anche se io non avessi occhi per l’amore visivo. Ho messo due foto accanto, sullo scaffale dei libri: io con te in braccio davanti alla luce dell’oblò nel nostro primo viaggio in nave; mia nonna con un mazzo di fiori sulle gambe accavallate, regalo per il Natale 2000 della signorina Galbato. L’amore gioca con il tempo e tu sei l’odore di quei fiori.

Bene così

Oggi una coppia torna a casa con il figlio appena nato, dopo i due giorni canonici di osservazione in reparto. Rientrare in quelle stanze farà capire a tutti, cane compreso, che è successo davvero: adesso si trovano in un’altra parte della vita. Le emozioni sono tante e tutte con sviluppo a gomitolo, impossibile pettinare la matassa e dire “ora mi sento così e prima cosà”. Si prova tutto insieme, si piange e ride tutto insieme, tutto insieme si sbadiglia come grotte e si reggono svegli le colonne della notte. Gli spilli che la coppia sente crescere sulla pelle sono i raggi di luce che ne definiscono la muta, nemmeno si ha il tempo di conservare da qualche parte – per velleità museali – gli scarti legnosi della vecchia pelle, malgrado l’amore infinito per la prima nostra vita da burattini rimarrà sempre in fondo ai nostri occhi. Ma ecco, questo prodigio avviene più volte nella stessa giornata di oggi, e avviene ogni giorno e più volte al giorno ovunque sulla Terra. La creatura umana continua a nascere e dare pelle nuova ad altre creature già adulte e la notizia non primeggia nei mezzi di comunicazione, così come non si vede il sangue che corre nei vasi eppure è lui a tenere in piedi e in vita la possibilità di ogni gesto visibile, invece, e facile da candidare a racconto per ogni via – televisiva, telematica, stampata, radiofonica. Bene, allora, io dico: bene così. La microstoria invisibile tiene in piedi la storia raccontabile e raccontata perché più grande e solida, come il mantello terrestre offre il duro spessore su cui poggiano gli spostamenti di superficie. Male sarà quando inizieremo a vedere sui siti o nei tg le notizie di nascite e di coppie che tornano a casa col figlio appena arrivato. Perché allora il sangue nei vasi sarà fatto di altro, il mantello terrestre sarà indurito di casi opposti a quello della vita che fa nascere creature nuove – com’è ancora oggi – oggi che una coppia torna a casa, forse sono appena entrati, con il figlio appena nato. Eccoli. Benvenuto, Michele!

Rimbambinire

Oggi ho riscoperto l’acqua calda, è stato bellissimo: ero con mio figlio e giocavamo col rubinetto del bidè. Aspettava l’apertura del miscelatore col fiato sospeso, irradiava luce da tutto il viso quando arrivava il flusso e rideva come uno scoiattolo quando infilava le mani nella pozzetta che attendeva di scolare. Oggi ho mandato un messaggio di auguri a una cara amica che ha partorito esattamente un mese fa, senza averla più sentita da allora ma immaginandola in piena metamorfosi e tutta presa a riconoscersi la pelle tra molte fatiche e innumerevoli albe. Oggi ho visto e condiviso la foto di un soccorritore della guardia civile che salva un neonato caduto in mare al largo di Ceuta, davanti al Marocco: una cosa prodigiosa. Il bambino levato dalle acque si è salvato nell’incontro fra buona sorte e azione umana, trasformando l’immagine in emblema di disperazione e contemporanea speranza. Oggi è nato il figlio di mia cugina che considero una sorella minore, è stato liberatorio per lei ma anche per noi, che abbiamo sentito uscire dal petto la memoria fisica del nostro arrivo sulla Terra da genitori. Parlando coi nonni e i vari zii – suo fratelli – ho fatto così gli auguri a tutti noi, noi compresi cioè. Non sono riuscito a fare quasi nulla di ciò che avevo in programma, anche per altri motivi, ma rileggo le quattro colonne su cui si è edificato il giorno e capisco di essere stato molto vicino ai bambini – più di quanto accade in genere di poter fare – bambini di un anno al massimo. E mi sento rimbambinito, che significa: perfettamente lucido e paradossalmente contento.

Saprai essere terra

Saprai essere terra, figlio mio? Saprai allargare, spaccare il caro e modesto vaso in cui abbiamo trasferito le radici dopo il saluto a Palermo? I nostri appoggi spingono ma non trovano luogo, trabocca a volte l’acqua, non viene assorbita e soffoca. Vivere stretti così non permette di crescere, la curva di coccio è dura ma, anche spaccandola, fuori deve esserci la terra. Come vorrei darti aria e racconto del grande campo da cui vengo, da cui vieni. Dobbiamo riavere terra. Se tu sarai terra, se crescerai qui insegnandoci la vastità, l’oltre fecondo di questa vita lontana dall’origine, noi torneremo a espanderci, di storia fusto braccia rami dita e foglie, per te che avrai il massimo nutrimento. E saremo viventi simili a nessun altro nel campo attorno, saremo noi l’origine conquistata a morsi di bufera, avremo un colore unico e nella corteccia i segni del buio prima che cielo e terra fossero divisi. Ma tu sei già la nostra terra, amore. Nessuno ci ha suggerito il nome degli elementi che la abitano e noi siamo chiamati a un battesimo incessante. Vorremmo solo conoscere la lingua da cui saremo parlati e qui non ci sono maestri a cui fare domande, da cui imparare – cioè ricordare – il mondo prima di questo mondo nuovo che è il tuo sorriso.

A cosa serve l’amore

Gravidi invero, o Socrate, sono tutti gli uomini, e nel corpo e nell’anima, e quando sono giunti a una certa età, la nostra natura brama di partorire. Ma nel brutto non può partorire, nel bello invece sì […]. Perciò, ogni volta che un essere gravido si avvicina a ciò che è bello, si dispone alla benevolenza, e rallegrandosi si diffonde e partorisce e procrea; quando invece si avvicina a ciò che è brutto, allora, incupito e rattristato, si contrae, cerca di scostarsi, si rinchiude e non procrea, e piuttosto, trattenendo in sé la creatura concepita, la sopporta penosamente. Onde sorge appunto, in un essere gravido e ormai turgido di latte, la violenta emozione a riguardo di ciò che è bello, poiché questo libera chi lo possiede da grandi doglie. L’amore infatti, o Socrate, non ha come fine ciò che è bello, come invece tu credi.
– Ma che cosa allora?
– La procreazione e il dare alla luce in ciò che è bello.

Platone, Simposio

Pezzetti

Si chiude un anno importante come pochi altri. A parte il contagio mondiale di paura e l’ibernazione di ogni vicinanza umana, è nato mio figlio. Al centro della prima ondata, il 30 marzo, il mare si è aperto formando due alte pareti per darci all’asciutto invincibile di una vita in arrivo. Dopo nove mesi, cifra che mette in pari la sua durata intra ed extra uterina come altre due pareti sospese, mio figlio si diverte a stracciare la carta. Per questo gioco, oggi ho recuperato due dei tanti foglietti che, ormai da quasi un anno, stacco ogni mattina dal calendario e conservo per scriverci appunti sul retro. Via il primo, in mille frammenti poi gettati a terra; via il secondo, graziato da pochi strappi ma sempre fatto a pezzi finiti sotto il seggiolone. Ci siamo affacciati a guardarli. Non so cosa provasse lui ma, intuendo ancora la curva di un numero o la lettera di un giorno della settimana, io ho avuto un’illuminazione. Tienili tutti, ho pensato, falli a pezzi e resta solo tu qui, col tuo dentino e mezzo scoperto quando sorridi anche con gli occhi. A quel punto però era l’ora della pappa, e anche questo mi è parso illuminante, giusto: i bisogni primari e la corporeità spazzano via ogni palco favolistico della vita. In fondo, davanti a quegli unici due giorni eliminati dalle sue piccole mani curiose, l’intero calendario era già quasi del tutto sbiadito.

Lamento su Idlib

Chi uccide bambini non è mai stato figlio, pur essendo nato. Non ha mai avuto un figlio, pur essendo padre. Non ha mai amato, pur avendo abbracciato. Non è mai stato ricambiato, pur essendo sposato. Non è mai stato umano, pur essendo uomo o donna. Non ha mai fatto altro che un suicidio, pur avendo massacrato il mondo intero dall’alto. Sparisce malgrado continui a sorridere, a parlare; è cancellato nell’irrecuperabile abisso che fischia ai piedi della Geenna, malgrado uccida ancora e ancora e ancora spietato. E ancora. E la vita di tutti dovrebbe essere quella delle api che, usato il pungiglione, smettono di volare, di respirare, di fare male. Invece siamo delle vespe, il mondo è il nostro nido. Muoiono bambini.